Roma Contemporanea di Vittorio Vidotto, un libro per chi ama e anche per chi odia la Città

L’insostenibile incompiutezza della Capitale d’Italia
Francesco Sirleto - 19 Novembre 2020
“Come si fa a voler bene a Roma, città socialmente spregevole, culturalmente nulla, storicamente sopravvissuta a furia di retorica e di turismo?” (Alberto Moravia, su L’Espresso del 28 maggio 1971).
“Le mie propensioni verso Roma non sono polemiche, non provo acredine o sdegno, perché Roma è un baraccone capace dove entra tutto, è un magma fluttuante dove tutto viene assolto e tutto viene dissolto, una bolla che esplode, una città con dimensioni di cinismo, saggezza, indifferenza che mai cambiano e riconducono agli stessi errori, una metropoli che permette di rimanere infantili con il beneplacito della Chiesa. Per farla ci son voluti 261 papi. Come pretendere di cambiarla in qualche secolo?” (Federico Fellini, su L’Espresso del 28 marzo 1971).

 

Ho scelto deliberatamente, a mo’ d’introduzione a questa recensione all’ottimo libro di Vittorio Vidotto Roma Contemporanea (Edizioni Laterza, prima edizione del 2006, ma ristampato in questo horribilis annus 2020), due citazioni antitetiche, esprimenti visioni opposte della città in cui abitiamo e che consideriamo, pur non essendone nativi, ormai la nostra Heimat, termine tedesco per indicare non tanto la patria o nazione, quanto piuttosto il luogo che ci ha nutriti, ci ha formati e/o deformati affettivamente e spiritualmente, facendoci crescere e diventare ciò che siamo o ciò che crediamo di essere. La prima, quella di Alberto Moravia, romano di nascita, esprime in maniera esagerata e distorta un odio viscerale, frutto probabilmente di reiterate delusioni, nei confronti di una città che si presentava, ad appena un secolo dalla sua proclamazione a Capitale d’Italia, ben lontana dall’essere quella Capitale moderna e dinamica, guida effettiva del progresso di tutto il Paese, che lo scrittore de Gli indifferenti e di Racconti romani avrebbe voluto che fosse. La seconda, quella di un acclamato regista, celebre in tutto il mondo soprattutto per il suo capolavoro La dolce vita (il più bello e policromo affresco di Roma che mai sia stato realizzato da un artista creatore di immagini e dispensatore di emozioni), che, al contrario di Moravia, pur non essendo nativo di Roma, ammette implicitamente di essere stato da Roma sedotto e di avere trovato in essa la materia viva e perennemente cangiante che aveva alimentato e continuava a dare linfa vitale alla sua poetica e ai suoi lavori cinematografici. Insomma: da una parte un figlio disilluso da una madre che credeva bella da bambino ma che, una volta diventato adulto, si è a lui rivelata con tutte le sue manchevolezze e laidezze, a volte perfino ripugnanti; dall’altra un giovane “forestiero” che, avendo un giorno incontrato una anziana signora ancora piacente e ricca di fascino e di maturate esperienze, se ne è perdutamente innamorato e, a causa di questo amore alquanto squilibrato e forse innaturale, è disposto a chiudere un occhio, se non entrambi, sui suoi molteplici difetti e sconcezze.

Che Roma, la sua storia contemporanea (databile a partire dal quel fatale giorno, 20 settembre 1870, in cui l’esercito del giovanissimo Regno d’Italia, con la famosa breccia di Porta Pia, pose fine al potere temporale dei papi), nonché il suo sviluppo demografico e urbanistico distorto, caotico, a volte frenetico (e gravido di tremende conseguenze sia sul piano della qualità della vita dei suoi abitanti sia a livello di selvaggia cementificazione e trasformazione di quel territorio chiamato un tempo ager romanus), possano fornire ottimi argomenti tanto agli “odiatori” e detrattori della città, quanto ai suoi inguaribili e appassionati amanti, non vi è dubbio alcuno. Roma, infatti, è la città delle enormi e stridenti contraddizioni, e il libro di Vidotto, nelle sue 400 pagine circa, le elenca minutamente e puntigliosamente, così come esse sono emerse nel corso degli ultimi 150 anni della sua esistenza.

