Troppi parlano di riforme, ma nessuno le vuole davvero

"A non capire la politica italiana ci sono anche cinquantacinque milioni di italiani, compresi coloro che la fanno" (Indro Montanelli)
Ettore Visibelli - 25 Maggio 2021

Ho da sempre ritenuto Indro Montanelli uomo intelligente e giornalista preparato, anche se poche volte mi sono identificato nelle sue dichiarazioni che rasentavano il paradosso, con un discreto contenuto aforistico. Una di queste volte è stata quando ha riportato la considerazione che, partendo da Henry Kissinger, ha coinvolto l’intera politica italiana. Era l’ottobre del ’74 e la frase, che riporto, l’ho rintracciata su Il Giornale, rubrica Controcorrente:

“In una conferenza stampa a Nuova Delhi, Henry Kissinger ha dichiarato che verrà a Roma e andrà a pranzo dal presidente Leone, ma non parlerà di politica perché quella italiana è, per lui, troppo difficile da capire. È la prima volta che Kissinger riconosce i limiti della propria intelligenza. Ma vogliamo rassicurarlo. A non capire la politica italiana ci sono anche cinquantacinque milioni di italiani, compresi coloro che la fanno.”

Se nel ’74 l’affermazione mi sembrò corretta, ma eccessiva, riconoscendo a qualche politico italiano una preparazione concreta, intelligente e disinteressata, a distanza di quarantasette anni, devo dire che la frase di Montanelli colpiva nel segno. Non lo dico da politologo, ma da uomo della strada che in vita sua ha fatto un lavoro del tutto diverso, senza mancare di valutare quelli ai quali, dichiarandosi pronti a impegnarsi in politica, ha dato il suo voto, convinto di utilizzarlo con la scelta di persone preparate, oneste, amanti del proprio lavoro, al servizio della comunità.

Ebbene, oggi mi vedo costretto a rivedere ciò che ritenevo eccessivo, ritenendo credibile e condivisibile il dettato di Montanelli. Noto sempre di più nei programmi, sciorinati dai politici italiani, un vizio di forma comune a chi li enuncia, da destra, a sinistra passando per il centro, un centro che non esiste più, e di conseguenza mi chiedo dove stia il tarlo della politica, incompresa anche da coloro che la fanno. Una delle cause principali è che i progetti sono enunciati con eleganza e, con altrettanta incuria, disattesi.

Forse non è un tarlo solo italiano, forse accadrà anche in altri Paesi, ma da noi il clientelismo ha raggiunto un livello vergognoso. Gli amministratori sono riusciti a rovesciare il rapporto fra richiesta e offerta, con la evidente disponibilità del cliente. Il controllore è stato trasformato in controllato, l’elettore si è fatto comprare dall’eletto con un do ut des che ha trasformato il cacciatore in cacciato. In pratica per ottenere qualcosa non basta più vendere il voto al candidato (considerando l’etimologia del termine, mi vien da ridere), ma per ottenere il des, più alta è la richiesta, più alta dovrà essere l’entità del pacchetto di voti offerto in cambio. Non si capisce più chi sia il corrotto e chi il corruttore. E il fenomeno è dilagato fuori dagli argini. Ecco che la politica si è trasformata in un mercato, dove essere eletto significa godere del privilegio di entrare nel commercio delle indulgenze che prezzano il baratto in base all’entità della richiesta. Il tutto in termini di potere e convenienza. Fra eletti ed elettori, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Ma le pietre restano nelle mani, perché nessuno ha interesse a che il sistema cambi. Chi è ricco resterà più ricco e chi è beneficiato dal sistema tace perché gli sta bene così. Poveri, poveri, come resterete più poveri!

Ricordate il discorso di Craxi in parlamento? Si autoaccusò della corruzione endemica che affliggeva il Paese, chiedendo ai colleghi chi volesse dichiararsi: io no! La domanda si spense in un silenzio di tomba.

Oggi, in un’Italia che di fronte al cambiamento, alla concorrenza che ci mette in raffronto col resto dell’Europa, mi sembra di assistere al pugile suonato sul ring, incapace di restituire i colpi e in balia di quelli dell’avversario. Occorrerebbe una riforma totale: dalla giustizia, alla scuola; dal fisco agli appalti; dalle infrastrutture cadenti, all’evasione fiscale; dal lavoro che manca, alla ricostruzione del senso di appartenenza alla res publica (che forse da noi non c’è mai stato).

Per fare tutto ciò bisognerebbe spendere energie per costruire la responsabilità civile nella popolazione, partendo dalla cultura, ostentando l’orgoglio di essere onesti, di essere Italiani, con il coinvolgimento in primo piano della scuola e della famiglia. Ci vorrà del tempo e forse la mia è soltanto un’utopia destinata a rimanere tale.

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Mi dispiace perché, come ha cantato Gaber in una delle ultime raccolte, La mia generazione ha perso. Una generazione poco vigile, che si è accorta troppo tardi di aver fallito nel controllo degli eletti a far politica, ai quali aveva dato fiducia.

Forza ragazzi! Provateci voi, però la vedo dura.


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