Roma, pugno di ferro contro i narcos: il boss Elvis Demce finisce al 41 bis

Dal carcere ordinava sequestri ed estorsioni. La difesa annuncia battaglia: "Condizioni di salute incompatibili"

Il Ministero della Giustizia ha alzato il muro del silenzio attorno a uno dei nomi più pesanti della malavita romana.

Per Elvis Demce, figura di spicco del narcotraffico della Capitale e dell’area dei Castelli Romani, sono scattate le manette del 41 bis.

Il provvedimento, siglato pochi giorni prima di Natale, segna un precedente storico: è la prima volta che il regime di “carcere duro” viene applicato a un esponente del cartello dei narcos albanesi attivo a Roma.

Il boss che comandava dalla cella

La decisione arriva dopo le serrate indagini della DDA di Roma e dei Carabinieri del Nucleo Investigativo.

Nonostante la detenzione (Demce sta scontando 15 anni per droga e una condanna in primo grado a 18 anni per il tentato omicidio di Alessio Marzani), il boss non aveva mai smesso di esercitare il proprio potere.

Secondo gli inquirenti, lo scorso luglio è emerso che Demce continuava a comunicare con l’esterno, ordinando sequestri di persona ed estorsioni.

Nel mirino era finito un commerciante di auto, “torchiato” dal commando per ottenere informazioni sui rivali legati a Fabrizio Fabietti, braccio destro di Fabrizio Piscitelli, il leader degli Irriducibili ucciso al Parco degli Acquedotti nel 2019.

Bombe e messaggi: gli equilibri del “Nido di Vespe”

La pericolosità di Demce è sottolineata anche da quanto accaduto la scorsa estate: il giorno dopo l’ultima ordinanza a suo carico, un ordigno è stato ritrovato nei pressi dell’abitazione della sua famiglia.

Un segnale chiaro di come il “vuoto” lasciato da Diabolik abbia scatenato una guerra sotterranea per il controllo delle piazze di spaccio, con regolamenti di conti e nuovi posizionamenti tra le bande locali e straniere.

La battaglia legale: «Manca l’accusa di mafia»

La difesa di Demce, affidata agli avvocati Massimiliano Capuzi e Marco Franco, ha già avviato l’iter per annullare il provvedimento. «Riteniamo che non sussistano le condizioni per il 41 bis», ha spiegato il penalista Capuzi, sottolineando come il suo assistito non abbia condanne per associazione mafiosa.

Il nodo centrale del reclamo riguarda però la salute mentale. Secondo i legali, diverse perizie della Corte d’Appello e delle strutture carcerarie attesterebbero condizioni psichiche incompatibili con il rigore del carcere duro, un aspetto che — secondo la difesa — non sarebbe stato valutato nel decreto ministeriale.

Ora la palla passa al Tribunale di Sorveglianza, che dovrà decidere se confermare l’isolamento totale per il narcos che voleva prendersi Roma.


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