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Roma Pride 2026, esclusa l’associazione ebraica Keshet: appello a Gualtieri e rivolta bipartisan delle firme

Gaza spacca il corteo del 20 giugno: stop al carro Lgbtqia+ ebraico per il mancato accordo sul manifesto che accusa Israele di genocidio

Una faglia geopolitica profonda e dolorosa spacca il movimento Lgbtqia+ romano a meno di due settimane dalla grande parata dei diritti civili.

La decisione ufficiale del coordinamento organizzativo di escludere Keshet Italia — l’associazione che unisce le persone ebree Lgbtqia+ — dalla partecipazione con un proprio carro autonomo al Roma Pride del prossimo 20 giugno ha innescato una tempesta politica e culturale.

La polemica, anziché sgonfiarsi, ha superato i confini della comunità arcobaleno trasformandosi in un caso trasversale.

Nelle ultime ore, una petizione online lanciata a sostegno dell’associazione ha superato di slancio le 1.600 adesioni, incassando l’appoggio di storici attivisti per i diritti civili, intellettuali e parlamentari di schieramenti opposti, riaprendo un dibattito cruciale: fino a che punto un corteo nato per celebrare l’inclusione e l’identità può imporre una rigida patente di ortodossia politica internazionale?

Il nodo del manifesto: lo scontro sulla parola “genocidio”

Il cortocircuito nasce attorno alla stesura del documento politico che fa da piattaforma ideale all’edizione 2026. Nel testo del manifesto, i promotori del Pride formulano una durissima condanna delle operazioni belliche condotte dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza, definendole esplicitamente come un «genocidio ai danni del popolo palestinese».

Un passaggio non negoziabile per gli organizzatori, che pretendono l’adesione totale da parte di tutti i collettivi e le sigle che sfilano ufficialmente nel circuito della parata.

La rottura si è consumata proprio qui. I rappresentanti di Keshet Italia hanno contestato la ricostruzione del conflitto inserita nella piattaforma programmatica. Secondo l’associazione ebraica, lo stop al proprio carro maschererebbe una vera e propria ritorsione ideologica: l’accusa, respinta con sdegno, di non aver preso sufficientemente le distanze dalle scelte del governo di Tel Aviv.

immagine di repertorio

Dai fasti del passato alla paura: «A piedi non siamo sicuri»

L’esclusione assume un significato simbolico pesante se si guarda alla storia recente della manifestazione. Keshet è stata infatti una presenza fissa e applaudita nelle passate edizioni del Pride romano. Già lo scorso anno, tuttavia, la comparsa della sigla e dei suoi simboli aveva attirato isolati ma violenti momenti di tensione e contestazioni verbali lungo le strade della Capitale.

L’associazione denuncia di aver chiesto a più riprese di essere integrata nei tavoli di coordinamento politico e nelle assemblee preparatorie dei mesi scorsi, senza mai ricevere risposta, fino alla notifica del diniego per lo spazio autonomo del carro.

Agli aderenti è stato concesso di sfilare a piedi come singoli manifestanti, ma per Keshet si tratta di una proposta irricevibile e pericolosa: senza lo scudo protettivo e l’isolamento logistico garantito da un mezzo mobile, i militanti ritengono che non vi siano le condizioni minime di sicurezza stradale e personale per sfilare serenamente.

La rivolta delle firme e il ricorso a Gualtieri: «I diritti non hanno confini»

Davanti al muro contro muro, la diplomazia dei diritti ha deciso di tentare l’ultima carta, investendo direttamente il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. I promotori della petizione chiedono un intervento di mediazione del Campidoglio per riaprire i canali del dialogo, basandosi su un principio che considerano universale: la partecipazione di un’associazione minoritaria a una giornata consacrata all’orgoglio e alle libertà civili non può essere subordinata a posizioni geopolitiche o di politica estera totalmente estranee alle finalità originarie del movimento Lgbtqia+.

A firmare il manifesto di solidarietà a Keshet è scesa in campo una pattuglia di pesi massimi che unisce la storia dei diritti alla politica istituzionale. Ci sono icone del movimento arcobaleno come Imma Battaglia, Alessandro Cecchi Paone e Anna Paola Concia, ma anche firme trasversali della Camera e del Senato come Piero Fassino, Emanuele Fiano, Roberto Giachetti, Ivan Scalfarotto, Sandra Zampa, la vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno e la deputata Mara Carfagna.

La partita resta aperta, ma lo strappo di via di San Giovanni in Laterano lascia sul campo un interrogativo destinato a sopravvivere alla sfilata del 20 giugno: se il Pride smette di essere la casa di tutte le differenze, chi sarà il prossimo a restare fuori dal recinto?

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