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Una lezione dall’India: il troppo nettare diventa veleno

L’opulenza occidentale ha fatto dimenticare la molteplicità di significati che il cibo può assumere nella vita dell’uomo, soprattutto quello della condivisione
di Gino Charlton Gemcila Samini (studente del Liceo Scientifico "F. d'Assisi") - 22 Maggio 2012

Conoscere un’altra cultura è un’opportunità di confronto e di riflessione. Dall’India, in particolare, possiamo ricevere un insegnamento importante sul significato da attribuire al cibo.

Mentre la società occidentale ha rinunciato alla genuinità della tradizione culinaria ed ha preferito “fast food” e cibi in scatola, l’Oriente con il suo ricco patrimonio letterario ci ricorda il valore dell’alimentazione. Il cibo, infatti, nella letteratura indiana, assume diversi significati: fertilità ed abbondanza, ricchezza, ma anche aiuto ed ospitalità. A volte diventa sacra offerta a Dio, motivo di elogio, rifiuto del male e saggezza.

Il poeta Puluvar Kulandai, in un sonetto, utilizza il cibo per descrivere la fertilità del suo paese d’origine. Scrive: “I contadini foravano le lenticchie, il mais gemmato ed il miglio con tanta forza che persino gli animali, appena sentivano il rumore, cercavano di fuggire”. Per produrre un rumore così forte da spaventare gli animali, doveva essere necessaria una quantità elevata di cereali, ma l’autore, oltre a sottolineare l’abbondanza, evidenzia anche la qualità del cibo, paragonando il mais alle gemme.

La qualità può esserci, tuttavia, anche in un cibo semplice e scarso. Così un mito racconta la storia di un re che aveva molti soldati che lo servivano.Tutti i soldati, tornati dai loro viaggi, gli donavano oro, argento, pietre preziose, sete e profumi, tranne un cavaliere che invece, essendo più povero, gli portava solamente una manciata di fiocchi di riso. Il re, dinanzi ai preziosi doni degli altri soldati, preferiva quel piccolo dono del cavaliere più povero: i fiocchi di riso erano per lui una ricchezza così pregiata che nessun tesoro del mondo poteva uguagliarli.

Se non si ha denaro, il cibo nella letteratura indiana può diventare un dono d’amore. In una canzone eseguita nelle piazze, la spezia diviene un elemento materiale. Il cantautore, non avendo soldi a sufficienza per acquistare un dono, promette alla sua amata un braccialetto realizzato con i semi di coriandolo. Anche in questo caso, la spezia assume il valore di ricchezza che compensa la mancanza di denaro.

Il poeta Avvayar apre la sua opera promettendo a Dio l’offerta di latte, miele, sciroppo di zucchero e cereali, poiché sono considerati in India cibi di pregio. In cambio il poeta desidera ricevere il dono dell’intelligenza. Gli alimenti hanno un significato sacro, in quanto sono destinati alla divinità ed, inoltre, coincidono con l’intelletto, come conferma un proverbio indiano: “Quando si ha fame, il cervello non funziona”. L’uomo, infatti, deve i suoi numerosi progressi al cibo, poiché senza di esso non avrebbe potuto acquisire l’ingegno.

Il poeta Thiruvalluvar nella sua opera “Thirukkural” cita una spezia: il pepe. Egli sostiene che, per le persone di buon animo, persino un aiuto piccolo “come il pepe” corrisponde ad un sostegno grande come una palma. In un’altra opera allude alla frutta che è considerata un alimento “buono”, comune ai ricchi e ai poveri. Un uomo ricco e saggio che aiuta gli altri è paragonato ad un albero colmo di frutti, situato al centro della piazza che soddisfa i beni del popolo. Il cibo è fonte di saggezza: l’animo del saggio è trasparente come l’uva spina, in quanto non nasconde nulla, bensì manifesta ciò che pensa nel cuore.

Il poeta Thiruvalluvar non ha solamente scritto opere educative, ma ha cercato nella sua vita di applicarle in modo da divenire un esempio concreto nella società. Sostiene che, quando mangiava, era munito di un bicchiere d’acqua e di un ago. Siccome anticamente in India le pietanze venivano consumate su una palma, egli prendeva l’acqua per pulire la foglia ed eliminare i batteri; a volte la foglia si poteva rompere e il riso si riversava sul pavimento; in questa situazione, utilizzava l’ago per raccogliere i chicchi di riso dispersi per terra, poichè non li voleva sprecare. Mentre la società occidentale è consumistica e sta distruggendo se stessa con l’esaurimento delle risorse naturali, l’India insegna la temperanza.

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Nell’opera di Vinayagar viene rivalutato l’albero di banane che simboleggia il sacrificio. Questa pianta, infatti, sacrifica tutto di se stessa per noi: i frutti anche acerbi, i fiori, il fusto, le foglie , le radici. Persino la corteccia è utilizzata: le fibre sono impiegate per tessere tovaglie, mentre il succo ha un potere medicinale, in quanto è in grado di combattere il morbillo. Dopo aver utilizzato tutte le parti dell’albero, quest’ultimo perde la vita, a differenza di altre piante che vengono riutilizzate nella stagione successiva, ma nello stesso tempo dà origine ad altri piccoli alberelli. In alcune opere riguardanti canzoni matrimoniali, i banani sono anche simbolo di fertilità; sono, infatti, usati come decorazione nelle nozze, poichè augurano alla coppia di fare numerosi figli.

In un seme ci possono essere infinite potenzialità. Il poeta Avvayar elogia la personalità del poeta Thiruvalluvar, dicendogli: “Anche se i suoi sonetti sono brevi come semi di senape, contengono al loro interno sette mari di significati”. Questa spezia,dunque, è utilizzata per lodare la bravura del poeta.

Il grano è un riferimento molto significativo per i poeti, in quanto è paragonato alle donne. La coltivazione del grano, infatti, implica un processo abbastanza complicato, come del resto è l’animo delle donne, difficile da comprendere. Secondo gli intellettuali dell’epoca, il grano maturato che si piega era paragonato alla figura femminile, poiché anch’essa davanti al male deve piegarsi, abbassare lo sguardo, provare vergogna e rinunciare all’empietà.

Il poeta Barathiyar afferma che il cibo rappresenta la nostra cultura: è lo strumento che ci permette di comunicare con gli altri attraverso uno scambio culturale. L’avvicinamento ad altre persone è anche necessario per combattere la tristezza. Il poeta Thiruvalluvar sostiene che colui che ospita ed offre del cibo ad un povero, e non ad un benestante, vive nella casa di Dio.

L’uomo nei miti indiani è considerato un animale sociale capace di interagire con gli altri; dunque, non deve solamente interessarsi ai propri beni, ma deve anche aiutare i più bisognosi.

Forse proprio l’opulenza occidentale ha fatto dimenticare questa molteplicità di significati che il cibo può assumere nella vita dell’uomo, in primis quello della condivisione.

Per dirlo con un proverbio indiano: “Anche se otteniamo il nettare da Dio, mangiandone troppo anch’esso diventa veleno” (Thiruvalluvar). 


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