‘Roma da slegare’. A 25 anni dal Convegno del Pci sui problemi della capitale

L’analisi puntuale dei mali di Roma e la prospettazione di una robusta alternativa di Goffredo Bettini. Il rapido declino di quelle idee guida nel quindicennio di Rutelli e Veltroni
di Aldo Pirone - 18 Gennaio 2013

Nel corso del quindicennio rutellian-veltroniano in cui il centrosinistra ha governato Roma (1993-2008) c’è stato un esponente di spicco che ha svolto un ruolo importante e centrale: Goffredo Bettini. I mass media lo hanno sempre descritto come lo “stratega”, dietro le quinte, della coalizione progressista. Bettini ha avuto una storia non secondaria nella sinistra romana. Divenne segretario del Partito comunista romano nel 1986 prendendo in mano un partito che era stato ricacciato all’opposizione dopo la stagione delle giunte di sinistra Argan-Petroselli-Vetere. Una parentesi che si era chiusa con il ritorno al potere della Dc e dei suoi alleati e, soprattutto, di quei poteri forti della finanza e della speculazione che da sempre avevano fatto il bello e il cattivo tempo nella capitale d’Italia. Bettini nel tentativo di rilanciare la funzione di governo dei comunisti romani e di aggiornarne l’analisi della realtà socioeconomica cittadina organizzò dal 18 al 20 maggio 1988 al Teatro Vittoria in quel di Testaccio un Convegno il cui titolo era “Roma da slegare”. L’evento fu accompagnato da una ricca documentazione sui poteri finanziari e della rendita speculativa che, pur evolutisi, dominavano l’urbe e dai quali, appunto, bisognava "slegarla" per immetterla nel circolo virtuoso di uno sviluppo socialmente e ambientalmente equilibrato. Dal punto di vista urbanistico la chiave da usare era il passaggio dall’espansione alla trasformazione della città.

Quale filo conduttore della trasformazione Bettini propose nella sua relazione la libertà come critica all’esistente perché fino a quel momento, disse, “abbiamo avuto un liberismo senza libertà. Anzi esso ha ucciso la libertà”. E specificò: “La libertà come progetto; la libertà come qualità del vivere; la libertà come nuova democrazia”. Fu una scelta coraggiosa per un partito classista e popolare abituato a ragionare più in termini di eguaglianza che di libertà.

La domanda preliminare a cui rispondere era secondo Bettini “Chi comanda?” a Roma. Perché dietro l’immobilismo dell’allora pentapartito (Dc-Psi-Psdi-Pri-Pli) c’era, nascosta disse, una “città di poteri forti e nuovi che nell’era del neoliberalismo e dell’ondata neoconservatrice” hanno ripreso “nelle loro mani il bastone del comando” per essere protagonisti della “grande mutazione” allora incipiente.

Non erano solo le Partecipazioni Statali e le tradizionali imprese pubbliche come la Rai, l’Alitalia, la Stet-Sip progenitrice di Telecom ma i privati di Acqua Marcia-Romagnoli, Firs-Bocchi, Sai-Ligresti, i Cavalieri del Lavoro di Catania e i soliti palazzinari romani che, denunciava Bettini, “hanno preteso a Roma quella politica debole, di cui prima parlavo”. Per cui “le istituzioni si privatizzano, perdono una funzione unitaria e di indirizzo, si mettono a disposizione degli interessi particolari”. Con questi poteri era in corso “chiaro il conflitto tra due visioni della città. Quella dei nostri avversari che puntano ad una crescita deregolata e puramente quantitativa e quella nostra, che vuole programmazione e qualità”.

Non convinceva il relatore la categoria analitica del “degrado” della città che allora, come oggi del resto, teneva banco sui giornali, perché spiegava “Il degrado non è solo deperimento. E’, appunto, una trasformazione che degenera: un mutamento diseguale e speculativo. E’ una modernizzazione senz’anima. Il degrado sta nel centro storico soffocato dalle jeanserie, ma sta anche nelle periferia che cresce senza qualità urbana”. La capitale, in definitiva, correva il rischio di andare incontro ad una modernizzazione senza modernità. Per questo occorreva trasformare la città mettendo sotto controllo la rendita speculativa che da sempre è stato il motore della sua espansione a macchia d’olio.

