Su Roberto Pagan, su Trieste e sul triestino

Presentazione all’Aleph in Trastevere della raccolta poetica Àlighe (Alghe)
V. L. - 12 Novembre 2011
È stata una serata davvero deliziosa quella di venerdì 11 novembre, nella sala dell’Aleph, in vicolo del Bologna 72, a Trastevere nella quale è stata presentata, con la partecipazione dell’autore il libro di poesia in dialetto triestino Àlighe (Alghe), vincitore del Premio Nazionale di poesia nei dialetti d’Italia Ischitella-Pietro Giannone 2011.   Luigi Celi ha introdotto l’incontro con garbo e con annotazioni sobrie quanto appropriate sulla figura e l’opera di Pagan, confessando il suo stupore nell’aver scoperto piacevolmente l’insospettato versante dialettale dell’autore, in cui egli si rivela, non meno valido di quello, finora più noto, in lingua. Ed gliene ha chiesto la ragione e le motivazioni.   E, fortunatamente per lo scelto uditorio (composto di molti i poeti in dialetto e in lingua e di fini critici, tra cui i coniugi Giachery), Pagan non è stato affatto avaro nel renderlo partecipe del perché della scelta del dialetto per questa sua ultima raccolta: “Il libro è venuto da sé, si è fatto largo prepotentemente e quel dialetto che io ho parlato correntemente fino ai 25 anni, ha preso corpo nei versi del libro. A Trieste, allora, si parlava correntemente in dialetto, lo facevano persino i rappresentanti dei ceti elevati. Italo Svevo parlava triestino e lo stesso Joyce, quando lo ha incontrato ha conversato con lui in triestino. Io facevo fatica a parlare in italiano. Ma poi, studiando, sono diventato un perfetto bilingue. A vent’anni avevo scritto una decina di poesie in dialetto (le conservo ancora) con le quali avevo addirittura vinto un premio; a ventiquattro anni avevo composto un poemetto dal titolo “Ciàcolo ergo sum”. Poi più niente, anche se ho seguito sempre con molta attenzione la poesia neodialettale, valutando quel fenomeno come un tentativo importante di rinvigorimento della “stagnante” lingua italiana. Il dialetto è soprattutto oralità, profondità di sentimenti, assenza quasi del tutto di artifici retorici (El parlato no va pe’l sutil). E quindi ho avvertito nella piena della riemersione delle memorie e degli antichi affetti il pericolo di debordare. Mi ha salvato il filtro, che da sempre mi accompagna, dell’ironia, di quel carattere tipicamente triestino, che più che all’espansione dei sentimenti, è portato a sminuirli, a dissimularli, favorito in ciò dalle asprezze dello stesso dialetto”.   Oltre all’ironia, va aggiunto secondo noi, l’autoironia e l’uso sapiente del registro “comico” di Pagan che sa scherzare con cose molto tristi o che fanno correre il rischio di debordare nel sentimentalismo. E Pagan è autore misurato, dotato di un autocontrollo sorvegliatissimo, anche, e direi soprattutto, maneggiando la materia delicata che sta dietro alla lingua materna, a quella degli affetti più carnali e profondi.   E allora si tratta di cogliere il poeta nei rari momenti in cui lascia andare il freno, anche se per poco. Accade ad esempio nella dedica del libro che fornisce tracce importanti (da rinvenire poi nei testi delle poesie) : Alla memoria / di mio padre Silvio / di mia madre Frida / di mio fratello Claudio / che, tra le molte cose, / mi hanno insegnato / il fasto dei colori / la pazienza delle parole / le avventurose inquietudini / delle farfalle. Quando si commuove al ricordo di quella vecia noneta / che soto la sfesa la me sburtava / cioccolatini), quando “rivela” il suo incontro con la moglie Claudia: E ela ziveta / un poco sbisighina: Ciapa – la ghe ga dito – e la ghe meti / ridendo tra le man la su’ manina. / Cussì passeto / dopo passeto i ’riva in-tel giardin / drio de la statua de Rosseti. E là sentai / su la panchina ci ci ci i se conta / un poche de robete, el più / faseva i oci.   Quando rievoca gli incubi dell’infanzia tenuti a lungo segreti: Co’ iero picio mi, ma propio picio, xe stà un periodo / che no podevo indormenzarme per via de ’sto pensier / che me vigniva chi sa de dove, cussì picio, / che me disevo co’ se mori no se xe più, e tuti / o prima o dopo mori, mama papà e anca mi / morirò un giorno. E no me davo pase e solo / ’sta fantasia me dovevo inventar per consolarme: un leto / enorme e verde come un pra’ e là sora / se distirava tuti grandi e fioi tignindose per man. Cussì / a poco a poco me calmavo.   