Una pandemia che è come una guerra

Speranza e solidarietà non possono mancare
 Luciano Di Pietrantonio - 1 Aprile 2020

Era il 21 febbraio 2020, e all’Ospedale di Schiavonia nel Padovano in Veneto, si registrava la prima vittima italiana del Coronavirus: il 78enne Adriano Trevisan, residente a Vo’ Euganeo, un comune di 3.300 abitanti.

La notizia ha mandato in fibrillazione le autorità del nostro Paese: Governo, Regioni e Comuni, alle prese con ritardi e polemiche sulla gestione di una situazione  molto complessa, e mai verificatasi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Infatti di fronte a un’emergenza di salute pubblica, con un virus sconosciuto, che si stava manifestando in maniera distruttiva (contagiati positivi e morti) in diversi Paesi del mondo e  in modo particolare nella nazione più popolosa della Terra, la Cina, le decisioni e i provvedimenti legislativi  assunti da parte delle Autorità italiane hanno avuto le caratteristiche di una dichiarazione di guerra contro un nemico sconosciuto.

Con il passare dei giorni dalle prime notizie di un virus sconosciuto, il mondo politico nei diversi Paesi, si è diviso fra chi considerava fare paragoni con una guerra mondiale anomala e chi sosteneva che fosse una forma d’influenza, poi, se era una epidemia oppure una pandemia.
Da qui si sono confrontate, in tempi diversi, due strade o “due filosofie”, per combattere il coronavirus: in maniera “dura”, con provvedimenti che dovrebbero durare alcune settimane, costi “accettabili” dal punto di vista economico e salvando milioni di vite; l’altra in maniera “soft”, lasciando la malattia libera di circolare, praticamente senza costi economici, ma con la morte di milioni di persone e il collasso dei sistemi sanitari.

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La risposta “dura” dei Paesi che hanno reagito con fermezza al contagio sono stati la Cina, la Corea del Sud, il Giappone e a suo modo l’Italia, infatti la sospensione dell’attività didattica nelle Scuole e nelle Università del nostro Paese è avvenuta il 5 marzo, poi l’interruzione delle manifestazioni di tutte le iniziative culturali e sportive, compreso il campionato di calcio, e infine  le restrizioni generali delle attività, comprese le funzioni religiose e i funerali, salvo i servizi essenziali, attualmente in vigore dall’11 marzo.
La Cina ha istituito la “zona rossa” nel territorio di Wuhan, per circa 60 milioni di cittadini, il 23 febbraio, e da questo luogo si era diffuso rapidamente, in tutto il resto del mondo, il coronavirus. Con tempi di chiusura che sono andati da 5 a 6 settimane.

La scelta “soft” da parte di Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e altri Paesi Europei, ha comportato una sottovalutazione e ritardi, per alcuni aspetti hanno ignorato quanto stava accadendo in Italia, convinti che la loro scelta fosse quella più utile ai propri Paesi, salvo poi ricredersi.

La malattia respiratoria COVID – 19, chiamata comunemente coronavirus, non avendo attualmente un vaccino valido, ha determinato che il “modello Italia” è stato imitato e utilizzato come uno dei più efficaci, come le norme per “il distanziamento sociale” per evitare il contagio.

27 gennaio: segnale ignorato

Alcune vicende accadute vanno ricordate, perché quanto si manifesta, in queste settimane così difficili e drammatiche, forse potevano essere meno dolorose per tante persone che ci hanno lasciato. Il 27 gennaio, sulla cronaca di Roma, di alcuni quotidiani si leggeva “Abbiamo deciso di rinviare la festa per il Capodanno cinese, in programma il 2 febbraio in piazza San Giovanni a Roma”. A comunicarlo è stato il portavoce della comunità, Licia King, dopo gli aggiornamenti che arrivavano dalla Cina. Stessa decisione è stata presa anche a Milano, dove salterà la parata, con la motivazione: “Abbiamo concordato con tutta la comunità che la festa deve essere rinviata, perché c’è gente che sta male e non è il caso di festeggiare”. Un segnale ignorato.

Il messaggio di Bill Gates

La prossima guerra che ci distruggerà non sarà fatta di armi ma di batteri. Spendiamo una fortuna in deterrenza nucleare, e così poco nella prevenzione contro una pandemia, eppure un virus oggi sconosciuto potrebbe uccidere nei prossimi anni milioni di persone e causare una perdita finanziaria di 3.000 miliardi in tutto il mondo”. Eravamo nel marzo del 2015, quando Bill Gates, creatore di Microsoft, pronunciò queste parole nel corso di un Ted Talk (Conferenze con la missione su “idee che val la pena diffondere”), con un messaggio di otto minuti. Una profezia inascoltata.

L’esperienza dell’epidemia dell’Ebola in alcuni Stati dell’Africa, era considerata una minaccia, tanto conosciuta dall’allora Prasidente Barack Obama, che determinò la creazione di un’unità di crisi permanente contro la pandemia, con un gruppo misto di scienziati e specialisti della Sicurezza nazionale. Nei giorni precedenti all’insediamento di Trump alla Casa Bianca, il team dei consulenti presidenziali per la Sicurezza uscente invitò alla Casa Bianca quello appena messo insieme da Donald Trump per una visita rituale di passaggio delle consegne dopo l’11 settembre. Obama volle che, in quella occasione, a fianco delle ipotesi di attacchi terroristici e cibernetici, fosse inserito una simulazione dell’arrivo di una pandemia, e il giorno dell’inaugurazione rivolse al nuovo Presidente un nuovo appello sullo stesso tema. John Bolton per conto di Trump sciolse l’unità di crisi, in quanto rappresentava una spesa superflua.  Una Task Force smantellata che poteva salvare, forse, migliaia di vite umane in tutto il mondo.

