

Alcune riflessioni e considerazioni
Da bambino giocavo nel cortile all’interno di un grande condominio ed era un problema ricavarsi uno spazio per stare con gli amici. Eravamo tanti, sorvegliati dalle mamme alle finestre e chiamati dai balconi quando era ora di cena. Nessuno ci rimproverava il chiasso.
Adesso i cortili sono deserti ed è spesso vietato il gioco. Dove abitavo qualche anno fa, affacciandomi, sentivo il basso vibrato della caldaia condominiale, qualche scoppiettante motorino che veniva a parcheggiare e l’abbaiare dei cani lasciati sui balconi. Una generazione in età da genitori si è abituata a ogni tipo di tanfi e di rumori, ma mal sopporta il chiasso dei bambini.
Diversi anni fa andai in Ghana e le strade pullulavano di gente. Di anziani ce ne erano davvero pochi, ma quanti giovani, quanti bambini! È questo che li fa sempre più ricchi, con un tasso di natalità di 3,5 bambini a donna e nel 2025 una crescita del PIL al 6%. Da noi la crescita del prodotto interno lordo è stata dello 0,6% e la natalità è a quota 1,14: siamo tra le nazioni in cui sono più rari i figli e certo la produttività non cresce, se sono in molti a lavorare con la sciatica infiammata e il pannolone.
I figli sono ora così rari, che chi li vuole, e poi li ha, li serve come fossero principesse e principini, rendendoli antipatici un po’ a tutti. In un ristorante a Roma e in alcuni alberghi al mare hanno messo il cartello di divieto di bambini: sono pet-friendly e puoi portare il cane, il gatto e persino il pitone, ma i cuccioli d’uomo son vietati. Fare figli è considerato ormai sui social una strana fissazione di donne all’antica e in quest’atmosfera di biasimo molte donne rinunciano del tutto alla maternità.
L’età media degli italiani è ora a 47 anni e c’è poco da sperare nei migranti, la cui fertilità si blocca appena arrivano in Italia, né intorno a noi va molto meglio: sono cinquanta e forse più le nazioni che non arrivano al ricambio generazionale di 2,1 bambini a donna. La prima nazione che volle porre rimedio fu il Giappone ed era su per giù trent’anni fa, provando congedi parentali fino a un anno, riduzione delle ore di lavoro, posti garantiti negli asili nido e assegni bimestrali alle famiglie. A nulla servì e adesso sono a quota 1,14. È deprimente vedere l’Ungheria, con l’impegno profuso dal presidente Orbán per far nascere bambini dal pedigree ungherese, toccare quota 1,5 con una tendenza a scendere ancor più. Solo la Corea del sud è in controtendenza, ma era precipitata a 0,72 ed è risalita ora a quota 1: non è ancora tempo di brindare.
Il 21 ottobre scorso l’ISTAT ha presentato i Dati sulla natalità in casa nostra. Nel 2025 sono nati in Italia 355.772 bambini, il 3,5% in meno dell’anno precedente. D’altronde, le italiane arrivano a partorire il primo figlio quando hanno l’età più che matura di 32,7 anni in media. Le straniere non sono poi di grande aiuto, partorendo in Italia in media 1,74 figli, il 53% di più delle italiane, ma molto meno di quanto fanno in patria.
Non sembrano granché questi numeri, finché non li mettiamo affianco a quelli del 2008, che pur non rappresentando un record a livello planetario, per noi rimane l’anno più prolifico del nuovo millennio: abbiamo ora il 38,3% in meno di bambini nella culla, con un ulteriore calo dell’1,1% rispetto al semestre dell’anno precedente nei primi sei mesi del 2026. Era d’altronde prevedibile, e anche inevitabile, a meno di una miracolosa esplosione del desiderio, visto che le donne oggi in età fertile sono nate nei ruggenti anni ’80, epoca di tanta bella musica, ma davvero pochi figli (chissà se esiste una correlazione).
Le cause della denatalità sono note, ma la soluzione richiederebbe enorme coraggio e capacità e «il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare», scrisse Manzoni. Ciò che uccide la voglia di far figli, a quanto dicono, è ancora e sempre la lunghezza degli studi, la precarietà lavorativa, la difficoltà a conciliare esigenze di famiglia e turni di lavoro, e la difficoltà a trovare casa a prezzi ragionevoli.
L’Italia già da tempo interviene a favore delle giovani coppie e l’attuale governo ha stilato anche un encomiabile «Piano nazionale per la famiglia 2025-2027» portato avanti dal Dipartimento per le politiche della famiglia. Nell’ultima manovra economica per il 2027 troviamo fondi, bonus, voucher, flat tax e detassazione del fringe benefit: a parte che sembra non esistano vocaboli italiani a indicare i soldi dati da un governo ai cittadini, si tratta per lo più di aiuti che danno sollievo alle famiglie che già hanno dei figli, ma non convincono a farne chi ancora non ne ha. È così da sempre, ma si è costretti a dirsi fiduciosi. Ed ecco ogni anno ancora e sempre le solite prediche, religiose e laiche, sull’egoismo della gioventù di oggi e gli esperti che addossano la colpa a inquinamento, cibo o costellazioni in opposizione.
