Teatro Gerini story. Per non dimenticare

Ricostruiamo l’intera storia dell’Opera salesiana di Via Tiburtina
di Federico Carabetta - 9 Dicembre 2013

La nuova occupazione del Teatro Gerini ci fornisce l’occasione di ripercorrere l’intera storia dell’Opera salesiana Teresa Gerini di via Tiburtina, di cui il teatro costiotuiva il gioiello, perché si serbi memoria dello scempio che di questa si è fatta.

Nell’ormai lontano 1957, l’8 novembre, il quotidiano “Il Popolo” nella cronaca di Roma così celebrava: “Ormai completo dopo mesi e mesi di lavoro, il nuovo grande istituto salesiano intitolato alla marchesa Teresa Gerini-Torlonia, sta per essere inaugurato. Il 10 novembre, alla presenza di personalità, di abitanti del nuovo sobborgo industriale della capitale e di migliaia di giovani ospitati negli altri istituti dell’Opera Salesiana, il grande complesso aprirà per la prima volta i battenti. Poi, tra breve, dallo stesso grande cancello sulla via Tiburtina, cominceranno ad entrare i mille e duecento giovani che l’istituto si propone di formare e di istruire…”

L’inaugurazione vede la presenza delle più alte cariche istituzionali tra cui il cardinale Micara, Aloisi Masella, il Rettore Maggiore dei Salesiani, il Sindaco di Roma Umberto Tupini, l’on. Dominedò, il prefetto di Roma Biancorosso, assessori e consiglieri comunali e donna Isabella Caetani Aragona sorella del marchese Alessandro Gerini. Non manca il messaggio augurale e la benedizione di Pio XII, inoltrato da mons. Angelo Dell’Acqua.

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In particolare, l’oratorio viene così descritto “Avamposto sociale, potrà ospitare circa duemila ragazzi: esso dispone di uno stadio con due gruppi di tribune e con due campi da calcio di dimensioni regolamentari, di campi da tennis, pallacanestro e pallavolo, di piste per corse, per atletica e per pattinaggio, di una attrezzatissima palestra coperta, di un cine-teatro con 1.500 posti a sedere tra platea e galleria”. Il grande corpo di fabbrica aveva di tre piani e conteneva un numero ingente di laboratori di artigianato, varie aule, un’aula magna, una palestra e una navata ecclesiale”.

Per costruire quel bendiddio che si stendeva su mezzo chilometro della Tiburtina, il senatore Gerini sborsò all’epoca qualcosa come 5 miliardi quando lo stipendio medio di un impiegato era di circa 30mila lire al mese.

Oggi, dopo appena 56 anni, non è facile figurarsi il contesto storico nel quale nasce “la grandiosa opera di Don Bosco per i figli del popolo”, dove i padri salesiani iniziano una missione che ancora viene ricordata, per quella gioventù che due anni prima, nel 1955, Pasolini narra in “Ragazzi di vita” e, due anni dopo, in “Una vita violenta” dove è descritta con scabrosa asprezza la gioventù di quel deserto urbano chiamato periferia e la loro quotidianità fatta di espedienti perversi per sopravvivere in quella miseria morale e materiale.

Oggi molta parte di questo meritevole complesso non esiste neppure l’ombra: la grande ala dell’oratorio, laboratori, aule, palestra, chiesa (non ce ne sono ancora di simili in tutto il municipio), tutto distrutto come lo stadio con tribune, campi da calcio, tennis, pallacanestro e pallavolo, piste, palestra coperta. Ora, al loro posto, c’è uno spiazzo spettrale su cui dovrebbe sorgere un ennesimo grande centro commerciale.

Per tentare almeno di evitare questo scempio, l’allora presidente del municipio Ivano Caradonna, non mosse un dito, sordo ad ogni appello. E pensare che ad ogni favorevole occasione aveva sbandierato di teatro stabile e spazi museali per i reperti archeologici del territorio.

Tutto avvenne in barba al Piano Regolatore, non prevedendo questo nuove costruzioni nell’area, con il placet dell’Ufficio tecnico del municipio, il permesso del IX Dipartimento del Comune, dribblando il consenso regionale, non tenendo conto che quell’opera avrebbe dovuto beneficiare di vincolo perché bene storico e culturale.

L’unico a salvarsi dalle ruspe è stato – fino ad ora ma non si sa cosa succederà – il teatro che ancora oggi rappresenta per grandezza il terzo teatro di Roma e sorvoliamo sulle caratteristiche e particolarità ancora oggi all’avanguardia. Valsero, per quest’ultimo le proteste di cittadini e personalità della cultura e dello spettacolo come Mario Monicelli, Giuseppe Tornatore, Ascanio Celestini, Nino Frassica, Erminia Manfredi ed altri.

Ora il teatro è lì: attende la decisione dall’alto, se tesaurizzare o meno questa realtà sopravvissuta all’ignobile scempio, e che se un luogo – così essenziale oltre che storico per il municipio – che promette di continuare nel suo importante ruolo per la cultura, oppure se abbandonarlo. Noi perseveriamo nella speranza che i nostri Amministratori attuali e il sindaco Marino in primis, saranno più sensibili non soltanto verso la storia ma anche verso le necessità presenti e future dei cittadini.


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