Come finirà e quando?

Oggi a 40 giorni dalla morte di Trevisan, per il nostro Paese è stato  l’inizio di una emergenza sanitaria devastante, si vedono anche le ricadute impressionanti sul piano economico e sociale, e la domanda che si pone per donne e uomini è quella di domandarsi come finisce e quando? Non c’è una risposta semplice! Che sia una guerra senza sirene d’allarmi e senza bombardamenti, è vero. Che ci siano le file nei negozi, che  siamo rintanati in casa, salvo quelle persone che vanno al lavoro per servizi essenziali, o escono per la spesa e per i medicinali. Che le strade delle città sono vuote e spettrali, rappresentano la normalità di sopravvivenza. Che i morti, ad oggi, sono 12.428, il numero più alto al mondo, i guariti oltre 15.700, e i contagiati 105.792, pari a una persona ogni 567 abitanti. Una percentuale che dimostra la sofferenza del nostro Paese, con situazioni di particolare criticità in Lombardia (le più colpite  Bergamo e Brescia) e in altre regioni del Nord, e non è paragonabile ad altre Nazioni. Tutto questo è ciò che rappresenta il coronavirus nella nostra Italia.

Le previsioni, e sono solo previsioni, inducono a sperare che si allenterà gradualmente a partire dalla seconda metà di aprile, dopo la Santa Pasqua, anche se in questi ultimi giorni sembra che siamo al picco. Per riprendere la vita  normale ci vuole ancora tempo. In questi 40 giorni (e 40 è un numero che, nel significato e nella simbologia, si presta a diverse interpretazioni), quante situazioni sono cambiate, piccole e grandi. Difficile dirle tutte, ma le più evidenti vanno dalla testimonianza del personale sanitario, dalle forze dell’ordine alla Protezione Civile, e dalle Associazioni di volontariato laico e cattolico a chi garantisce i servizi  essenziali pubblici e privati, e a chi in silenzio aiuta  nelle piccole comunità, a vivere la difficile quotidianità.

L’invito costante a rimanere a casa, attraverso le indicazioni governative e veicolate dai media e dai social, che affermano: “Andrà tutto bene”, “Io resto a casa”, “Distanti ma vicini”, dove si lavora da casa, con “il telelavoro” chiamato smart working, analogamente con la stessa tecnica informatica la scuola si è organizzata con gli alunni per favorire parte della didattica annuale. Molti sono gli esempi che si potrebbero raccontare, e in questa quarantena o quaresima casalinga, per tanti è anche tempo di angoscia, di paura, di riflessione e di speranza. Esiste lo sconforto, poi c’è chi pensa positivo e chi prega. Si pensa ai morti, alle vittime del dovere come il personale sanitario, le forze dell’ordine, religiosi, ecc. In questi sentimenti c’è l’umanità, con la sua fragilità, di fronte a una emergenza che l’uomo, in tempi passati e in modalità diverse, aveva conosciuto e sconfitto.

In questo contesto emergenziale non possono essere dimenticate le testimonianze e l’incoraggiamento,  di Papa Francesco e del Presidente della Repubblica Mattarella. Gli eventi più significativi sono stati: la supplica di Papa Francesco alla Madonna del Divino Amore, analogamente a quanto era avvenuto nel 1944 con Pio XII; la visita alla Madonna a Santa Maria Maggiore e al Crocifisso di San Marcello a via del Corso, e la benedizione da Piazza San Pietro deserta, “Urbi et Orbi” (a Roma e al mondo). Il Papa tra l’altro ha detto: “Ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”.

Nel discorso alla Nazione, dopo alcuni interventi veicolati dai media, il Presidente Mattarella dopo aver richiamato il senso di responsabilità per una nuova solidarietà europea, che è nel comune interesse, ha detto: “Abbiamo superato altre volte periodi difficili e drammatici, vi riusciremo certamente, insieme, anche questa volta.”  In questa situazione drammatica, le due sponde del Tevere sono apparse più vicine nella sera del 27 marzo dopo le parole del Papa e del Presidente.

Infine è doveroso riportare quanto affermato dal Segretario Generale dell’ONU,  Antonio Guterres, che ha invitato tutti i Paesi in guerra, nelle diverse regioni, di sospendere le azioni belliche di fronte alla pandemia in atto sul nostro pianeta. Questo quanto dichiarato:  “E’ ormai chiaro a tutti, che questo virus non colpisce solo una determinata nazionalità, un solo credo religioso o semplicemente alcuni gruppi etnici. L’epidemia è su scala globale, e allo stato attuale, nessun angolo del mondo può considerarsi al sicuro”.  Questo il cuore dell’appello a tutti i Paesi del nostro pianeta.

Ieri, per iniziativa dell’Anci, in tutti i comuni del nostro Paese, i Sindaci hanno ricordato e onorato, tutti i caduti di questa pandemia.

Siamo convinti che la speranza e la solidarietà faranno la loro parte, e non possono mancare, anche in questa drammatica emergenza.

Luciano Di Pietrantonio


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