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Vicini ai senza dimora

L'esperienza esemplare della parrocchia di Sant'Ireneo a Centocelle
Maurizio Rossi - 10 Febbraio 2021

Le nostre Parrocchie sono spesso un fermento di iniziative, che non sempre conosce chi non le frequenta. La Parrocchia di S. Ireneo a Centocelle, una delle più antiche della zona dopo S, Felice, da molti anni, oltre ad essere luogo di aggregazione di fede per giovani e non, è molto attiva come centro Caritas verso i bisognosi. Tra le tante iniziative, l’ultima in ordine di tempo è dare un alloggio ai senza fissa dimora – attualmente sfiorano a Roma le 9000 persone, almeno quelle conosciute – specialmente in questo periodo difficile per il clima e per la pandemia.

Da molto tempo esiste un progetto Caritas diocesana per l’emergenza freddo, ma solo dal 2018 si è pensato ad un progetto locale, che coinvolgesse anche le parrocchie romane in quest’accoglienza. Hanno dato disponibilità ad oggi solo una parte – per mancanza più che altro di luoghi idonei – e tra queste S. Ireneo, che ha avviato nel novembre 2020 il progetto, destinando due stanze del complesso parrocchiale, e costruendo anche una piccola doccia annessa ai servizi igienici. La Caritas ha un piccolo gruppo di lavoro che accompagna le parrocchie nelle varie fasi di accoglienza e di preparazione.

Ho incontrato il parroco, don Concetto Occhipinti, per conoscere da vicino questa esperienza: “Si tratta di un’accoglienza di secondo livello, non di persone tolte dalla strada direttamente dalla Parrocchia” spiega, aggiungendo che sono i Volontari del servizio notturno itinerante ad effettuare un primo tampone e a portare nell’Ostello di via Marsala le persone raccolte; nell’Ostello i senzatetto trascorrono 10 giorni in isolamento e poi, dopo un secondo tampone, vengono sottoposte a colloqui con esperti per valutare le loro esigenze e il loro profilo e quindi inviate in Parrocchia. In tal modo viene garantita non solo la Parrocchia che accoglie, ma anche la persona, nell’ottica di un percorso di promozione umana. Per il momento a S. Ireneo gli ospiti sono due, accolti nel primo pomeriggio, poi la cena, la doccia, il riposo notturno e la prima colazione. Già si pensa ad una terza persona, ma si procede per gradi, anche a causa delle norme anti-Covid, volte ad evitare contatti stretti e affollamenti. Prosegue don Concetto spiegando che si sono utilizzati fondi parrocchiali e donazioni fatte alla Caritas parrocchiale; con il lavoro di volontari, è stato possibile preparare le stanze e reperire mobili per renderle più confortevoli.

“Chi si occupa del cibo?” chiedo, e lui “Molte famiglie hanno dato disponibilità per preparare la cena e la colazione e per fare accoglienza. La motivazione alla base di tutto questo è certamente fare un servizio a chi non ha una casa e una famiglia, ma anche ricordare concretamente a noi credenti che seguire Cristo significa evangelizzare e insieme promuovere ogni uomo; nel caso di questo servizio, cerchiamo di ridare alla persona il gusto delle relazioni familiari e di amicizia, facendola sentire di nuovo a casa; e questa dimensione non può esserci nell’ostello caritas, che accoglie per la notte, per ovvi motivi”.

Non possono non tornare alla mente le abbazie con le loro foresterie e le ricordo al parroco che aggiunge “Certamente, le nostre parrocchie debbono recuperare anche quella dimensione; oggi, ma ormai da molti anni, le sale parrocchiali sono destinate per l’ottanta per cento alla catechesi e per il dieci agli incontri e l’altro dieci ad esigenze diverse: dobbiamo ripensare all’uso degli spazi, per ripensare alla nostra pastorale”.

In sostanza, capisco che offrendo sacramenti e catechesi, ma non facendo vedere e toccare con mano la dimensione del servizio ai poveri, ai bisognosi, si rischia di non dare una sostanza piena al Cristianesimo annunciato con le catechesi ai giovani, alle famiglie, alle coppie di fidanzati. Occorre che tutti possano respirare un’aria di carità e di servizio, come ricorda l’ultima enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti” che ha come sezione centrale la parabola evangelica del Buon Samaritano. Ci salutiamo, sorridendo. Abbiamo entrambi imparato qualcosa.


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