Stelle comete e anime pezzentelle: le storie del presepe

Il retaggio di antiche culture nelle pagine di Roberto De Simone e Fausto Nicolini
di Cristina Bardella - 6 Dicembre 2012

Puntuale oramai con l’approssimarsi del periodo natalizio, ecco la polemica sul presepe – o presepio che dir si voglia – una tradizione a quanto pare identificata come pericolosamente oscurantista:. Ma tuttavia presente nel Bel Paese, come emerge (anche) dalla lettura, ad esempio, de "Il presepe popolare napoletano" (Einaudi 1998 e 2004) di Roberto De Simone, un autore non credibilmente in odore di oscurantismo.

Non c’è dubbio che De Simone sia uno dei maggiori conoscitori della storia, della cultura e delle tradizioni napoletane; saggista, musicista, autore teatrale, accademico di Santa Cecilia a cui si deve, tra l’altro, la diffusione (non possiamo dire il recupero poiché questo spetta di diritto a Benedetto Croce) di Giambattista Basile, nome straordinario del Seicento e di tutta la letteratura italiana di cui De Simone ha adattato la "Gatta Cenerentola" – che ancora fa scuola – e reso più agevole la lettura del "Cunto de li Cunti". Il poliedrico scrittore non ha mai offerto di Napoli un’immagine oleografica e consolatoria privilegiando, pur nella passione per la sua città, la visione dell’autentico studioso e ricordando in ciò Fausto Nicolini, il grande saggista collaboratore e biografo dello stesso Croce, specialista di Vico nonché autore de "Il presepe napoletano settecentesco" (1956) e del meno noto eppure incantevole "Scorribande presepiali" apparso l’anno seguente. 

Nell’opera in parola De Simone va tuttavia molto oltre lo specifico napoletano, tracciando le varianti del presepe genovesi, pugliesi (Grottaglie e Lecce), provenzali, spagnole, russe e latinoamericane, tutte comunque riconducibili alla festa del Natale precristiano coincidente con il solstizio d’inverno e quindi con il ciclo delle feste propiziatorie per il ritorno della luce e della fertilità. Da qui parte sia una sorta di sospensione del tempo – in modo che venga rigenerato -, sia il mito dell’avvento di un Bambino solare, l’egiziano Horus, il persiano Zoroastro, il greco Dioniso. Al Bambino pagano il Cristianesimo sostituisce Gesù, dalla fede individuato e determinato nel tempo e nello spazio, il Figlio di Dio capace di realizzare la "coesistenza dei due livelli, l’umano e il divino" e "dei due mondi, quello dei morti e quello dei viventi".

Come è noto, quando il Cristianesimo diverrà religione ufficiale, stabilendo la nascita di Gesù il 25 dicembre, gli antichi riti e credenze pagani non sarebbero scomparsi del tutto, ma avrebbero concorso a formare il complesso tessuto delle celebrazioni natalizie, deprecate da Sant’Agostino quanto alla sovrapposizione del Natale solare con quello cristiano (ricordiamo le tre messe natalizie in vigore dal IV secolo: a Roma il Papa presiedeva la messa di mezzanotte a Santa Maria Maggiore, detta anche Santa Maria "ad praesepe", dove era stata riprodotta la grotta poi divenuta una tettoia lignea; la messa dell’aurora a Sant’Anastasia, la basilica ai piedi del Palatino frequentata dalla comunità bizantina locale devota alla stessa Santa, onorata il 25 dicembre; ed infine la messa del giorno a San Pietro). Il presepe è la forma più evidente ed immediata di tali diversi sostrati culturali, che prendono appunto una rappresentazione metastorica dove nulla è lasciato al caso e dove ogni componente ha un preciso riferimento simbolico, partendo dalla struttura rimandante ad un viaggio misterico che inizia dal buio mondo sotterraneo, sino alla epifania della luce che capovolge la morte per fare ritorno al ciclo vitale; e dunque intorno alla grotta, il simbolo misterico per eccellenza, si situano il pozzo, collegamento tra superficie ed acque del sottosuolo (per antica usanza non si attingeva acqua a Natale perché la si credeva avvelenata da esseri demoniaci) ed il ponte, "topos" di innumerevoli racconti delle tradizioni popolari poiché transito tra il mondo dei vivi e quello dei morti, luogo di elezione del diavolo e di incontri notturni dell’incubo, vedi i morti uccisi e quelli giustiziati, la monaca con la testa mozza dell’amante in mano, il lupo mannaro, e via dicendo.

