Un ricordo di Italo Insolera

Il celebre urbanista ed autore del libro "Roma moderna è stato commemorato il 28 agosto nel Palazzo Massimo
Enzo Luciani - 28 Agosto 2012

Oggi 28 agosto 2012, in una sala di Palazzo Massimo, affollata di amici, colleghi e politici e, con in prima fila l’anziana moglie Annina, si è svolta la commemorazione di Italo Insolera, architetto e urbanista morto ieri a Roma. 

Lo ha ricordato l’amico e urbanista Vezio De Lucia: ”Roma con Italo è stata matrigna… tranne poche eccezioni le istituzioni hanno evitato di avvalersi della sua competenza”. L’ex sindaco di Roma Walter Veltroni ha ricordato l’impegno di Insolera contro la speculazione. Quell’impegno di Insolera che però non è stato corrisposto da molti protagonisti della vita capitolina che si sono succeduti finora in Campidoglio. In effetti Insolera è stato "un grande urbanista dimenticato dalle istituzioni".

E non c’è affatto da stupirsi. Per comprendere meglio le cose urbanistiche di Roma, vale la pena di ricordare una citazione lapidaria dell’ex sindaco di Roma Giulio Carlo Argan che figura, non a caso, in esergo a Roma moderna, il libro più importante di Insolera, ripubblicato solo lo scorso anni da Einaudi: "La storia urbanistica di Roma è tutta e soltanto la storia della rendita fondiaria, dei suoi eccessi speculativi, delle sue convenienze e complicità colpevoli". Nel libro poi viene raccontata in maniera magistrale ed esauriente la storia urbanistica della città. Fortunatamente scripta manent.

Ed ecco un ricordo (apparso su L’Unità) di Valter Tocci, assessore alla Mobilità della prima giunta Rutelli, che con Insolera collaborò insieme con la collega Vittoria Calzolari, allora assessore al Centro Storico.

Ricordo di Italo Insolera 

Scrivo questo ricordo di Insolera sulla sua scrivania. Ero venuto ad abbracciare Annina, l’amatissima compagna della sua vita, quando mi hanno telefonato dall’Unità. Qui ci sono le carte e i libri su cui stava lavorando, con difficoltà crescente a causa della malattia, ma con la curiosità mai sazia della sua pur sconfinata cultura, con il guizzo geniale e l’attenzione ai particolari, con lo scetticismo di tante delusioni ma con l’indomita fiducia nell’invenzione che talvolta sgorgava da un imprevedibile sorriso.

In evidenza ci sono i materiali dell’ultimo libro che non è riuscito a concludere, un ripensamento del progetto di Quintino Sella per Roma, la grande idea di una capitale della cultura, come luogo dedicato al “cozzo delle idee”, da realizzare tramite l’insediamento delle migliori università e centri di ricerca nelle stupende ville storiche che allora circondavano la città barocca, prima di essere distrutte dalla speculazione edilizia.

Legare un primato moderno a quello antico era il solo modo per fare di Roma una vera capitale. Quella intuizione era per Italo di straordinaria attualità e aveva mobilitato tutti i suoi amici per studiarne i dettagli. Quando si andava a trovarlo ognuno di noi doveva portare qualche nuovo contributo alla sua ricerca, ma era soprattutto un grande piacere ascoltarlo. Dopo averlo salutato, spesso, mi chiedevo le ragioni di quella passione.

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C’era forse un’inconsapevole identificazione con quel piemontese come lui che era rimasto ammaliato da Roma. Ancora di più, nell’insistenza su quella ricerca riaffiorava – stavolta quasi in forma di congedo – il suo vecchio assillo di comprendere come un progetto di città possa sposarsi con una forte volontà politica.

Era lo stesso motivo che lo aveva portato a sostenere con sapienza ed entusiasmo il Progetto Fori di Luigi Petroselli, il sindaco che aveva saputo ascoltarlo. Ma ancora prima, c’era stata la speranza che le lotte popolari della periferia romana potessero costituire quell’energia riformatrice mancata alle perfide classi dirigenti della città nel secolo postunitario, come scrive nella prefazione all’edizione del 1971di Roma Moderna: “se nei prossimi anni qualcuno dalle baracche, dalle borgate, dalla periferia riprenderà la lotta per un avvenire civile di questa città e troverà in essa ancora qualcosa da amare, qualcosa da vivere, sarà merito della loro tenace opposizione alla sistematica distruzione di Roma”.

Sembrava allora possibile coniugare l’illuminismo del progetto con la concretezza della vita popolare. Una piccola conferma veniva anche dalla straordinaria diffusione di quel libro nei luoghi più diversi: nel seminario universitario, nell’ufficio di progettazione, nella redazione di un giornale, nella sede di un comitato di quartiere o di una sezione di partito.

Poi nelle edizioni successive scomparve quell’inno alle lotte popolari e la speranza venne poggiata sull’impegno civile di Antonio Cederna.Se ne sono andati nello stesso giorno, il 27 agosto. E insieme spesso sono rimasti inascoltati.

Quando di questo saremo pienamente consapevoli ci mancheranno, non solo per i loro studi, per la passione civile, per l’esempio morale, ma per quella ricerca ancora da portare avanti di un legame tra il progetto di città e la vita quotidiana dei cittadini.

La mia generazione ha avuto il privilegio di studiare sui suoi libri. Abbiamo imparato tante cose, ma non siamo riusciti a metterle in pratica compiutamente. Alle nuove generazioni non mancherà l’occasione di rileggerli con spirito nuovo, per fare meglio di noi. L’opera di Insolera merita di esser compresa in avvenire. Perfino Annina, dopo averlo amato per una vita, mi dice nel suo sobrio dolore che vorrebbe ancora chiedergli tante cose.

Valter Tocci 


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