Volere è potere? Intervista a Dario Sacchini

Rilasciata all’interno di una conferenza tenutasi nell’Istituto Cavanis di Roma

In un momento storico in cui la stabilità sembra essere la cosa più importante, tanto per ricordarci quanto faccia bene mettersi in discussione, ecco quest’intervista (rilasciataci all’interno di una conferenza tenutasi nell’ Istituto Cavanis) il dottor Dario Sacchini, professore di bioetica all’università Cattolica del Sacro Cuore.

Come giudica l’eutanasia un professore di bioetica?

L’ eutanasia non è altro che un’azione, o un omissione, che causa la morte di una persona per alleviarne le sofferenze,  è quindi un atto uccisivo e come tale viene sanzionato dal codice di deontologia medica. Il fatto che ci siano paesi che consentano, o meglio depenalizzino , l’eutanasia, così come il suicidio medicalmente assistito, non dice nulla dal punto di vista dei valori in gioco. Dobbiamo sganciarci dall’idea che se una legge consente qualcosa allora quel determinato atto è automaticamente  eticamente accettabile. Le leggi antisemite del 38 in Italia erano leggi dello stato, ma ovviamente non erano giuste, il diritto dovrebbe sempre essere ispirato dall’etica; quando non è così c’è qualcosa che non va. L’eutanasia non cessa di essere un atto uccisivo nemmeno se data su richiesta del paziente, infatti molte legislature lasciano al medico la facoltà di decidere se concederla o meno. A mio parere la domanda che dobbiamo porci è un’altra: il paziente sta solo chiedendo di smettere di soffrire o la sua richiesta nasconde altro? La letteratura medica internazionale dice che nella stragrande maggioranza dei casi la richiesta di morte del paziente è dovuta: o al cattivo controllo dei sintomi che esaspera il paziente al punto di voler morire, o all’abbandono da parte dell’équipe medica e della famiglia che gli fanno maturare l’idea di togliersi di torno.

Per cui per quanto possa essere tutelato dalla legge il medico che attua l’eutanasia va considerato un assassino.

Dal punto di vista del diritto sì, in quanto pratica un atto uccisivo, dal punto di vista etico invece disonora la sua  professione.

Qual è la differenza tra suicidio assistito ed eutanasia?

Il suicidio assistito non è altro che un atto suicidario guidato dal medico attraverso il posizionamento di un macchinario che manda in circolo cloruro di potassio portando il malato all’arresto cardiaco quasi immediatamente. Il macchinario può però essere attivato solo dal paziente (se lo facesse il medico si tratterebbe di eutanasia o vero e proprio omicidio) che liberamente sceglie quando e se procurarsi la morte.  Anche in questo caso non c’è nessuna legittimazione etica.

Documentandosi su internet è facile imbattersi in storie di italiani che vanno all’estero per servirsi del suicidio assistito. Mi ha particolarmente colpito il racconto della morte di un magistrato calabrese che partito per Basilea tra nulla osta e visite dallo psicologo impiega tre anni per poter prendere l’appuntamento che lo porterà alla morte… perché un uomo dovrebbe aspettare così tanto e fare una così grande fatica per uccidersi? Non le sembra più una richiesta di aiuto che di morte?

Assolutamente si, il desiderio di morire, così come la richiesta eutanasica, va decifrato e il medico commetterebbe un grande errore se si fermasse alla richiesta in se non considerando ciò che c’è dietro. In realtà il paziente chiede altro, la scelta ideologica ha una bassissima quantità di richieste, la letteratura medica parla dell’uno massimo due per cento,  il restante novantotto sta semplicemente chiedendo aiuto (basti pensare al caso della donna olandese a cui fu accordato il suicidio assistito in quanto troppo disperata per poter sopravvivere alla morte del figlio dopo essersi separata dal marito n.d.r. ). Nel caso di quel due per cento è chiaro che una persona in quanto libera e autonoma può determinarsi come crede, ma capisci bene che non si può obbligare una terza persona a ucciderti. E’ nella facoltà del paziente chiedere  l’eutanasia per la sua visione del mondo, ma è altrettanto un diritto del medico rifiutarsi per gli stessi motivi di coscienza.

Pochi giorni fa in Italia è stato abolito il metodo stamina. Si può negare il diritto di voler migliorare la propria vita?