Il giovane segretario dei comunisti romani in proposito aveva le idee chiare. “Ci battiamo – proclamava – perché lo SDO (il cosiddetto Sistema direzionale orientale n.d.r.) diventi uno strumento potente di trasformazione qualitativa di Roma. Perché sia un’opportunità per salvare il centro storico, per liberarlo dal complesso delle funzioni direzionali, per rilanciare il progetto Fori, per modernizzare e riformare la P.A., per dotare Roma di nuove infrastrutture, per potenziare il mezzo pubblico, per risanare e riqualificare i quartieri che saranno investiti dal complesso dell’operazione. Operazione che deve rimanere saldamente nelle mani del potere pubblico e per questo la prima garanzia è l’acquisizione pubblica delle aree”. “La fase dell’espansione è chiusa” proclamava Bettini. Di qui la “centralità che diamo alle risorse ambientali e archeologiche” su cui “regolare il sistema città” con i “progetti Fori e Appia antica quelli del Tevere, dell’Aniene, del Litorale, di Veio, della cintura verde e delle ville storiche”. Anche per il problema della mobilità le proposte erano precise: priorità al mezzo pubblico, percorsi riservati per i bus dal centro alla periferia (Fast Bus o Bus rapido); il piano tram, la Roma-Fiuggi, la metropolitana di superficie sulla Togliatti. Era per l’epoca l’incubazione di quella che poi sarà chiamata la “cura del ferro”.

Appena cinque anni dopo in un panorama politico totalmente rivoluzionato, segnato dal crollo del muro di Berlino e del socialismo reale da una parte e dalla scomparsa dei vecchi partiti conseguente a tangentopoli dell’altra, prese avvio il quindicennio del centrosinistra di Rutelli e Veltroni durante il quale l’incisività di quella impostazione è andata via via obliterandosi.

Il cosiddetto “modello Roma” che ad essa subentrò ci ha lasciato una città in continua espansione speculativa con poteri forti che si sono evoluti ed affinati nell’intreccio sempre più perverso fra rendita finanziaria ed urbana continuando a tenere “legata” la città ai loro interessi. Non c’è stata la trasformazione, non c’è stato lo sviluppo qualitativo, non c’è stato il conflitto con i “legatori” di Roma e neanche un gentlemen agreement ma, a proposito della “politica debole” denunciata da Bettini al Teatro Vittoria, un più prosaico e subalterno appeasement. Non c’è stata una nuova democrazia con la partecipazione e il protagonismo dei subalterni. Non c’è stato un cambiamento di classi dirigenti ma, più modestamente, una sostituzione del vecchio e consunto ceto politico pentapartitico con un personale di provenienza comunista, almeno inizialmente, certamente più giovane, preparato e motivato.

La sostituzione al principio sembrò infondere nuova energia agli obiettivi di cambiamento e di emancipazione della città dalle antiche servitù speculative. I risultati elettorali infatti premiarono a più riprese il centrosinistra anche con picchi ragguardevoli come nel caso di Rutelli e Veltroni al secondo mandato (1997, 2006). In questo giocò un’onesta gestione del potere, una maggiore attenzione alle periferie, uno sforzo percepito per migliorare la mobilità e, nel campo culturale, la creazione di alcune strutture importanti come l’Auditorium, la casa del cinema, del teatro, della musica, della memoria. Ma giocò anche una notevole maestria nel saper comunicare un’immagine alacremente produttiva, progettuale ed efficiente dell’amministrazione. Maestria confortata ampiamente dalla benevolenza dei mass media, in particolare di alcuni grandi giornali che, come è noto, sono nelle disponibilità dei palazzinari romani, insieme all’indubbia capacità di “annuncio” di grandi opere e anche all’impatto economico di alcuni grandi eventi, come fu il Giubileo per Rutelli e quelli cultural-musicali (le notti bianche) per Veltroni gestiti decentemente rispetto, per esempio, ai precedenti “mondiali di calcio” del ’90.

