Urbanistica e corruzione. Il Rapporto della Commissione istituita dal governo Monti

E' stato presentato il 12 ottobre scorso. Uno dei settori indagati è stato quello dell’urbanistica contrattata
di Aldo Pirone - 2 Febbraio 2013

Ormai sembra un bollettino di guerra. Ogni giorno giornali e TV danno notizia di scandali connessi alla corruzione. Al supermarket della tangente si trova di tutto. Dalle grandi “mazzette” finanziarie, ultima quella miliardaria del Monte dei Paschi di Siena, a quelle più modeste, si fa per dire, di centinaia di migliaia di euro come quella su cui indaga la Magistratura di Roma e che in questi giorni sta investendo l’amministrazione Alemanno concernente una fornitura di filobus da parte della Skoda-Breda Menarini.

Indubbiamente la corruzione oggi è forse la più purulenta, per parafrasare il Petrarca della Canzone all’Italia, tra “le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sí spesse veggio”.

Secondo il “Rapporto della Commissione per lo studio e l’elaborazione di misure per la prevenzione della corruzione” istituita dal governo Monti e pubblicato il 12 ottobre scorso la corruzione in Italia produce effetti devastanti. Essa colpisce, come scritto a pag 16, il principio di “eguaglianza” dei cittadini, la “trasparenza dei meccanismi decisionali”, la “fiducia nelle Istituzioni”, il “funzionamento” e la “legittimazione democratica” delle Istituzioni pubbliche, nonché la “fiducia dei consociati (noi cittadini n.d.r.) nella legalità ed imparzialità degli apparati pubblici, il cui abbassamento è a sua volta causa della diffusione delle pratiche corruttive”. Ovvero la corruzione destruttura le fibre più intime dell’etica pubblica che tengono insieme la società nazionale. Ma non solo questo perché essa colpisce anche l’altro pilastro della coesione sociale e nazionale: l’economia.

“Nel lungo periodo si stabilisce una relazione inversamente proporzionale tra diffusione della corruzione e crescita economica” essa – dice il Rapporto – frena il progresso tecnologico delle imprese, incentivate ad investire nel mercato della tangente anziché in quello dell’innovazione e della ricerca”. Senza questo cancro la crescita economica del Paese sarebbe stato il “triplo a breve termine e di circa il doppio a lungo termine (1970-2000).

La Corte dei Conti segnala che il costo della corruzione è di circa 60 miliardi per tutti noi cittadini. Che ce ne accorgiamo, eccome. Infatti secondo il Corruption Perception Index di Transparency International la cosiddetta “corruzione percepita” dalla cittadinanza ci colloca al sessantanovesimo posto su scala mondiale a pari merito con il Ghana e la Macedonia. Il Rating of control of corruption (RCC) della Banca mondiale fatta 100 l’assenza di corruzione ci passa dal valore 82 rilevato nel 2000 al 56 del 2009. Il Global barometer di Transparency International, infine, ci dice che il settore in cui eccelle la “mazzetta” è quello politico seguito a ruota dal settore privato e da quello della pubblica amministrazione.

Ovviamente il campo di applicazione della corruzione è altrettanto vasto della corruzione medesima. Il Rapporto della Commissione segnala in particolare la Sanità che analizza a fondo indicando anche i rimedi da assumere per fronteggiare, è il caso di dire, la grave malattia. Dopo la Sanità viene “Il Governo del Territorio” che è quello che in questo caso ci interessa trattare.

Qui il Rapporto segnala che “molti episodi di corruzione riguardano organi di indirizzo (politici n.d.r.), riferibili alle decisioni di piano (Piano regolatore generale n.d.r.) e alle decisioni sugli interventi attuativi”. Inoltre c’è la fondata percezione che “anche le decisioni attuative a valle del piano, che non comportano variante, siano sempre assunte, di fatto, dagli organi politici”. I rimedi proposti sono:

a) rafforzamento della distinzione tra competenze politiche e amministrative;

b) rafforzamento delle capacità amministrative. In particolare del livello comunale sia per le scelte che per la capacità di gestione degli interventi a monte e a valle del piano: pianificazione attuativa, negoziazione con i privati, permessi di costruire, controllo sulle costruzioni;

c) adeguata preparazione professionale del personale amministrativo;

d) eventuale assistenza di altre amministrazioni in caso di necessità;

e) rotazione degli incarichi;

f) specifici controlli interni particolarmente penetranti in termini di revisione contabile e di legalità.