Ti rispondo rovesciando la domanda, è giusto dare false speranze a persone malate sulla base di sporadici risultati positivi. La cultura della sperimentazione clinica che oggi viviamo ha superato ciò che accadeva fino a pochissimo tempo fa, in cui non esisteva un protocollo serio sulla sperimentazione sull’uomo dando così vita ad abusi di cui la storia è ricca. Detto questo, il metodo stamina, come tutte le sperimentazioni messe a disposizione, deve essere sottoposto al vaglio  della comunità scientifica, se verrà ritenuto valido  passerà per le diverse fasi di sperimentazione: sulle cellule, sui tessuti, e, se dovesse andare bene anche sugli animali, sull’uomo.  Ci sono  però dei passaggi importanti da compiere che nel caso specifico non sono stati fatti, in quanto il metodo stamina viene considerato una cura compassionevole, che in quanto tale non ha bisogno di rigorosi controlli.  Per cui va bene utilizzarlo in casi eccezionali ma non può diventare norma, quantomeno finché non passerà il necessario vaglio della comunità scientifica.

Cosa ne pensa della sperimentazione sulle cellule staminali embrionali?

Fermo restando che non è stata dimostrata la superiorità delle cellule staminali embrionali su quelle non embrionali in termini di efficacia di cura, credo che ci se debba porre la seguente domanda:  l’essere umano è utilizzabile? Nessuno dice che il fine non sia nobile, tutti vorremo trovare la cura a malattie altrimenti mortali, ma se l’essere umano nelle sue prime fasi di vita potesse essere utilizzato significherebbe che ognuno di noi potrebbe essere sminuito al punto da diventare un oggetto e come tale strumentalizzato. Se così non è, allora dobbiamo cercare un’altra strada, quella di salvaguardare la vita umana sempre e per sempre, in qualunque stato si trovi. Dobbiamo farlo lavorando di genialità, di creatività, di approfondimento, dobbiamo lavorare affinché l’uomo non diventi una cavia.

Quando si parla di vita umana non c’è fine che giustifichi il mezzo?

E’ così, ma è così nell’ ottica cristiana come in quella laica, non c’è bisogno di essere credenti per capire il valore dell’uomo.

Se chi pratica l’eutanasia è considerabile un assassino, lo è anche chi fa abortire? Non far nascere è davvero come uccidere?

Sì perché non fai nascere ponendo termine a una vita, per cui dal punto di vista etico è un atto uccisivo quanto l’eutanasia, vuoi o non vuoi così è. Che poi in questo caso la legge lo consenta, giustificando con argomentazioni di vario tipo è tutto da discutere.

Parlavamo prima di una legislazione che dovrebbe essere basata sull’etica, a questo proposito si sente spesso parlare di cambiare la costituzione, non crede sarebbe interessante un costituzionalismo prettamente etico?

Perfettamente d’accordo, si tratta di capire in nome di cosa la costituzione sia migliorabile e incrementabile, se l’obbiettivo è riflettere ancora di più sui valori che i padri costituenti con grande lungimiranza hanno messo in atto, bene. Se serve invece per introdurre interessi lobbistici facendo strame della realtà, allora sono molto perplesso.

Quanto è importante la libertà individuale?

Intanto dobbiamo considerare la libertà come una capacità della volontà, infatti la libertà in quanto intrinseca all’uomo non è mai assoluta. Ma non perché la si voglia concernere ma perché la nostra libertà è in relazione con quella degli altri ed è pressoché impossibile delinearne nettamente i confini. Sicuramente però la libertà proprio perché si confronta con quella degli altri mi obbliga a entrare in relazione con il prossimo  e per certi versi a dipendere l’uno dall’altro. Non siamo mai delle isole, le nostre scelte di libertà non sono mai solo nostre perché richiedono necessariamente una relazione.  Se questo è vero non possiamo che considerare la libertà come relativa, il che non la svaluta, ma sicuramente le mette dei limiti. L’uomo non è la sua libertà ma molto di più, l’uomo è la sua volontà, le sue esperienze, le sue emozioni, il suo corpo, siamo anche fisicità non dobbiamo dimenticarlo.

Per cui più che cercare di essere liberi ad ogni costo a cosa dovremmo puntare?

 L’aspirazione profonda dell’uomo è da sempre la felicità, felicità che va però interpretata come realizzazione di se stessi. Se pensiamo alla felicità come realizzazione di tutti i nostri desideri infatti, saremo sempre frustrati, in quanto ottenere tutto ciò che si vuole è, per forza di cose, materialmente impossibile.


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