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Totti come Gheddafi?

Una metafora semiseria per guardare oltre la diatriba tra il capitano e la Società giallorossa
di Nicola Capozza - 28 Agosto 2011

Totti come Gheddafi?

Quello che sembra un bizzarro gioco estivo, l’inverosimile somiglianza tra i due lontani e diversi accadimenti di queste torride giornate romane registra sorprendentemente qualche elemento in comune.

Totti, infatti, come Gheddafi, possedendo ancora il petrolio della ricchezza di consensi della tifoseria giallorossa, continua a credere che il tempo del dominio sui campi di gioco, come pure del potere fuori dei campi di calcio da lui esercitato, possa essere eterno e senza scossoni.

Il capitano, estromesso come il Rais di Tripoli, dal suo Quartier Generale di Trigoria (aveva lì nientemeno che un suo personalissimo ufficio) dal Direttore Generale in pectore della Roma, Franco Baldini, si è visto togliere l’erba sotto gli scarpini delle trame e degli affari che conduceva con la famiglia Sensi facendo il bello e il cattivo tempo nella scelta e nella bocciatura degli allenatori o dei giocatori in entrata o in uscita.

Ora, come il Rais libico, si ribella resistendo e fuggendo sotto i corridoi degli spogliatoi dello stadio Olimpico dopo una sua impensabile (?) sostituzione invece di stare in panchina come un vero capitano a incitare i suoi compagni.

E allora si appella al popolo giallorosso e al mondo della stampa, chiamati in causa per aiutarlo a ristabilire l’ordine gerarchico del passato contro la nuova Società e il nuovo allenatore che guardano al progetto di rinascita della squadra con l’occhio lungo di 3-4 anni.

La vera rabbia di Totti è quella che, avendone oggi già 35 di anni, non accetta neppure quello che è un naturale declino biologico: quello di lasciare spazio ai giovani. Ma, si sa, i monarchi si sentono immortali perché in odore di divinità. Come Gheddafi, appunto.

I libici, ai quali auguriamo di liberarsi definitivamente del dittatore, sembrano ora in grado di lasciarsi alle spalle quella che finora è stata la venerazione religiosa verso il loro Totem.
Sembrano, cioè, avere la forza di superare la favola della presunta e illegittima immortalità del loro Rais, costruendo subito valide alternative.

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Insomma, proprio come osservava Freud, una comunità deve avere il coraggio di “uccidere il padre primordiale che monopolizzava il possesso delle donne”, per avere la possibilità di diventare adulta e camminare con le proprie gambe.

Se il popolo giallorosso non supera lo psicodramma di restare orfano del proprio padre continuerà a camminare con la testa volta all’indietro.

Come se ne esce, intanto, da questa diatriba distruttiva tra Totti e la Società?

Con una doppia esigenza.

La prima: la Società deve essere franca e chiara, dicendo a Totti che a 35 anni il suo contributo non può essere pieno e agonisticamente al massimo, e che lui al contrario dovrebbe curare la crescita dei giovani, intanto dando il buon esempio e, poi, lasciandogli lo spazio necessario.

La seconda: Totti, pur consapevole di essere stato il più grande giocatore della Roma, deve accettare il corso naturale della legge anagrafica e farla finita di volere dettare legge anche fuori del campo come faceva coi Sensi. 


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