Un intenso pomeriggio di poesia e canti il 28 settembre a L’Arte nel Portico

Con le poesie del libro "Straloche/Traslochi" di Vincenzo Luciani e i canti della tradizione popolare italiana diretti da Paula Gallardo Serrao
di R. V. - 29 Settembre 2017

Intense emozioni ieri, 28 settembre 2017, a L’Arte nel Portico sotto il porticato di via Meuccio Ruini a Colli Aniene, grazie alle poesie di Vincenzo Luciani, contenute nel suo ultimo libro Straloche/Traslochi (Roma, Edizioni Cofine, 2017, collana Aperilibri) lette e presentate da Anna Maria Curci, coadiuvata, oltre che dall’autore, da Maurizio Rossi, e dai canti eseguiti dal Nuovo Coro Popolare, diretto dal M° Paula Gallardo Serrao.

Le poesie e i canti hanno trasportato l’attento pubblico in diversi luoghi d’Italia: i ‘paesi’ vissuti da Luciani (Ischitella, nel Gargano, Valfenera e Torino in Piemonte, Tor Tre Teste e Pietralata a Roma) e quelli esplorati con le canzoni interpretate dal Coro (Veneto, Napoli, Sardegna, Toscana e Roma).

Luigi Polito dell’associazione Il Foro, organizzatore della Manifestazione, ha ricordato come sia sempre più difficile realizzare questi eventi di quartiere, soprattutto dopo le norme ministeriali introdotte dopo i fatti di piazza Castello a Torino e applicate burocraticamente senza distinguere tra eventi a cui partecipano decine di migliaia di persone da quelle con poche decine. Polito, ringraziandoli per la loro partecipazione, ha poi offerto ad Anna Maria Curci e Paula Gallardo un ricordo dell’evento: un oggetto ideato dagli artisti partecipanti alla mostra raffigurante l’arco di un portico di Colli Aniene e il campanile di Amatrice, a cui quest’anno l,a manifestazione è gemellata.

Riportiamo qui di seguito una sintesi dell’introduzione di Anna Maria Curci

“Con Straloche/Traslochi Vincenzo Luciani compie un significativo passo in avanti nel suo cammino poetico, che si configura come un avvincente romanzo di formazione in continuo divenire. Già il titolo nel dialetto di Ischitella, Straloche, suggerisce, attraverso la singolare coincidenza tra il termine in dialetto, che rispetto all’italiano sposta in principio di parola la sibilante, e la forza evocativa che ne deriva, la condizione di straniamento, di spaesamento. Vincenzo Luciani si presenta, fedele al suo continuo moto, obbligato o spontaneo, come io “spostato, sbalestrato”, scombinato – nella più ricca delle accezioni, perché originale e autonomo –  combinatore di passaggi, da un luogo all’altro, da una lingua all’altra, e di traslochi. Da quella condizione di spaesamento, che possiamo definire permanente, connaturata al dire, il poeta nomina e “va salutando” persone, cose, luoghi.

Il filo conduttore, quello del commiato, è un universale poetico. Recentemente – menziono due titoli che mi stanno a cuore – ne hanno trattato, nella poesia italiana contemporanea, Mariapia Quintavalla, tra l’altro in Stiamo facendoci un sacco di saluti, e Francesco Tomada in Portarsi avanti con gli addii. Il commiato in Straloche/Traslochi induce il poeta Vincenzo Luciani a riflettere sulla propria esistenza come umano tra gli umani e sulla propria poesia, con uno sguardo che è allo stesso tempo reso dagli anni più incerto nel riconoscere e dalla saggezza, invece, più acuto nel leggere tra le righe. I nuclei centrali di questa riflessione si stringono l’uno all’altro, rafforzandone efficacia e chiarezza dell’enunciato,  tanto da non volere, da non potere essere separati. La stessa opera poetica viene riletta alla luce dei cambiamenti portati dai traslochi, come avviene in Spaesamento.

Colpisce, come ha osservato più di un lettore di Straloche, la mescolanza di leggerezza – si legga understatement, autoironia –  e profondità di cui si nutre il modo dell’autore di porsi dinanzi al tema della morte.

Una mescolanza di natura affine caratterizza la resa linguistica, con un rispetto vissuto e intessuto di esperienze per la parola-dimora. La mente si sposta e abbraccia. Le “case-motto” a lungo cercate si ritrovano qui, mescolate tra lingua e dialetto: traìne, paponne, incantate (per il disco rotto). Vincenzo Luciani inserisce parole forgiate dall’uso locale, come  “tuppo” e “morra” in poesie in italiano: è un plurilinguismo che arricchisce la lingua della poesia, mai un esotismo a buon mercato, un inserto, una gala a mero scopo decorativo.”


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