Poi però gli “annunci” persero la loro efficacia di fronte ad una realtà cittadina che risentiva strutturalmente di processi sociali peggiorativi della condizione umana dei meno abbienti e della qualità della vita del ceto medio, sia al centro della città che in periferia. La tanto ossessiva decantata crescita – da parte di Veltroni in particolare – del Pil cittadino non coglieva le fragili basi di una crescita economica segnata dal speculazione urbana e finanziaria, e l’assenza di qualità ambientale e di giustizia sociale che la contrassegnavano. Il Pil aumentava ma, per parafrasare Trilussa, i polli prodotti se li accaparravano solo lor signori. Eppure per capire l’inattendibilità del signor Pil come indicatore di benessere sociale e ambientale sarebbe bastato a un kennediano come Veltroni ricordarsi di ciò che ne disse in negativo di tale strumento in modo più analitico ed articolato nel lontano 1967 a Detroit Bob Kennedy. A completare il declino delle antiche volontà riformatrici si aggiunse anche una certa sicumera, per non dire arroganza che si era andata impadronendo del ceto politico-amministrativo.

Per questo alla fine il “modello Roma” è ruinato e ha vinto la destra clientelare di Alemanno che in questi anni ha maltrattato oltre ogni decenza la città.

Appare indubbio, se ci si rifà alle idee e alle proposte di quell’antico Convegno su “Roma da slegare”, che Goffredo Bettini si è trovato a gestire una sostanziale ritirata strategica e malinconica sconfitta. Tuttavia è altrettanto indubbio che una seria politica di cambiamento a Roma se, ovviamente, non può ripartire da quelle analisi specifiche può sicuramente rifarsi a quelle idee guida fondamentali, debitamente aggiornate, volte alla trasformazione della città. Perché esse non erano episodiche ma attenevano alla struttura urbana e al suo continuo espandersi sotto la spinta dissennata della rendita speculativa. E attenevano alla necessità di essere sorrette socialmente e politicamente da nuove classi dirigenti espresse dai ceti popolari e del lavoro, dagli interessi pubblici offesi e negletti, dalle virtù civiche di una cittadinanza dedita al bene comune, all’imperio della legge uguale per tutti e alla concezione della politica come servizio e non come status symbol.

In poche parole attenevano e attengono alla messa in campo di una robusta alternativa sociale e politica ai poteri speculativi che tengono ancora e da sempre avvinta la capitale d’Italia.

La domanda che oggi viene da porsi alla vigilia di elezioni comunali che vedono il comporsi di un nuovo schieramento di centrosinistra è se dentro di esso vi sia stata in questi anni un’approfondita riflessione critica sulle vicende del quindicennio rutellian-veltroniano e, si può ben dire visto il rilevante e strategico suo ruolo, bettiniano. Se l’approccio, come sembra essere, è quello di un heri dicebamus che ripropone sostanzialmente il cosiddetto “modello Roma”, magari senza gattopardescamente nominarlo, allora non siamo nel campo necessario di una robusta e riformatrice alternativa, ma in quello di una più modesta alternanza ulteriormente estenuata dalla ricerca di un accordo con forze moderate centriste legate a doppio filo con i capataz della speculazione edilizia. Siamo nel campo di una continuità con la dismissione delle idee guida che 25 anni fa segnarono in positivo la prospettiva della sinistra romana.

Per la costellazione di associazioni e comitati che in questi anni hanno combattuto pressochè solitari contro lo scempio urbanistico, e non solo urbanistico, di Roma la notizia non è né buona né inaspettata. E non lo è neanche per coloro che dentro lo schieramento di centrosinistra e anche dentro al suo maggior partito il PD pensano che occorra cambiare decisamente strada. Il che sarebbe più che auspicabile.


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