

Grande manifestazione sabato 5 aprile a Roma contro il piano UE di riarmo
In politica i vuoti si riempiono sempre, di qualsiasi natura e su qualsiasi argomento, figuriamoci su un tema così delicato e sentito come il riarmo in un clima di possibile guerra. E questo Giuseppe Conte lo sa bene, motivo per cui ha prontamente ringraziato tutti coloro che erano in piazza ma non condividevano molti dei punti del M5S. Ed in effetti, in una via dei Fori imperiali gremita fino al Colosseo (centomila per gli organizzatori), oltre il naturale colore giallo del M5S – organizzatore dell’evento – c’erano moltissime persone provenienti da altre famiglie politiche. Ad iniziare da AVS con i loro leader nazionali in prima fila (Fratoianni e Bonelli) ma anche molti appartenenti al PD, a partire dal Presidente dei senatori dem Francesco Boccia. E poi tanti semplici cittadini, che magari non si riconoscono in un partito, ma solo (solo!) nella necessità di riunirsi in un momento collettivo di apprensione con una voce unica. I vuoti si riempiono, dicevamo, e la piazza di sabato è stato il riempimento di un silenzio, o forse per meglio dire, dell’assenza di una voce chiara contro il riarmo. Non che in altre occasioni questa voce non ci sia stata, chiariamo, ma probabilmente è stata flebile e mascherata da troppi distinguo.
I vari “tutti siamo per la pace, ma” sono stati probabilmente troppo ambigui in un momento in cui la necessità di prendere posizioni nette è molto sentita. Almeno da coloro che hanno animato la piazza sabato pomeriggio.
Un sentimento di timore per il riarmo che sempre più persone non vedono solo come deterrente difensivo, ma come necessario presupposto per un reale rischio bellico. Come ha infatti ricordato dal palco l’ex europarlamentare Barbara Spinelli, siamo di fronte alla teoria del fucile di Checov: “se in scena nel primo atto c’è un fucile, alla fine quel fucile deve sparare“. Ergo: se ci sono armi, alla fine queste armi qualcuno le deve usare.
Ed i tanti che si sono alternati sul palco hanno evidenziato proprio questo: un clima crescente di tensione che indica minacciosamente la strada verso un conflitto.
Da Alessandro Barbero che, con un video inviato, ha detto che il clima che si sta vivendo gli ricorda “paurosamente gli anni che hanno preceduto la prima guerra mondiale“. Lo storico ha ricordato come anche all’epoca l’Europa (occidentale) veniva da un lungo periodo di pace, come ora. E di come si parlasse in continuazione dell’armarsi come necessità per difendersi da “prossimi nemici”. Come ora. E “le grandi potenze, nel periodo precedente alla prima guerra mondiale, aumentarono tutte le spese militari di riarmo del 50%, nell’illusione di essere più sicuri. Ma ciò ha costituito un paradosso: ogni potenza, nel vedere che possibili nemici investivano maggiormente sulla difesa, aumentava a sua volta le proprie spesi in armamenti. Generando una crescita esponenziale e continua degli armamenti. Con l’unico risultato di diffondere una sensazione di nervosismo ed insicurezza tra i governi, che alla fine ha sfociato inevitabilmente in un conflitto“.
A Marco Travaglio, che ha parlato di una evoluzione graduale e costante. E veniamo infatti alla rana bollita. Travaglio, in una sua ricostruzione del conflitto russo-ucraino ha ricordato i vari step: “Abbiamo fissato per tre anni linee rosse, che abbiamo puntualmente cancellato poco dopo: niente armi all’Ucraina, solo aiuti umanitari e civili ed accoglienza ai profughi. Si alle armi ma solo leggere e difensive per aiutare l’Ucraina a difendersi durante il negoziato di Istanbul. Si ad armi pesanti ed offensive per aiutare l’Ucraina a sconfiggere la Russia. Si a caccia F16 e missili a lungo raggio ma da usare solo sul suolo ucraino. Poi anche per attaccare in Russia ma solo vicino al confine. Poi anche per attaccare in Russia, ma anche in profondità. Ultimo step: mandiamo le truppe in Ucraina (come da recenti dichiarazioni di Macron, n.d.R.). Il tutto grazie al riarmo appena approvato di 800 miliardi. Un percorso raggiunto per gradi, come la rana in acqua. Se la metti subito in acqua bollente, quella scappa. Ma se la metti in acqua fredda e alzi piano piano, quella si abitua al calore e quando deve scappare per salvarsi ormai è troppo tardi perché è diventata bollita senza accorgersene. La rana siamo noi, da tre anni stanno facendo in modo di farci abituare gradualmente all’idea della necessità del riarmo e di un possibile conflitto“.
In un susseguirsi di interventi, tra politici, storici, attivisti, alla fine la linea principale e costante è stata una: “se vuoi la pace, prepara la pace“. In un sentimento di piazza che , quindi, ha espresso il proprio disappunto e la propria contrarietà a qualsiasi tipo di riarmo come deterrente.
Linea che ha, oltretutto, generato grandi discussioni nell’ambito di coloro che non hanno aderito ufficialmente alle parole d’ordine della manifestazione, a cominciare dal Partito Democratico. Molti iscritti e simpatizzanti hanno partecipato alla manifestazione, e la stessa segretaria Schlein alla fine ha inviato una delegazione – capeggiata appunto dal senatore Boccia – consapevole che su questo tema ci sono molte voci in dissenso e non c’è una linea unica reale nel PD.
Come sottolineato da una figura storica del PD quale Andrea Orlando: “Nelle vie di Roma oggi ci sono volti e storie che abbiamo incontrato nelle nostre piazze. Chi li definisce putiniani offende anche la nostra storia“. E questo sarà solo uno degli ennesimi passaggi di un percorso pieno di ostacoli che la Schlein dovrà affrontare su quello che, sicuramente, risulta essere il tema più divisivo della comunità che si trova a dirigere.
Perché in politica i vuoti si riempiono. O li riempi tu, o rischi – in assenza di una posizione ferma e inequivocabile su un tema così importante e sentito – che i tuoi smettano di seguirti.
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