Tralasciando le figure del bue e dell’asino, oggetto in questi giorni di ulteriore polemica e perciò rimandando alla contestuale risposta di studiosi sul ruolo dei due animali, ricordiamo altri personaggi di contorno della Sacra Famiglia, ciascuno dal significato simbolico "non sempre facilmente decifrabile, soprattutto perché nelle tradizioni popolari si riscontrano aggregazioni e accumulazioni di segnali appartenenti a epoche diverse ed entrate a far parte del codice dell’immaginario": così i Re Magi hanno rispettivamente un cavallo bianco, baio
(rosso) e nero, alludendo al percorso solare quotidiano terminante con la nascita del nuovo sole, cioè di Gesù; a loro in passato si univa la "Re Màgia" (e non regina), rappresentazione della Luna e promessa sposa del Re moro, rappresentazione della notte.

Le lavandaie, riferite ai vangeli apocrifi, sono dapprima levatrici, poi coloro che lavano le fasce al Bambino; la zingara (che si è sempre chiamata così, come la chiama De Simone, e non correggeremo la denominazione in nome del politicamente corretto) con il bambino in braccio è correlata alla fuga in Egitto oppure a Stefania, la donna a cui gli angeli, secondo gli antichi usi, impedirono di far visita a Maria perché nubile; allora lei fasciò una pietra per simulare un neonato e, per un miracolo della fede davanti alla Madonna, la pietra divenne davvero un bambino: il futuro Santo Stefano, protomartire ed onorato il giorno successivo al Natale. I personaggi raffiguranti i mestieri traggono origine dalle processioni medievali ed impersonano il ciclo dei mesi – dal macellaio di gennaio al venditore di ciliegie di maggio, quello di fichi di settembre e quello di castagne di novembre, fino al pescivendolo di dicembre – con un doppio significato, il tempo passato e l’augurio che il nuovo anno sia abbondante; e le coppie, di particolare valenza dualistica, il pescatore ed il cacciatore, lo zampognaro vecchio e quello giovane con la ciaramella, ossia il pastore Armenzio ed il figlio Benino (emblemi questi dell’anno morente e dell’anno nascente, e delle fasi agro-lunari in genere: ma Benino è anche identificato come il pastorello della meraviglia, colui che compie un cammino verso la grotta, ossia dall’ignoranza alla rivelazione simboleggiata dalla luce), e i due giocatori di carte, detti zi’ Vicienzo (riferito al Carnevale) e zi’ Pascale (la Morte: ed infatti al cimitero napoletano delle Fontanelle esisteva un cranio detto appunto zi’ Pascale, a cui si chiedevano i numeri del lotto).

Ed alla simbologia presepiale napoletana fanno riferimento i simboli numerici tradotti nella cabala e nella spiegazione dei sogni secondo la Smorfia, dove il numero 4 è riservato alle "Stelle e Comete" (nella tombola, quasi sempre difforme, il 4 significa maiale). Nella tradizione di Grottaglie il pastorello che vede la stella – dunque posto prima sul punto più alto e poi inginocchiato davanti alla grotta – è "Niniello lo sbantuso", cioè "il meravigliato": qui la luce si collega al Natale dal triduo di Santa Lucia (12, 13, 14 dicembre), quando la notte inizia ad essere più breve e le ragazze andavano in processione con una zucca vuota e una candela accesa all’interno cantando un’antica preghiera per il ritorno del sole ("Jesce sole, jesce sole pe’ lu Santu Salvatore").

