“VianDante”: i luoghi della “Divina Commedia” nel Lazio (3)

La “Malta” dantesca: un enigma ancora non risolto
Brunella Bassetti - 5 Aprile 2021
Piangerà Feltro ancora la difalta / dell’empio suo pastor, che sarà sconcia / sì, che per simil non s’entrò in Malta” (Anche Feltre piangerà per la colpa / del suo empio vescovo, la quale sarà così turpe / che mai per un delitto simile alcun condannato entrò in Malta)

Questa terzina dantesca scritta a perenne memoria sopra una mattonella in ceramica collocata nella parte bassa della Torre dell’Orologio del paese di Marta (VT) reca con sé un enigma non ancora risolto che, nel corso dei secoli, ha appassionato valenti studiosi e dantisti di tutto il mondo. Ossia l’esatta collocazione della prigione destinata agli ecclesiastici denominata “malta” che il sommo poeta cita nel Canto IX (vv. 52-54) del Paradiso.

Ci troviamo nel comprensorio del lago di Bolsena (il più grande lago vulcanico d’Europa – e bellissima zona della Tuscia a confine con l’Umbria e la Toscana) la cui caratteristica è di avere al suo interno due isole: la Martana e la Bisentina che conservano e tramandano antiche storie e leggende.

La parola “malta” deriva dalla forma latina medievale “maltha” che anticamente significava fango, melma. Poi con uso estensivo della parola passò a significare “prigione buia, umida e fangosa” trovandosi le stesse prigioni – quasi sempre – nei sotterranei di palazzi e/o torri. Dobbiamo dire che in molte località italiane si trovavano carceri/prigioni denominate così; possiamo affermare che “la malta” era il nome generico comune con cui venivano indicate le varie tipologie di prigioni.

A quale “malta” si riferiva, dunque, Dante?

Seguendo i commenti di Benvenuto da Imola, uno dei primi e dei più autorevoli commentatori della “Comedìa”, scopriamo che la prigione terribile destinata agli ecclesiastici viene collocata proprio nel territorio del lago di Bolsena. Queste le sue parole: “Malta è una torre orrenda, nel lago di S. Cristina, carcere amaro per i sacerdoti riconosciuti colpevoli di gravi delitti. In questo terribile carcere fu rinchiuso l’abate di Montecassino perché non aveva ben custodito Papa Celestino a lui affidato da Bonifacio VIII vi sopravvisse nell’afflizione appena pochi giorni nel pane della tribolazione e nell’acque dell’amarezza”.

La “torre orrenda”, secondo le diverse ipotesi e ricostruzioni storiche da parte degli studiosi, viene posta ora sull’isola Bisentina, ora sull’isola Martana. Soltanto nel 1830 si arriverà a sostenere che la malta fosse proprio quella posta “nella torre del castello di Marta”.

L’isola Bisentina – la maggiore delle due isole del lago di Bolsena – prende il nome da Bisenzio, antica città posta nelle immediate vicinanze. Nel corso dei secoli fu un territorio, seppur piccolo, sempre molto conteso. Per il discorso che ci riguarda possiamo dire che nel 1261 fu riconquistata da Papa Urbano IV che la ribattezzò “Urbana” utilizzandola come prigione per i religiosi rei di gravissimi delitti (un orribile carcere ottenuto scavando una galleria, un cunicolo nel tufo attraverso un pozzo alto circa 30 metri). Tra i vari detenuti ricordiamo Ranieri Ghiberti, Gran maestro templare tenuto prigioniero nella torre dell’isola nel 1295. Inoltre, ben sette chiese rurali furono costruite tra il XV e il XVI secolo (erette sulla scia delle “sette chiese” del pellegrinaggio romano) dall’Ordine dei Frati Minori, le quali divennero, in alcuni periodi, meta di pellegrinaggi religiosi. Non dimentichiamo che in questi territori passava, e passa tuttora, la famosa via Francigena.

Dar Ciriola

L’isola Martana, invece, è tristemente famosa per l’uccisione della principessa Amalasunta, regina dei Goti e figlia di Teodorico. Alla morte del padre, nel 526 d.C., il figlio di lei, Atalarico fu designato erede al trono ma data la minore età la principessa, suo malgrado, divenne regina degli Ostrogoti. Donna dalla vasta cultura e intelligenza seppe mantenere unite le due componenti etniche del regno: quella barbara e quella romana. Alla morte del figlio, nel vano tentativo di rafforzare e mantenere la propria posizione, associò al trono il cugino Teodato, duca di Tuscia. Tuttavia, dopo il matrimonio Teodato assunse pieni poteri e ordinò l’eliminazione della stessa. La regina fu vittima di un’imboscata durante un viaggio che l’avrebbe dovuta condurre a Roma. Fu rapita e con una barca fu trasportata all’isola Martana dove restò segregata fino al 30 aprile 535 d.C. quando alcuni sicari la uccisero. Non si sa come avvenne: forse strangolata, pugnalata o gettata dall’alto della rupe dell’isola.