Ma il ballo del mattone corruttore non finisce qui. La commissione infatti, a pag. 155, mette sotto accusa il “ridimensionamento della capacità propria delle amministrazioni comunali di realizzare l’interesse pubblico e, dunque, maggiore ricorso al concorso dei privati.

Il rapporto sempre più negoziale:

a) scambio tra conseguimento di rendite finanziarie derivanti dall’utilizzazione del territorio e realizzazione (a carico dei privati) delle opere pubbliche;

b) negoziazione con i privati degli interventi attuativi del PRG (talvolta in deroga allo stesso piano) in ragione della impossibilità di espropri generalizzati delle aree di espansione”.

Ciò comporta secondo i commissari “rischi di corruzione connessi alla diffusione delle tecniche cosiddette premiali, derivanti dalla possibilità che sia riconosciuto, in diritti edificatori, un valore economico sproporzionato (compensazione di Tormarancia, densificazione di Romanina n.d.r.) rispetto all’effettivo impegno finanziario richiesto al privato, in ragione del contributo prestato al raggiungimento di interessi pubblici”. Il rimedio a tutto questo dice la Commissione è il cosiddetto “dibattito pubblico” ovvero la “convocazione, prima dell’adozione dell’atto (di variante al piano urbanistico o di approvazione di strumenti attuativi, ivi comprese le determinazioni a contrattare che precedono la conclusione di accordi urbanistici) di un apposito dibattito pubblico, aperto alla partecipazione, non dei soli interessati, ma dei cittadini, singoli o associati, retto da un responsabile del procedimento e destinato a concludersi in tempi certi”.

Infine il Rapporto indica nel “frequente ricorso” alla “revoca dei piani regolatori, in contrasto con le esigenze di una certa stabilità delle relative previsioni” e nello “sviluppo di procedure negoziali relativi ad accordi in variante” un’altra fonte della piaga corruttiva. Infatti vi è “rischio di corruzione quando una previsione di piano viene modificata in modo molto rilevante per consentire aumenti delle volumetrie inizialmente previste”. In molti casi la necessità della variante è presentata “come di interesse generale, mentre nella sostanza è frutto di un accordo non dichiarato (occulto)”. Per contrastare le deroghe a go go i Commissari propongono una serie di limiti alla revocabilità degli strumenti urbanistici, dei piani vigenti e delle varianti generali appena approvate.

Naturalmente tutti questi pericoli corruttivi derivanti dall’urbanistica contrattata sono assai noti e da tempo a chi, associazioni e comitati, combatte ogni giorno contro lo sgranarsi del funereo rosario di varianti, densificazioni, premi di cubatura, compensazioni, diritti edificatori, accordi di programma ecc.. Ma sentirlo dire e scrivere su carta intestata della Presidenza del Consiglio da esimie personalità giuridiche e accademiche (il coordinatore Roberto Garofoli, magistrato del Consiglio di Stato, Raffaele Cantone, magistrato della Corte di Cassazione, Ermanno Granelli, magistrato della Corte dei Conti, Bernardo Giorgio Mattarella e Francesco Merloni, professori ordinari di diritto amministrativo, Giorgio Spangher, professore ordinario di procedura penale) fa un certo effetto perché salta agli occhi e allo stomaco aver visto partorire dal governo Monti e dal Parlamento in mezzo a cotanta montagna di rischiose corruttele il topolino di una legge anticorruzione che assomiglia all’insipido brodino dato ad un malato terminale per farlo riavere. 


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