

La riforma per dare più autonomia a Roma resta ferma in Parlamento. E ora, anche chi dovrebbe spingere… tira il freno a mano
Sembrava fatta: una riforma costituzionale per trasformare la Capitale in una sorta di mini-Regione, con più autonomia, più strumenti e – perché no – più rispetto. Ma oggi, il progetto torna a impantanarsi.
E a sorpresa, sono proprio i protagonisti della scena romana, il sindaco Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, a frenare. Da sponde politiche opposte, con parole diverse, ma con lo stesso effetto: un’altra doccia gelata sulle ambizioni della città.
“Non serve trasformare il sindaco in un re”, ha detto Gualtieri, quasi volesse spegnere sul nascere certe fantasie da sindaco-commissario con pieni poteri. Il vero segreto, secondo lui, sta altrove: nel metodo Giubileo.
Ovvero? “Mettere attorno a un tavolo lo Stato, la Regione, i ministeri e tutte le realtà coinvolte. Coordinarsi, collaborare. Solo così si risolvono i problemi di Roma”. E i poteri speciali? “Alcuni potrebbero anche essere utili – ammette – ma non sono quelli davvero risolutivi. Le vere leve resterebbero comunque fuori portata”.
Una posizione che sorprende, ma solo fino a un certo punto. Perché a Roma, di riforma dei poteri si parla da vent’anni, ma ogni volta il discorso finisce in un vicolo cieco. Ora, però, a sembrare disilluso è proprio chi dovrebbe essere in prima linea.
E se Gualtieri frena, Francesco Rocca non accelera. Anzi. Il presidente della Regione Lazio, di fronte alla Commissione Affari Costituzionali della Camera, ha tenuto il punto: “Non serve una nuova Regione”, ha dichiarato. Piuttosto, servono “competenze ben definite”, ma senza invadere campi strategici come trasporto pubblico locale, protezione civile e ambiente.
Beni culturali, turismo, commercio? Va bene. Mobilità e rifiuti? Meglio di no. E così, un altro pezzo di riforma si sgonfia prima ancora di partire.
Il punto è proprio questo: tutti vogliono una Roma più forte, ma quando si tratta di decidere come e quanto, le certezze svaniscono. E anche chi dovrebbe fare squadra, come il Campidoglio e la Regione, inizia a marciare in ordine sparso.
Nel frattempo, la riforma resta ferma in Commissione. I parlamentari ci lavorano, ma senza il sostegno pieno delle istituzioni romane, la partita rischia di chiudersi come le tante precedenti: con un nulla di fatto e tante buone intenzioni.
Nel frattempo, Roma resta in una terra di mezzo: troppo grande per essere un comune come gli altri, troppo complicata per avere una corsia preferenziale. E i cittadini? Guardano, aspettano e sperano. Di non dover ascoltare, tra qualche anno, l’ennesimo dibattito su poteri che non arrivano mai.
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