Il suo rapporto con Trieste, con il suo dialetto, il suo estraneamento (questo sentirsi nella propria città ed essere e sentirsi al tempo stesso un estraneo) e quello della città (divenuta quasi avulsa dal contesto nazionale, rispetto a quella dinamica di un tempo) sono stati temi dominanti nel corso della serata, attraverso gli interventi di Pagan e attraverso le letture poetiche. Il dialetto: Se po’ me meto a pensarme in dialeto / ’sta lingua che più no se parla / che nissun no capissi / me sento stranido, me vien mal de mar / paura me vien de i fantasmi / che no i se dismissii nel scuro / nel fondo de mi. Trieste: Xe un’isola / fora del mondo, sti mati / i ga messo una vela e i naviga / al lasco, beati. De sto mona / nissun ga savesto, no i sa gnanca che esisto. / Nemo profeta – se disi. Ma nemo / xe propio meno de meno. Mi a vinti ani: / una promessa! Come el soldo i me conosseva / e el còcolo iero / de Gioti, de Stuparich, de la / Pitoni, un poco perfina / de Saba. Se me ricordo? Mi me ricordo perfina / de quando che iera l’idrovolante in Sacheta. / Ma questi gnanca no sa coss’ che iera / l’idrovolante.   A proposito ancora di Trieste e di “triestinità”, a sorpresa, ma per meglio far comprendere il suo rapporto con essa e con il suo dialetto, Pagan ha concluso il suo dire leggendo, con un filo di commozione, una poesia di Umberto Saba, intitolata appunto “Trieste”, di circa 100 anni fa, sottolineando questi versi: Trieste ha una scontrosa / grazia. Se piace, / è come un ragazzaccio aspro e vorace, / con gli occhi azzurri e mani troppo grandi / per regalare un fiore; / come un amore / con gelosia (…) La mia città che in ogni parte è viva, (allora ha commentato Pagan) / ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita / pensosa e schiva.   Roberto Pagan tuttavia oltre che poeta è anche critico molto raffinato, capace di saper anticipare quello che potrebbero dire (post mortem) certi critici (quelli che guardano al dialetto con sufficienza): prima che po’ i me disi, dopo morto: bravo, / pareva un poco arretrato, alla fine / regredito al dialetto, ma che limpidezza / che cristallino candore, pareva / senile demenza, ma quanta quanta saggezza.   Il Libro   I testi di Àlighe (Alghe) hanno una loro trama che chiama in causa il lettore con deliberato proposito e senza reticenza. La raccolta si apre con un elegante “Baleto” (Balletto) cui fanno seguito testi di lunghezza e spessore diverso ma sempre tali da provocare nel lettore ansia d’attesa e raggiunta soddisfazione di verità. Ci sono momenti visitati da fervore teoretico dove viene esplorata in 23 versi ‘la dialettica del dialetto’; l’inadeguata congiuntura che rivela Freud all’autore e, nello stesso tempo, gl’impone di non adoperarlo. Emerge a tratti la vita di famiglia: l’afflato partecipe della madre alle vicissitudini di due guerre crudeli: la prima e la seconda guerra mondiale. Ma ci sono, dialetticamente inserite immagini di animali ‘pegore e mussi’ (pecore e ciuchi), elefanti abitati da ininterrotta memoria. Pagan si rivela magistrale inventore di trame coinvolgenti.   L’Autore   Roberto Pagan è nato a Trieste nel 1934, dove si è formato nella scia degli ultimi rappresentanti di quella grande stagione giuliana della cultura mitteleuropea: Saba, Giotti, Stuparich, Marin. Scrittore e critico e soprattutto poeta. La sua opera in versi è compresa in: Sillabe, Il Ventaglio, Roma 1983; Genealogie con ritratti, Bastogi, Foggia, 1985; Il velen dell’argomento, Edizioni del Giano, Roma, 1992, Per linee interne, Interlibro, Roma, 1999; Miniature di bosco – 101 haiku, Zone Editrice, Roma, 2002; Vizio d’aria, ivi 2003, Il sale sulla coda, ivi 2005, Archivi dell’occhio, ivi 2008 (vincitore Minturno 2009; finalista al Premio Feronia 2009).

Suoi testi di poesia e di saggistica sono presenti in varie riviste e antologie. È stato tra i redattori del trimestrale di narrativa “Nuova prosa”. Attualmente è collaboratore del trimestrale di poesia “Pagine”, Zone Editrice. Dal 1969 vive tra Roma e la Maremma toscana. 


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