Un nuovo Montalbano si aggira per le strade della Capitale

Le inchieste del commissario Ponzetti nei romanzi romani di Giovanni Ricciardi. La Presentazione alla “Casa delle culture e delle generazioni”, al Pigneto
di Francesco Sirleto - 24 Febbraio 2012

Non dite a Giovanni Ricciardi, autore dei tre romanzi che narrano tre diverse inchieste affidate al commissario Ottavio Ponzetti, che il personaggio da lui creato assomiglia straordinariamente al Montalbano di Camilleri. Egli non sarebbe d’accordo, e giustificherebbe la sua diversa opinione con doviziose e convincenti argomentazioni.

I medesimi argomenti che, nel pomeriggio del 23 febbraio 2012, ha puntualmente e pacatamente elencato nel dibattito sviluppatosi, davanti ad un attento e numeroso uditorio, nella sala conferenze della “Casa delle culture e delle generazioni” di via Isidoro di Carace, al Pigneto.

Presentato egregiamente dalla prof.ssa Rosa Morea, Giovanni Ricciardi è il cinquantenne autore (giunto da pochi anni alla scrittura, che assorbe tutto il tempo lasciato libero dalla sua professione di docente di latino e greco in un liceo classico romano) de: “I gatti lo sapranno” (2008), “Ci saranno altre voci” (2009), “Il silenzio degli occhi” (2011), tutti pubblicati da Fazi, valoroso piccolo editore che può vantare un nutrito catalogo di qualità nel campo delle patrie lettere, con nomi anche di peso.

E’ soprattutto sul primo dei titoli succitati (I gatti lo sapranno) che – per averlo letto tutto d’un fiato – vorrei soffermarmi.

La storia – dotata di suspence ma anche di un afflato che non esito a definire “religioso”, per la solidarietà e la condivisione delle umane sofferenze e debolezze che il commissario Ponzetti lascia trasparire – ruota intorno al presunto tentativo di omicidio di cui rimane vittima una “gattara” dell’Esquilino, personaggio molto romano diffuso non solo in quel quartiere ma un po’ in tutta la Capitale. Ponzetti conduce le indagini coadiuvato dal fido ispettore Iannotta, un tipo tanto casereccio e ruspante e romanesco quanto, al contrario, il suo capo risulta essere taciturno, riflessivo, di poche parole, ma dotato di un solido bagaglio culturale, fondato su studi classici e innaffiato da buone e diversificate letture.

Nelle sue indagini il “Montalbano romano” (è la definizione di Marco Lodoli e che, come dichiarato dallo stesso Ricciardi, non riscuote il suo consenso) si imbatte in tutta una serie di figure che, così come la vittima – la “gattara” – risultano alla fine dei “poveri cristi”, alle prese con il disagio prodotto dalla civiltà contemporanea e alla prese con i problemi di una società sempre più multietnica e multiculturale.

Non a caso l’azione si svolge all’Esquilino, cioè la nostra “Chinatown”. Se dovessimo individuare i paradigmi che l’autore ha senz’altro tenuto presente, e con i quali ha intessuto la materia e la forma della “fabula”, non potremmo fare a meno di citare, nell’ordine, i seguenti “Grandi” della letteratura: innanzitutto Simenon, padre del più celebre dei commissari, il parigino Maigret, al quale, almeno nel carattere, il nostro Ponzetti tende ad assomigliare. Ma è soprattutto nella scrittura, scarna e minimalista, che Ricciardi ripercorre le orme del più che prolifico scrittore belga. Ponzetti è un Maigret più giovane, più magro, meno amante del bere rispetto al suo modello parigino, ma dotato dello stesso spirito di osservazione, della stessa capacità di riflettere, dello stesso “fiuto”, della medesima parsimonia e stringatezza nell’uso del linguaggio. Il secondo paradigma è costituito da Carlo Emilio Gadda, milanesissimo autore di un romanzo che, per ambientazione e per scelta linguistica, risulta essere ancora il più grande romanzo mai scritto in prevalente dialetto romanesco. Non a caso la storia narrata da Ricciardi si svolge nelle stesse strade e piazze in cui si sviluppa l’intricato e inestricabile caso de “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”; non a caso Ottavio Ponzetti, nell’eventualità di pensarlo in possesso di un volto, lo si dovrebbe probabilmente immaginare con le fattezze e con l’andatura lenta e impacciata di Pietro Germi, superbo interprete del gaddiano commissario Ciccio Ingravallo, nella riduzione cinematografica del “pasticciaccio” alla quale, ahinoi, fu dato l’infelice titolo di “Un maledetto imbroglio”. Infine, terzo sorprendente paradigma, il manzoniano immortale romanzo “I promessi sposi”: tutta la storia di Ricciardi è stracolma, infatti, di riferimenti e citazioni dalla storia il cui incipit, universalmente noto, suona “Quel ramo del lago di Como, ecc. ecc.”. Ma, più importante ancora, è manzoniana la preponderante presenza, nella storia ricciardiana, di un’umanità “umile”, dimessa, modesta, che lotta per la sopravvivenza e che confida in un qualche intervento della provvidenza; di un’umanità che, anche quando compie il male, non lo compie con la volontà di commetterlo ma solo perché sottoposta al caso, alle circostanze, pressata dalla necessità. Ed è manzoniano anche lo sguardo del commissario-narratore: sollecito, comprensivo, simpatetico; anch’egli, in fondo, in qualche misura partecipe del male e del dolore incombente sul mondo degli umili. Così come manzoniani, o parenti prossimi dei rispettivi modelli, sono molti dei personaggi del romanzo ricciardiano: i due promessi sposi Martina e Matteo, suora Elvira (Gertrude) che si porta dietro, nell’animo, un’indicibile segreto, l’avvocato Galloni (Azzeccagarbugli) con le sue dotte citazioni e il suo latinorum.

Un romanzo, “I gatti lo sapranno”, edito da Fazi, che contiene, irresistibile, l’invito a leggere in tempi brevi i due successivi (“Ci saranno altre voci” e “Il silenzio degli occhi”), pubblicati da Giovanni Ricciardi, al quale ci permettiamo di consigliare, per il quarto sul quale starà già delineando il progetto, un’ambientazione leggermente “fuori le mura”; che so: il Pigneto forse, o magari Torpignattara. 


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