VianDante 4: “Ghostbusters” nella rocca di Fumone

Brunella Bassetti - 19 Luglio 2021

È l’ora delle voci soffocate, dei cigolii di porte e finestre, di tende che si muovono come fossero fantasmi perché nell’antico castello di Fumone si aggirano gli spettri dei due papi che furono segregati nei sotterranei.

Antichissimo insediamento ernico e utilizzato in epoca preromana come luogo dedicato alle divinità telluriche, come suggerisce la posizione solitaria e panoramica (non a caso, infatti, da qui sono ben visibili le vicine Alatri, Anagni, Ferentino e Veroli tutte cittadine che conservano reperti – a volte eccezionali come ad Alatri – del misterioso passato ernico delle “città megalitiche”), sembra derivi il suo nome dalle nebbie che, soprattutto nella stagione invernale, circondano il paese (a 800 mt s.l.m). L’abitato è un piccolo scrigno medievale conservatosi perfettamente fino ai giorni nostri, un vero gioiello sovrastato da un maniero “dark”. Pochi luoghi in Italia sono popolati da agghiaccianti presenze sinistre come questo e dove la “Storia” soccombe alle leggende legate a questo luogo. La fortezza che ha mura possenti che lambiscono un dedalo di vicoli e viuzze e che cadono a strapiombo sulla rupe era in passato una terribile prigione dove si era certi di entrare ma non di uscire. Trabocchetti, botole, finte uscite, false porte, nascondigli sono disseminati un po’ ovunque. Insomma sembra di trovarsi nella tana di Dracula o in qualche ambientazione “horror” di Edgar Allan Poe.

Nel castello furono rinchiusi e barbaramente uccisi due papi: per l’esattezza un antipapa, Gregorio VIII, e un pontefice abdicatore, il famoso Celestino V.

Del primo Maurice Bourdin, monaco francese della famosa Abbazia di Cluny, si ricorda la sua entrata “trionfale” a Roma a dorso di un cammello ma girato verso la parte posteriore dell’animale reggendo in mano, non le briglie, ma la coda del ruminante. Inoltre, l’animale era adornato con pesanti e sonanti arnesi da cucina che ad ogni movenza, alquanto sgarbata dello stesso, suonavano come un’orchestra sgraziata e sguaiata. Il povero monaco era, inoltre, ricoperto da una pelle di capra, ancora sanguinante, poggiata sulle sue spalle. Dopo questa tragica parata, voluta dal Papa Callisto II, di scherno e di derisione fu sottoposto al giudizio ecclesiastico e dopo essere stato rinchiuso in varie prigioni fu relegato, infine, nelle prigioni del Castello di Fumone in una cella talmente angusta dove non poteva stare né in piedi e né sdraiato. Successivamente fu murato in un luogo talmente segreto del maniero che ad oggi non è stato ancora individuato.

La vicenda del monaco Maurice si ricollega al periodo storico caratterizzato dalla lotta per le investiture, dallo scontro sempre duro e aspro tra la Chiesa e l’Impero, tra quel potere temporale e quel potere spirituale che da sempre ha caratterizzato (e, in alcune circostanze, con scarso se non assente spirito evangelico) la presenza secolare della Chiesa nel mondo.

Dante e il “gran rifiuto”: storia di una ideologia 

Immaginiamo di essere in compagnia di Dante e Virgilio nel III canto dell’Inferno dopo aver oltrepassato la porta degli inferi che reca la famosa scritta: “Per me si va nella città dolente/ per me si va nell’etterno dolore/ per me si va tra la perduta gente […] lasciate ogni speranza, voi ch’entrate” giungendo così all’”Antinferno”, ossia quel luogo in cui le anime degli “ignavi” vi sosteranno per l’eternità. Il sommo poeta esprime un giudizio netto e dispregiativo nei confronti delle anime di costoro che “visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”, coloro che in vita non presero mai posizione alcuna, né nel bene e né nel male. La giustizia divina, immaginata da Dante, è sospesa in quanto risparmia loro sia la dannazione dell’Inferno sia la glorificazione del Paradiso. Durante la loro vita terrena non si schierarono mai e mai andarono dietro ad alcuna insegna e, quindi, per la legge del contrappasso sono costrette a girare nude per l’eternità inseguendo un vessillo che sfreccia velocissimo vorticando su sé stesso mentre sono feriti e punti da vespe e mosconi. Versano il loro sangue mescolato alle lacrime.

Tra queste anime di pusillanimi Dante riconosce “l’ombra di colui/che fece per viltade il gran rifiuto”. Non viene espressamente citato il nome di questa anima dannata ma gli studiosi sono quasi unanimi nel riconoscere in questa figura macchiata di sì grande viltà l’eremita Pietro da Morrone, eletto papa il 5 luglio 1294, incoronato pontefice il 29 agosto con il nome di Celestino V nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio de L’Aquila (ricordiamo che con l’istituzione della “Perdonanza” con Bolla pontificia “Inter sanctorum solemnia” del 29 settembre 1294 precorse l’istituzione del Giubileo universale della Chiesa Cattolica istituito da Bonifacio VIII nel 1300). Per il cristiano Dante il disprezzo verso quest’uomo – e la sua decisione ad appena quattro mesi dopo l’incoronazione di abdicare e rinunciare al papato, al suo ruolo di guida in terra dell’intera cristianità – è grande e profondo.