Fare figli costa fatica, soldi e tempo, ma non è stato mai diverso nella storia. I nostri genitori e nonni però, guardando orgogliosi i figli e i nipoti, sospiravano: «ne è valsa la pena», e ciò bastava. Era una gioia che si tramandava, in un mondo che metteva al primo posto la persona. Per quanto povero, nessuno avrebbe rinunciato mai ai figli, in tempi nei quali averne, e averne tanti, era da tutti lodato e rispettato.
Il figlio era allora la realizzazione di una persona e la mancanza di figli una tragedia. Ci si realizza adesso col lavoro, col possedere casa, restare in salute, qualche vacanza esotica e, magari, avere un compagno o una compagna con cui condividere la gioia. Solo dopo si pensa se sia il caso di far figli. Non si tratta di mostri o gente strana, sono persone adattate all’ambiente in cui viviamo.
È un’atmosfera tanto pervasiva da non essere percepita, così costante da sembrare naturale, talmente potente da scardinare quanto di più istintivo abbiamo, ciò che da sempre è tramandato. I figli sono il modo in cui festeggiamo, grati, la gioia di essere entrati in questo mondo già desiderati, attesi e amati. La generazione Z, quella dei giovani di oggi, è invece definita «la generazione triste». Non è facile crescere avendo come genitori dei finti adolescenti, che non hanno intenzione alcuna di cedere il comando.
Il mondo antico, tanto disprezzato, aveva al centro la famiglia, e la famiglia mette al centro la persona. Il lavoro produceva il necessario alla vita di ciascuno, ma il regno di ogni uomo e ogni donna era la casa. Qualcosa poi è cambiato: ci siamo resi schiavi delle cose. Non c’è più tempo per accogliere un nuovo essere umano. Abbiamo raggelato il cuore e investito tutto sui soldi e sul lavoro. Si produce di più ciò che più è desiderato, e noi desideriamo oggetti, non persone. È sentita inutile alla società la vita di chi, bimbo o anziano, disabile o malato, non è in grado di produrre.
I governi non governano, amministrano. Tutto è ridotto a economia. Numerose leggi aiutano ora a conciliare figli e lavoro, perché nessuna donna manchi al briefing aziendale o sia tagliata fuori dalla corsa a far carriera. La maternità è prevista e tollerata, non è amata: ci si legifera come si legifera sui giorni di ferie e malattia, o sui diritti delle categorie protette. È in funzione del lavoro che si gestisce la maternità.
Non si parla mai di maternità sui social, sentita come retaggio dell’odiato patriarcato, e così anche le leggi sono a favore di una generica «famiglia». Nel nostro mondo ordinato e asettico vogliamo bella presenza, efficienza e competenza; non ne fanno parte odori di latte materno, rigurgiti e pannolini, risultano inaccettabili le occhiaie delle notti in bianco e gli appuntamenti presi in mezzo alle poppate. È troppo carnale la maternità per parlarne in pubblico e a esser madre oggi non c’è da andarne fiera.
L’ingresso delle donne nel mondo del lavoro non ha scardinato il modo in cui era stato strutturato dagli uomini, non ha portato a una modifica di regole e di tempi per integrarvi la maternità, a cui, se vogliamo continuare a vivere, non possiamo di certo rinunciare; anche la paternità ne sarebbe uscita rafforzata. Il mondo si è invece ancora più volto all’efficienza produttiva e la maternità è diventata un limite, da cui liberarsi in ogni modo e al più presto. È arrivato sul mercato l’utero artificiale, uno «strumento di libertà» per garantire anche alle donne ricchezza e carriera: è più semplice trasformare donne in uomini che modificare la struttura del mondo del lavoro.
Sarebbe davvero una rivoluzione, senza morti e ancor più vivi, il porre al centro la persona, e non la produzione, rimettendo ordine tra le priorità, in un vero umanesimo completo: pensare di essere i dominatori del mondo ci ha reso meno umani e più bestiali.
La strada per uscire da quella schiavitù a cui ci siamo sottoposti comincia dai cortili da dedicare al gioco dei bambini. Dai desideri nascono le rivoluzioni, ed è dal cuore che nascono i bambini, prima ancora che si pensi a generarli. Non ci si vergognava un tempo a dire che i figli nostri «so’ piezz ‘e core» per i genitori. Speriamo che, anche oggi, davvero sia così.
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