Come in ogni antica cultura i riferimenti alla morte ed ai morti sono molteplici, dal mugnaio (la farina e l’imbiancamento sono antichissimi simboli funebri: le regine cattoliche portavano il lutto bianco) alle pecore, spesso anime dei defunti, come i questuanti, simboli delle anime del Purgatorio invocanti preghiere per la loro anima: le "anime pezzentelle", dove pezzente trae origine dal latino "petere", chiedere per avere, ed a cui la tradizione ha legato le due sentinelle – poi due carabinieri – metafora degli angeli carcerieri a guardia del Purgatorio. Gli angeli, in numero di tre, sono un elemento essenziale: quello centrale, vestito di oro o di giallo, con il cartiglio "Gloria in excelsis Deo" è detto perciò "gloria del Padre", quello alla sua destra, vestito di bianco, con l’incensiere è "la gloria del Figlio", mentre l’angelo con la tromba è "la gloria dello Spirito Santo", ossia il soffio divino ed è vestito di rosso, il colore appunto
dello Spirito Santo.

Ma sono presenti anche gli elementi demoniaci (la monaca peccatrice di cui sopra, l’oste malvagio ed altri), poiché, secondo l’ancestrale credenza, nei dodici giorni che vanno dal 24 dicembre al 6 gennaio si attivano gli spiriti buoni come quelli cattivi; e per esorcizzare la mala azione di questi ultimi il presepe casalingo non si deve collocare nella camera da letto e si deve contornare di cinque erbe magiche (mortella, muschio, pungitopo, rosmarino, vepre o restina) a cui si aggiunge l’incenso da bruciare. Sia Nicolini che De Simone dedicano pagine vive alla "Cantata dei Pastori", il seicentesco dramma sacro composto da Andrea Perrucci ed intrinsecamente legato al presepe: il primo descrive la lotta tra l’arcangelo Gabriele e Belfagor che vuole impedire "lo fatale andare" di Maria alla grotta e quindi la nascita del "Verbo Umanato", tra personaggi della Commedia dell’Arte napoletana ed il finale con la Madonna assunta in cielo. Il secondo riporta l’"Intervista a tavola con un diavolo, morto la notte dell’Epifania", cioè ad Elio Polimeno, marinaio e celebrato interprete del ruolo del diavolo nella storica rappresentazione nella chiesa, non a caso, dell’Assunta a Torre del Greco, dove il momento culminante era l’attesissima ed acclamata caduta (‘a caruta) del demonio. Polimeno è morto la sera dell’Epifania del 1998 dopo avere recitato un’ultima volta nella "Cantata". Le rappresentazioni della Natività sono peraltro molto più antiche. Nelle "Scorribande" Nicolini richiama "il culto del presepe ravvivato e drammatizzato dall’azione" già nei secoli IX e X in Inghilterra ed in Germania, e dal XII secolo in quasi tutta l’Europa nord-occidentale (in musei tedeschi sono conservate preziose culle gotiche dove si deponeva il Bambino scolpito): il "geniale perfezionatore" delle rappresentazioni nordiche fu, come noto, San Francesco, che nella notte di Natale del 1223 trasferì il presepe dal chiuso di una chiesa al paesaggio naturale.

Il ricordo di quella notte fu effigiato da Giotto nella Chiesa superiore di San Francesco ad Assisi, mentre in quella inferiore un artista della scuola giottesca "dava una compiuta raffigurazione pittorica del presepe propriamente detto", ovvero un modello costituito da elementi poi riscontrabili dal Rinascimento al Settecento, fino ai presepi moderni. Infine un’altra notazione dal Nicolini: il "presepe semovente" delle marionette rappresentato dal Medioevo al Seicento nelle chiese di Francia, Spagna, Inghilterra (fino allo scisma di Enrico VIII), Germania, Russia ed in Polonia (la "Szopka"); bandito dalle chiese, lo ritroveremo nelle celebri "crèches" di Marsiglia ed ancora a Napoli, attestato da un documento del 1791, come "Presebbio ca se frìcceca".

da www.rinascita.eu (2012-12-06 12:00:00) 


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