Come è successo, “mutatis mutandis”, l’11 febbraio 2013 quando l’allora papa Benedetto XVI, papa Ratzinger, rinunciò al suo magistero petrino. E, proprio in quei giorni, molti furono gli articoli e le discussioni circa la somiglianza o meno di questo gesto (di grande coraggio ed estrema umiltà) con il rifiuto, di molti secoli prima, dell’altro pontefice (venerato, d’altronde, come santo dalla Chiesa cattolica).

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Dante accusa apertamente Celestino V di essersi sottratto alle sue responsabilità nei confronti della Chiesa e della Cristianità e di aver provocato, nel contempo, l’ascesa al pontificato di Bonifacio VIII, quel Benedetto Caetani, del quale il poeta in aperta contrapposizione ideologica disapprovava e disprezzava apertamente le ingerenze in campo politico. Inoltre, e qui la storia personale del poeta interferisce con la finzione letteraria, Dante incolpava proprio Bonifacio VIII di aver volutamente causato, per vie traverse, il suo esilio da Firenze (secondo la tradizione, risalente alla “Cronica” di Dino Compagni, il 4 ottobre 1301 a Castello della Pieve si tenne il convegno che decise l’esilio di Dante cui parteciparono Carlo di Valois e il nobile fiorentino Corso Donati, capo dei Guelfi neri). Per tutta la vita, oltre al dolore per essere un “esule”, provò rancore e acredine verso il suo acerrimo nemico.

Celestino V, abituato alla vita solitaria e di preghiera propria degli eremiti e degli asceti, non possedeva quella cultura e quella spregiudicatezza unita all’autorevolezza idonee per guidare la Chiesa (per esempio, nei concistori si doveva parlare in volgare perché non conosceva la lingua latina, da sempre la lingua ufficiale della Chiesa). Per cui spinto “da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del corpo … abbandona liberamente e spontaneamente il Pontificato …” (così si legge nei documenti dell’epoca). Bonifacio VIII, inoltre, temendo uno scisma anche per il modo con cui il venerabile monaco era stato “convinto” da Carlo II d’Angiò a lasciare Roma e la Curia romana per Napoli pensò perfidamente e, forse, con un po’ di “realpolitick” di rinchiuderlo nell’orrido carcere di Fumone. I cronisti dell’epoca ci hanno tramandato particolari raccapriccianti sulla puzza della strettissima cella e sulla malvagia rudezza dei custodi, sei soldati e 30 uomini, che lo sorvegliavano notte e giorno. Il Santo malgrado fosse ridotto ad un’unica terribile piaga vivente non moriva e Bonifacio pensò di dare una mano alla natura. Un sinistro cavaliere appare nelle nebbie … è il nipote del pontefice usurpatore che provocherà la morte di Celestino V attraverso un chiodo piantato nel cervello a martellate. I tonfi del maglio si ripercuotono con sinistra eco lungo tutte le mura della prigione e sconvolgono le menti dei carcerieri. Gli aguzzini fuggono atterriti dal loro stesso misfatto e cominciano a raccontare l’atroce storia. Così inizia la leggenda …

Altra particolarità del castello di Fumone è quella di ospitare sul suo tetto il giardino pensile più alto d’Europa (Leon Battista Alberti nel suo trattato “De re aedificatoria” aveva descritto minuziosamente le opere da attuare per ingentilire, con la creazione di giardini “ad hoc” e secondo determinati parametri, le dimore storiche). Fu creato dal Marchese Giovanni Longhi nel 1588 dopo aver ricevuto il castello dietro compenso dal Papa. Con i suoi 3500 mq è il più esteso d’Europa a trovarsi a 800 metri, con un dislivello di 20 metri dalla strada che lo circonda. Le varie architetture e i vari espedienti per sorreggere il giardino (i fossati, per esempio, furono riempiti per sostenerne il grande peso) ricordano il famoso giardino pensile di Babilonia costruito da Nabucodonosor intorno al 600 a.C.

Cosa visitare nei dintorni

Assolutamente da non perdere la visita di Anagni, altro borgo conosciuto come la “Città dei Papi” e citata per ben due volte nella “Divina Commedia”. Infatti, “Alagna”, diede i natali a ben quattro pontefici: Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV e il famoso Bonifacio VIII. A quest’ultimo è legato il famoso episodio dello “Schiaffo d’Anagni” (epilogo del lungo dissidio tra Bonifacio VIII e il re Filippo IV, il Bello): “Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto,/veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,/e nel vicario suo Cristo esser catto” (Purgatorio, XX, vv. 85-87). Mentre nel Paradiso, XXX, v. 148 con “quel d’Alagna” Dante indica sempre il suo acerrimo nemico papa Bonifacio VIII (il quale essendo ancora in vita al momento del viaggio dantesco attraverso un escamotage letterario viene collocato nell’Inferno tra i simoniaci).

Alatri, la “Città dei Ciclopi”.

Per gli amanti della natura si consiglia una sosta al Lago di Canterno, il maggiore dei laghi carsici del Lazio (maggiori info: Riserva naturale del Lago di Canterno).


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