Tra storia e lessico famigliare: La famiglia F. di Anna Foa

Dalla nostalgia del futuro alla fine di una grande illusione: le vicende di una famiglia che ha attraversato da protagonista la storia d’Italia del XX secolo
Francesco Sirleto - 15 Aprile 2019

“Veniva a volte Vittorio la sera da loro, quand’era di passaggio a Torino. Vittorio era uscito dal carcere durante il governo Badoglio. Era stato uno dei capi della Resistenza, in Piemonte. Era del Partito d’Azione. Aveva sposato Lisetta, la figlia di Giua. Morto il Partito d’Azione, era diventato socialista. L’avevano eletto deputato. Viveva a Roma. Lisetta non era molto cambiata, dal tempo che andavamo in bicicletta e mi raccontava i romanzi di Salgari. Era sempre magra, dritta e pallida, con gli occhi accesi e col ciuffo sugli occhi” (Natalia Ginsburg, da Lessico famigliare).

“Basso – dopo una dichiarazione di voto alla Camera che ebbe grande eco – si divideva dal PSI e avrebbe accettato di presiedere il Psiup, una scissione composta, più che dai suoi, dai morandiani ma che trascinava con sé un grande sindacalista eterodosso come Vittorio Foa e molti giovani della nascente protesta universitaria” (Rossana Rossanda, da La ragazza del secolo scorso).

“È singolare anche l’impasto di culture e di storie che portò il sindacato italiano dei metalmeccanici a quell’apice di presenza autonoma e di creatività. Allineo nomi: Bruno Trentin, che muove da Giustizia e Libertà e approda alle sponde del sindacato di Di Vittorio; i fermenti e le inquietudini del movimento cattolico che accomunavano insieme figure come Macario e Carniti; il socialismo mescolato di Giorgio Benvenuto e di Piero Boni; e una figura così prossima alla storia dei metalmeccanici come Vittorio Foa” (Pietro Ingrao, da Volevo la luna).

 

L’incontro con un libro sostanzialmente autobiografico come La famiglia F. della nota storica Anna Foa, della quale avevo letto diverse opere storiografiche (fondamentale lo straordinario Ebrei in Europa. Dalla peste nera all’emancipazione XIV – XIX secolo), è stato abbastanza casuale: avevo preso l’impegno, insieme con i miei alunni, di presentare il suo ultimo libro, Andare per i luoghi di confino, nella mia scuola. Sull’apposito scaffale della libreria La Feltrinelli sul quale era ben in vista il testo ricercato, erano presenti, anch’esse in bella mostra, diverse copie di questa “autobiografia familiare”, con la conseguenza che invece che con un solo libro, sono uscito dalla libreria con due libri della stessa autrice, leggendoli così ambedue in appena tre giorni. Adopero l’espressione “autobiografia familiare”, leggermente ossimorica, in quanto l’autrice ripercorre le vicende dei propri genitori, nonni, bisnonni, ma anche fratelli, cugini, zii, parenti in genere (ancora viventi ma per lo più scomparsi), alla luce del suo personale percorso e della sua formazione intellettuale, nonché delle proprie scelte di tutta una vita. Sotto questo profilo, non si può non accostare La famiglia F. ad un altro libro, da considerarsi uno dei più famosi e celebrati della letteratura auto-biografica del ‘900, vale a dire Lessico famigliare (Premio Strega 1963) della torinese (anche se nata a Palermo) ed ebrea Natalia Ginsburg nata Levi. L’accostamento è anzi d’obbligo, sia per quanto riguarda il contenuto e in parte anche lo stile “narrativo-memorialistico” del testo, sia (a maggior ragione) perché simile, se non identico, lo sfondo, il “milieu”, nel quale si inseriscono le vicende narrate: la buona borghesia ebraica torinese otto-novecentesca, caratterizzata da una formazione laico-illuministica, da ideali umanitari e socialisti, fortemente impegnata nella militanza socialista prima della prima guerra mondiale, poi nell’antifascismo durante gli anni del regime (pagandone perciò le ovvie conseguenze in termini di persecuzioni, anni di carcere e di confino, deportazioni e a volte tragiche conclusioni della vita di molti singoli esponenti), successivamente nella Resistenza e nella ricostruzione morale e materiale del Paese nel dopoguerra.  Sono molti, infatti, i personaggi che compaiono in entrambi i testi: a partire, ovviamente, dai genitori e dai più stretti congiunti delle due autrici, in relazione tra loro per legami di amicizia e per motivi di collaborazione in attività professionali, culturali e politiche. Emergono, dalle pagine di Anna Foa, personaggi che hanno lasciato un’impronta indelebile nella cultura e nella politica non solo torinese, ma nazionale: Carlo Levi, Primo Levi, Cesare Pavese, Giulio Einaudi, Aldo e Carlo Rosselli, Emilio Lussu, Augusto Monti e molti altri; gli stessi personaggi citati, con altrettanta cura memorialistica e anche con gratitudine ed affetto, nel libro della Ginsburg; spesso si fa riferimento, soprattutto quando si tratta di arresti, di processi, di condanne e di luoghi di confino, alle medesime vicende. Vi è però da registrare un carattere importante, che costituisce la “differenza specifica” ma anche la cifra del libro della Foa: l’impronta fortemente storiografica che, sebbene l’autrice tenti di tenere ai margini di un racconto che, nelle intenzioni, vuole essere soltanto una narrazione/riflessione sulle vicende biografiche proprie e dei propri familiari, tuttavia s’impone quasi naturalmente, offrendo un senso e un significato più alti alla successione degli eventi. D’altronde, quando si esercita il mestiere di storico, risulta difficile, se non impossibile, non assumere un punto di vista più generale, dal quale inquadrare le storie personali nel percorso e nelle trasformazioni, a volte epocali, di tutto un popolo. Soprattutto quando certe storie personali hanno concorso a determinare le svolte e i traguardi conseguiti dalla comunità, ristretta o allargata (il gruppo etnico, la classe, il partito, la nazione) che sia, alla quale si sente di appartenere. E’ il caso, tanto per fare un esempio, del papà di Anna Foa, Vittorio, che appare quale autentico protagonista, o fondamentale punto di riferimento, della narrazione. Vittorio Foa è stato, nella sua lunga vita (nato nel 1910, ha attraversato, e non certo da semplice comparsa, un intero secolo, lasciandoci a ben 98 anni nel 2008), uno degli uomini che più hanno influito nella storia italiana, almeno a partire dalla caduta di Mussolini (luglio 1943) fino a tutti gli anni Settanta. Fondatore del Partito d’Azione, Comandante partigiano delle formazioni Giustizia e Libertà, membro della Consulta e dell’Assemblea Costituente, più volte deputato e senatore della repubblica, uno dei massimi dirigenti della CGIL (fu il braccio destro di Giuseppe Di Vittorio per molti anni), punto di riferimento morale e culturale dei vari movimenti studenteschi tra il 1968 e il 1977, Vittorio Foa, pur conservando una posizione autonoma e a volte “eretica”, è intervenuto in maniera puntuale e autorevole in tutti i più importanti e drammatici snodi della storia della sinistra italiana e dell’intero Paese. Vittorio Foa, nonostante sia stato da tutti stimato per la sua statura morale e intellettuale, rimase un “isolato”: questo è il dato che più emerge nelle pagine e nelle righe a lui dedicate nel testo, ed è forse questa solitudine che la figlia Anna vuole maggiormente rimarcare e partecipare al lettore.

