Sisma L’Aquila. Petrocchi: “Dove c’è popolo, il dramma è condiviso”

Dopo 12 anni dal terremoto, il cardinale ha celebrato una Messa in ricordo delle vittime del sisma nella Chiesa di Santa Maria del Suffragio
Camilla Dionisi - 6 Aprile 2021

“Oggi siamo esortati non solo a ricordare quei drammatici momenti del 6 aprile 2009: ma a farne memoria, vivendoli come comunità ecclesiale e civile”. Nella messa celebrata nella Chiesa di Santa Maria del Suffragio, l’arcivescovo de L’ Aquila, il cardinale Giuseppe Petrocchi, ha voluto così commemorare le vittime di quella tragica notte, tra il 5 e il 6 aprile di 12 anni fa, durante la quale, a causa di una scossa di terremoto di magnitudo 5.9, morirono 309 persone.

Una liturgia, quella presieduta dal porporato, “non dominata da una mestizia reclinata su sé stessa, ma è avvolta dalla luce e dalla grazia della Pasqua”. L’arcivescovo ha sottolineato che “il dramma del terremoto ha reso ancora più Popolo la gente aquilana: la comune tragedia, affrontata insieme ha stretto, con nodi inscindibili, il mutuo senso di appartenenza. “Dove c’è Popolo, il dramma è condiviso: vissuto da tutti e da ciascuno in modo diverso, ma universale. Si stabilisce così una interdipendenza, in cui il mio diventa nostro, e viceversa”.

Parlando della comunità aquilana, il cardinale Petrocchi ha insistito “la commemorazione, che stiamo celebrando, non riguarda solo i familiari delle vittime e la rete degli amici: è un evento di Popolo!”.

Sono stati poi pronunciati i nomi delle 309 vittime perché “non si tratta solo di un appello, codificato in un rituale meccanico. Significa dichiarare un vincolo che c’è e rimane”. Poi le luci accese sulle finestre “espressione esterna delle lampade che ardono nel cuore, alimentate dalla condivisione d’anima e da vicinanza partecipe”. Ed infine i rintocchi delle campane a Piazza Duomo, illuminata di blu, ovvero il richiamo ad un patto sociale scritto nelle coscienze “che ci impegna a tendere, insieme, non solo al come prima, ma al di più e al meglio”.

Le vittime del terremoto sono state e continuano ad essere, ha osservato il porporato, a pieno titolo membri del Popolo. “Non appartengono soltanto ai loro parenti, ma sono e rimangono nostri fratelli e concittadini, nella grande famiglia aquilana. Perciò, insieme a noi, ricostruttori di una Comunità, ecclesiale e civile, impegnata nel tessere iniziative di risurrezione: infatti la ricostruzione, senza risurrezione, sarebbe un’attività solo edilizia e architettonica, destinata a non ricomporre e consolidare il Popolo Aquilano”.

L’arcivescovo ha poi ricordato l’altra calamità, questa volta universale, che si è abbattuta nel territorio: la pandemia. “Anche questa battaglia costituisce una impresa di Popolo”, ha puntualizzato, indicando che “non bastano atteggiamenti virtuosi di una minoranza, che possono essere diluiti o azzerati da comportamenti dannosi di un’altra porzione di persone. Anche se le urgenti e necessarie strategie tecnico-scientifiche e farmacologiche (come la vaccinazione di massa) risolvessero nel tempo il problema sanitario, ma non venissero messi in campo gli indispensabili stili cognitivi e relazionali, segnati da una coesione matura e fattiva, i costi umani, come anche i guasti sociali ed economici, sarebbero disastrosi, e questo non possiamo permettercelo”. Il cardinale Petrocchi ha concluso l’omelia invocando la protezione di Maria: “la preghiera fatta per le vittime del sisma e dalle vittime del sisma aiuti il Popolo aquilano a crescere nei valori cristiani e umani”.


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