Vidotto, docente di storia contemporanea all’università La Sapienza e autore di numerose opere, ci accompagna nella conoscenza (soprattutto a vantaggio di coloro che, pur essendo e ritenendosi “romani”, posseggono poche o nulle cognizioni della storia recente della loro città, essendo abituati a limitare cronologicamente l’espressione “storia romana” alle vicende di Roma antica, repubblicana e imperiale) dei vari periodi nei quali è possibile articolare il percorso compiuto dalla Capitale d’Italia, periodi che, all’ingrosso, possono essere individuati nei seguenti: 1) gli anni della “piemontesizzazione” della città, dal 1870 fino alla prima guerra mondiale, caratterizzata dalla nascita di quartieri come Esquilino e Prati, Sallustiano e Pinciano; 2) l’era della Roma fascista, corrispondente agli anni Venti e Trenta, cioè l’epoca dei grandi sventramenti del centro storico, del “piccone demolitore”, della nascita delle borgate sia legali che illegali e dell’inizio dello straripamento dell’urbanizzazione nell’enorme periferia a sud e a est della città già urbanizzata, ma anche l’epoca di alcuni grossi interventi di architettura razionalista che cominciano a cambiare il volto e l’immagine urbana: la Città universitaria, il polo archeologico che si estende intorno al Campidoglio (piazza Venezia, via dei Fori imperiali, l’area tra Colosseo e Circo Massimo che si congiunge con via del Mare e con la Passeggiata archeologica), il Foro Mussolini (poi Foro Italico), l’EUR (completata solo nel dopoguerra); 3) gli anni dal dopoguerra fino ai nostri giorni, l’epoca senz’altro più complessa e ricca di trasformazioni, un’epoca che ha dilatato la città ben oltre quei confini che aveva mantenuto per secoli, se non per millenni, consegnandoci una città urbanizzata che ha ormai letteralmente “mangiato” quell’estesa campagna romana che separava nettamente la città propriamente detta dai piccoli e medi centri viciniori. Ma quest’ultima è anche l’epoca contrassegnata dall’enorme incremento demografico, dalle lotte delle masse popolari per l’umanizzazione delle periferie, per la valorizzazione sia del patrimonio storico-archeologico presente in esse sia per la difesa del verde e la sua destinazione alla pubblica fruizione, quanto per un diverso sviluppo non più mono-centrico bensì policentrico (le cosiddette “nuove centralità” configurate nei Piani urbanistici, a partire dal nuovo PRG partorito dalle amministrazioni Rutelli e Veltroni, e nei vari piani particolareggiati e di recupero che hanno interessato veri pezzi di periferia).

La storia di Roma narrata da Vidotto si fa apprezzare e leggere con piacere e profitto non soltanto per il suo impianto politico-urbanistico (per quest’ultimo aspetto l’autore attinge a piene mani, sebbene cerchi di differenziarsene, dalla letteratura critica rappresentata dalle celebri e ormai classiche opere di Insolera, Benevolo, Ferrarotti, Cederna ecc.), ma anche perché offre molto spazio alla cultura, alle immagini che gli intellettuali (scrittori, poeti, artisti, registi cinematografici) si sono fabbricate sulla città. Da queste immagini e rappresentazioni è possibile estrapolare un dato, una sorta di costante che emerge dalla quasi totalità di esse: l’incompiutezza di Roma, sia come Capitale (il suo peccato originale fu quello che la classe politica al potere nei primi anni dopo l’Unità d’Italia la scelse quasi obtorto collo, essendo essa piemontese nella sua stragrande maggioranza e perciò ancorata a quella Torino illuminista, laica e urbanisticamente regolata che si era venuta a formare nel corso del XVIII secolo), sia come polo di sviluppo economico, sociale e culturale del Paese, così come dovrebbe essere ogni capitale che si rispetti. Un’incompiutezza che ancora adesso rappresenta la “cifra” distintiva della nostra città: lo vediamo nello sviluppo dei quartieri periferici, lo vediamo nel fallimento e nel degrado di alcune grandi realizzazioni che dovevano rappresentare il meglio della post-moderna cultura architettonica-urbanistica, lo vediamo nella perenne e ineliminabile sporcizia che regna sovrana dovunque, ma soprattutto nelle periferie, lo vediamo negli inevitabili ritardi ed insufficienze che accompagnano le realizzazioni di opere pubbliche, a partire dalle nuove linee di trasporti urbani ed extraurbani (linee metropolitane progettate per un determinato percorso e poi modificate in corso d’opera, linee tramviarie che inesplicabilmente vengono abrogate perché nel frattempo è entrata in funzione una nuova linea del metrò, ad esempio la linea C, parcheggi di scambio che o non vengono terminati oppure non riescono a funzionare, ecc. ecc.).

E, tuttavia, pur confermando nel lettore attento questa idea di incompiutezza della città, il libro di Vidotto riesce nell’ardua impresa di rafforzare la speranza che, in un prossimo futuro, Roma, città inimitabile sotto il profilo del suo incalcolabile patrimonio di bellezza artistico-monumentale, possa anche assurgere a quel ruolo di Capitale moderna e ordinata e con una qualità della vita superiore all’attuale, nonché cuore pulsante di un Paese caratterizzato da una crescita eco-sostenibile, che è nei sogni e nelle aspettative dei suoi abitanti più sensibili e responsabili nei confronti della cosa pubblica.

Vittorio Vidotto, Roma Contemporanea, Editori Laterza, Bari – Roma 2020

 

Dar Ciriola

Francesco Sirleto


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