Oltre alla barbara uccisione di Amalasunta, nel 303 d.C. – sotto l’imperatore Diocleziano – un’altra donna fu tenuta prigioniera, prima di essere martirizzata, sull’isola Martana. Ci riferiamo alla giovane Cristina, figlia di Urbano prefetto di Volsinii (antico nome di Bolsena). Nel 1078 la contessa Matilde di Canossa rinvenne sull’isola le reliquie della santa (che nel frattempo era stata proclamata patrona di Bolsena) e le fece trasferire nella cittadina lacustre dove fece erigere la chiesa, ora basilica minore, a lei dedicata.

Un’altra prigione, anch’essa destinata agli ecclesiastici, si trovava a Viterbo sin dal 1255.

Un mese e poco più prova’ io come pesa / il gran manto a chi dal fango il guarda / Che piuma sembran tutte l’altre some” (Per poco più di un mese provai quanto pesa / il gran manto pontificale a chi lo vuole preservare puro dal fango, / tanto che tutti gli altri pesi sembrano al confronto leggeri come piume)

Il pontificato di Adriano V durò soltanto un mese ma la sua figura fu resa immortale dai versi dell’Alighieri (Purgatorio, Canto XIX, vv. 99-105).

Ma a cosa alludeva il pontefice quando parla di “preservare dal fango”? Secondo la tradizione si tratta di una prigione che si trovava a Viterbo in prossimità del Ponte Tremoli. Era una costruzione di oltre trenta metri che aveva le fondamenta molto più in basso, nelle vicinanze del greto dell’Urcionio, corso d’acqua il cui interramento novecentesco ha fatto sparire gran parte della mole della torre. Tristemente famosa per il buio, la malsana umidità e per le sofferenze che ivi vi si infliggevano. Una corrente di pensiero ha identificato in questa “torre viterbese”, posta sulle rive fangose di un vecchio corso d’acqua, la malta dantesca.

La parola decisiva non è stata ancora pronunciata e la questione sull’esatta ubicazione della malta rimane tuttora aperta. Tuttavia, se consideriamo che il paese si chiama “Marta” al pari dell’emissario che si forma nella parte più bassa del lago; l’isola Martana è lo scoglio che da Marta ha preso il nome; “malta” è un riflesso di “Marta” e che nella maggior parte dei territori dialettali circostanti (umbro-orvietano-senese) non è rara la trasformazione della “L + consonante” in “R + consonante” (fenomeno linguistico del “rotacismo”) appare plausibile la sua collocazione nella parte bassa della Torre dell’Orologio, come detto all’inizio.

Il sommo poeta, inoltre, fu “sponsor” inconsapevole di questi territori che doveva conoscere molto bene. In un altro passo della “Divina Commedia”, precisamente ai vv. 20-24 del Canto XXIV del Purgatorio, così leggiamo:

“…e quella faccia / di là da lui più che l’altra trapunta / ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia / dal Torso fu, e purga per digiuno / l’anguille di Bolsena e la vernaccia” (… e quello dietro a lui / con la faccia cosparsa di screpolature più di tutti gli altri / fu sposo della Santa Chiesa / fu di Tours, e con il digiuno sconta le anguille del lago di Bolsena e la vernaccia)

Addirittura un papa, Martino IV, viene relegato nel girone dei golosi perché muore a seguito di una indigestione di “anguille” (le famose anguille pescate, soprattutto, presso la “cannara” antica peschiera di Marta che fu di proprietà anche dei papi stessi) intinte nel succo buonissimo della vernaccia. Per molti anni la vernaccia di Marta fu scambiata per quella di San Gimignano. Soltanto studi più specifici chiarirono che si trattava della “cannaiola”: vino di origine martana e non toscana. L’elemento caratterizzante il vino martano – i cui vigneti sono posti sul territorio collinare di origine vulcanica con grande presenza di tufo – è la nota abboccata/amabile.

Marta e il lago di Bolsena conservano e tramandano non soltanto storie antiche e leggende ma sono territori di prodotti enogastronomici di lunga tradizione e di prim’ordine. Lasciamoci guidare dai versi e dalle suggestioni dantesche per conoscere questa zona del Lazio così affascinante e misteriosa.

Cosa vedere nei dintorni

Riserva Naturale di Monte Rufeno www.parchilazio.it/monterufeno; Castell’Araldo, uno dei siti templari più importanti della Tuscia.

Bolsena, la “città del miracolo eucaristico” da cui la solennità del Corpus Domini si è estesa a tutta la Chiesa. Da vedere: la Cappella del Miracolo all’interno della Basilica di Santa Cristina, la Rocca Monaldeschi della Cervara che ospita il Museo territoriale del lago di Bolsena, il geosito delle pietre lanciate, il parco archeologico naturalistico di Turona.

Montefiascone, patria del vino “Est Est Est”. Da vedere: la chiesa di San Flaviano dove si trova la tomba di Johannes Defuk, prelato tedesco al centro della leggenda del famoso vino, la Cattedrale di Santa Margherita che vanta la terza cupola in Italia, dopo quella di San Pietro e Santa Maria del Fiore a Firenze, la Rocca dei Papi.

Capodimonte, il cui piatto tipico è il coregone, vanta una posizione caratteristica sulle sponde del lago.

Valentano, tipico borgo medievale. Da vedere: Lago di Mezzano.

Torre Alfina e il “Bosco del Sasseto”.


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