Lo fa da storica, riflettendo sui motivi profondi che l’hanno determinata; ma lo fa anche da figlia, con tenerezza e solidarietà. Lo stesso affetto che dedica alla figura della madre, Lisa Foa nata Giua, un’intellettuale impegnata che, negli anni Settanta, ha costituito un punto di riferimento importante per tanti giovani che si avvicinavano alla politica aderendo ai gruppi della sinistra extraparlamentare, e che volevano perciò allargare i propri orizzonti, culturali e scientifici, con informazioni di prima mano sulla Cina e sui Paesi dell’Est europeo. Una studiosa che, prima di navigare nella variopinta galassia extra-parlamentare, si era formata nelle file e nelle strutture di quel monolite chiamato Partito comunista italiano, lavorando al fianco di Togliatti, nell’Associazione Italia-URSS, nelle riviste e nei giornali che quel partito aveva fatto nascere e sviluppare al fine di affermare la propria egemonia nella cultura italiana del dopoguerra. Il rapporto molto complesso tra i genitori dell’autrice con il PCI, da una parte e, dall’altra, il rapporto (umano e intellettuale) non sempre facile tra Vittorio e Lisa, costituiscono i due filoni principali sui quali si snodano le riflessioni e le narrazioni che in-formano la sostanza de La Famiglia F.

Le vicende personali dell’autrice (la sua breve militanza nel PCI, la sua scelta di intraprendere la professione docente, la sua riscoperta delle radici ebraiche della famiglia), così come il percorso del fratello Renzo (anche lui militante comunista fino alla rivoluzione dell’89 e alla conseguente caduta del muro e dell’intero sistema imperniato sull’URSS, nonché direttore dell’Unità per alcuni anni, fino ad approdare negli anni Novanta a posizioni liberali e perfino conservatrici), rimangono invece quasi marginali, pur dedicando l’autrice a questi aspetti pagine molto interessanti e, a volte, anche commoventi, soprattutto per quel che concerne la prematura e dolorosa scomparsa di Renzo.

Sono comunque molti gli aspetti, storici e biografici, sui quali varrebbe la pena di soffermarsi; un compito che, tuttavia, va al di là degli angusti limiti nei quali si deve restringere una semplice e breve recensione. Basti dire che, nella narrazione di Anna Foa, si parte con quella “nostalgia di futuro” che si respirava nella prima metà del XX secolo e che, in Italia, produsse la grande stagione della Resistenza e della Costituente, a quella “fine di una grande illusione”, rappresentata dalla morte del comunismo, tanto per parafrasare il titolo di un libro di Renzo Foa, scritto dopo la sua fuoriuscita dal PCI.

La conclusione può quindi coincidere con le parole contenute nell’epilogo del testo, là dove l’autrice afferma che “scrivendo questo libro, senz’altro il più difficile per me di quelli che ho scritto, ho voluto al tempo stesso capire e ricordare. Capire il senso di una storia familiare che copre oltre un secolo della storia italiana e in particolare della storia della sinistra in Italia, e al tempo stesso ricordare persone a me care che in misura maggiore o minore di questa storia sono state partecipi”.

 

Anna Foa, La Famiglia F., Laterza 2018

 

Francesco Sirleto


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  1. Una famiglia esemplare! Grazie per questo garbato ma imprescindibile invito alla lettura.

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