“Scacco al Re”, ovvero “Il Re è morto”

La protesta delle scacchiste iraniane
Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini” - 5 Gennaio 2023

Il gioco degli scacchi è proibito per l’Islam poiché “incoraggia le scommesse ed è una perdita di tempo”. Lo ha sentenziato il Gran Mufti dell’Arabia Saudita Sheikh Abdullah al-Sheikh, che ha emanato una fatwa contro il gioco da tavola di strategia. Secondo il Gran Mufti, massima autorità sunnita del Paese, gli scacchi rientrano a pieno titolo tra le scommesse. Servono solo a “perdere tempo e soldi” e a “generare odio e ostilità tra i giocatori”. Secondo il Gran Mufti il divieto è scritto tra le righe del Corano nel verso in cui si condannano “le bevande alcoliche, le scommesse, l’idolatria e la divinazione”.

In Iran gli scacchi non sono mai stati solo un gioco. Erano una ‘questione di stato’ ai tempi dell’antica Persia, dove molti sostengono che siano nati, e lo sono ancora oggi, banditi e osannati, lodati e crocifissi sull’altare della politica e della religione. Negli ultimi decenni, però, sono stati usati per prendere posizione, per protestare, per schierarsi contro le scelte imposte dalla Repubblica islamica o, dall’altra parte, per consacrare una tradizione, imporre una linea di condotta, soffocare ribellioni.

Sara Khademalsharieh, Alireza Firoujza, Atousa Pourkashiyan, Dorsa e Borna Derakhsan, Parham Maghsoodloo e Amin Tabatabaei sono i nomi di queste giocatrici della Nazionale iraniana femminile di scacchi. A noi occidentali dicono certamente poco, le loro storie, invece, molto di più. Tra di loro c’è chi ha già attraversato il punto di non ritorno, lasciando il Paese, e chi ha subito interrogatori, più o meno pesanti, per rendere conto di comportamenti che Teheran ha giudicato irrispettosi e pericolosi. Le colpe sono sempre le stesse: per le donne il rifiuto di seguire le regole rigide sull’abbigliamento da adottare, lo hijab, il velo in primis; per gli uomini l’impossibilità di affrontare (o l’obbligo di perdere senza competere) contro avversari nati in Israele, Paese nemico e non ufficialmente riconosciuto da Teheran.

“Scacco al Re” è una parola di origine persiana, “Shah Mat”, che significa “Il Re è morto” e si usa per indicare che si vuole “sconfiggere qualcuno” o anche “mortificare qualcuno”. E certo, le giocatrici di scacchi della Nazionale femminile iraniana, lo stanno facendo con metodo. Tutte sono, infatti decise a non tornare in Iran e sono pronte a cambiare bandiera pur di continuare a giocare (e a vivere) senza costrizioni. E’ anche questo un modo di protestare contro la brutale repressione degli ayatollah e di dimostrare solidarietà al loro popolo in lotta per la libertà. E’ anche questo un modo di gridare, alto e forte: “Donna, Vita, Libertà!’”.

Le scacchiste iraniane hanno così deciso di seguire l’esempio di molte loro colleghe che giocano già sotto altre bandiere: quella americana, quella francese e quella svizzera. La diaspora delle scacchiste iraniane non è però di adesso. Infatti, diverse di loro, da tempo, hanno lasciato l’Iran e vivono in altri Paesi, giocando per le Nazioni che le hanno accolte. Negli USA, ad esempio, vive Atousa Purkhashjian, 34 anni che a Los Angeles (California) ha aperto, quindici anni fa, una Scuola per insegnare il gioco degli scacchi ai bambini. Perché proprio ai bambini? “Perché non solo gli scacchi sono un bel gioco mentale” – ha dichiarato la campionessa – “ma sono anche un ottimo strumento per insegnare ai bambini a pensare, a prendere una decisione, ad essere realistici in ogni posizione, a migliorare la fiducia in sé stessi.”.

Il Filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804) sosteneva: “Ai nostri studenti dobbiamo insegnare a pensare, non i pensieri altrui”. Il pensiero kantiano esprime, con chiarezza, il significato e il senso della parola “istruzione”. Dunque, non si devono insegnare nozioni con le quali riempire la testa dei ragazzi, ma li si deve abituare a pensare. Allora l’idea messa in pratica dalla scacchista iraniana è cosa buona e giusta per preparare i cuccioli dell’uomo ad usare la propria testa, così da non essere facile preda dei pensieri di altri che potrebbero, magari, rivelarsi funesti.

Intanto in Iran continuano le manifestazioni e continua la repressione violenta a suon di condanne a morte dei manifestanti. L’Agenzia di Stampa governativa Irna ha, infatti, dato notizia di altre due condanne a morte, emesse dalla Magistratura iraniana contro due studenti, di 18 e 19 anni, arrestati durante una manifestazione e colpevoli di essere “in guerra contro Dio”. Due condanne a morte sono già state eseguite e nelle carceri iraniane 11 altri manifestanti, condannati a morte aspettano la loro esecuzione!

 

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Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”

 


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