

Persone anziane e malate sottoposte ad attese snervanti e scomode e a pratiche burocratiche superflue
Il deficit sanitario accumulatosi nella Regione Lazio, si sa, è enorme. Con la precedente gestione Storace è arrivato a 10 miliardi di euro. Una voragine riempita da scandali e illegalità su cui la Magistratura è da tempo: dai bilanci delle Asl non redatti per alcuni anni alle vicende truffaldine della signora Anna Iannuzzi, soprannominata lady Asl, e del di lei marito Andrea Cappelli, condannati rispettivamente a 8 e 6 anni in prima istanza ridotti poi a 6 e 4 in appello. La montagna dei debiti dovuta alla mala amministrazione e ai mancati controlli ovviamente pesa sui soliti noti: i cittadini, soprattutto quelli malati: Sia in termini pecuniari che di riduzione delle prestazioni. Da una parte sono tornati ad estendersi, e massicciamente, i tickets e, dall’altra, già da tre anni, i cittadini del Lazio hanno visto aumentare dello 0,5%, dallo 0,9 all’1,4, l’addizionale Irpef, e dell’1% l’Irap per riempire la voragine miliardaria.
Pensate quindi con quale stato d’animo, non propriamente sereno, le persone malate si avvicinano al servizio sanitario. Sentono, già prima di avvicinarsi alla prestazione, di essere vittime, oltre che della malattia, anche di una cattiva amministrazione. Ma, a volte, le disavventure non finiscono lì.
Succede, ad esempio, che una persona di novant’anni affetta da varie patologie tra cui una seria difficoltà alla funzionalità degli arti inferiori prenoti una visita ortopedica alla Asl RMB di via Cambellotti a Torbellamonaca. Già accedere alla sede sanitaria diventa un problema perché occorre salire dalla parte degli uffici del vicino Municipio o dell’attiguo Centro commerciale, le uniche strutture provviste di ascensore, e poi camminare lungo il piano rialzato verso la stanza di ortopedia. Per chi è sano e non in età avanzata il problema non sussiste, ma per chi è nella condizione della novantenne sopra citata è un problema come lo è per chi soffre di patologie simili ancora più gravi. L’alternativa di salire le ripide rampe di scale di diretto accesso alla Asl non è, evidentemente, in questi casi da prendere in considerazione.
Quando poi si arriva al locale di attesa per la visita, – perché c’è sempre da attendere un po’ malgrado gli appuntamenti avvengano per orario definito – alla novantenne e a tutti quelli che, ricorrendo alle cure ortopediche, evidentemente hanno qualche problema alle ossa in qualche parte del corpo, vengono gentilmente offerte delle sedute su panchine di solida pietra. Pare facciano parte integrante della cura più adatta a guarire le patologie summenzionate, soprattutto quelle degli arti inferiori, della colonna vertebrale, dell’anca, del femore, del coccige in particolare.
Uscita ancor più dolorante di come era entrata la novantenne deve nei giorni successivi recarsi alla visita per ottenere l’invalidità. Le è stata prenotata qualche mese prima per le 14,30 nel presidio sanitario, sempre della Asl RMB, di piazza dei Mirti in un dato giorno in cui sarà esaminata da apposita commissione medica; non bastando i certificati rilasciati dalla struttura sanitaria pubblica e dal medico di famiglia circa le sue varie patologie che, ad occhio nudo, la renderebbero meritevole del riconoscimento di invalidità richiesto.
Essendo fissato un orario lei, e i suoi necessari accompagnatori, pensano che tutt’al più ci sarà da aspettare qualche minuto prima della fatidica visita. Sbagliano per eccesso di umanità e perché privi di istinti sadici. Infatti ci si accorge che bisogna prendere un numero di attesa perché tutti i potenziali invalidi sono stati convocati alla stessa ora, che è quella in cui la commissione si insedia; poi ci sarà da aspettare. La compagnia dei sofferenti in attesa, ovviamente, è numerosa. Per lo più anziani, bisognosi dell’accompagno; alcuni chiaramenti disabili, su sedie a rotelle, con i contenitori di ossigeno al seguito; qualcuno affetto da problemi d’incontinenza, altri che non possono stare seduti a lungo e debbono essere accompagnati a farsi più di una passeggiata; altri ancora non presenti a se stessi. Tutti in attesa per ore in questo lazzaretto.
Esclusi i più fortunati che, sapendo l’andazzo, hanno mandato qualche parente a prendere il numero qualche ora prima. Questa sorta di accanimento terapeutico potrebbe essere evitato scaglionando gli appuntamenti così come si fa per altre visite specialistiche in tante altre Asl o strutture ospedaliere. Ma così, evidentemente, non si contribuirebbe ad una sana selezione della razza e al conseguente risanamento del debito sanitario.
La nostra non più giovane amica attende perciò su di una scomoda sedia circa 2 ore e mezzo prima di essere esaminata dalla commissione. Ma il suo calvario non finisce lì. Finora l’ha scampata, ma il marchese De Sade è ancora in agguato. Siccome è diabetica cronica deve sottoporsi quasi quotidianamente alla misurazione della glicemia. Gode, si fa per dire, dell’esenzione dai tickets connessi alle prestazioni sanitarie per questa patologia. Per le misurazioni occorrono strisce e aghi. Prima li prescriveva il medico di famiglia e si prendevano alla Asl Policlinico Casilino. Ora no.
Prima ci si deve sottoporre a visita diabetologica nella struttura pubblica e poi recarsi con l’apposito certificato alla Asl, sempre RMB, di via Bresadola per consegnarlo al servizio farmaceutico che poi darà ordine alle farmacie di fornire al paziente l’occorrente; sempre, ovviamente, dietro prescrizione medica. Il tour burocratico è stato pensato per evitare gli sprechi. Come se un malato di diabete cronico e conclamato si divertisse a ordinare al medico e questi a prescrivergli il consumo di strisce e aghi.
Ma a via Bresadola non ce se la cava con la consegna del certificato in pochi minuti. Troppo comodo. Anche qui, agguantato il solito sadico numeretto, si aspetta ore per poter essere ricevuti dal medico perché in attesa vi sono centinaia di persone, guarda caso per lo più anziane e non proprio pimpanti. Dopo circa 2 ore e un quarto, in cui si sono ascoltati sfoghi dei presenti contro tutto e contro tutti, la pratica è sbrigata. Ma al malato, come minimo, è capitato un calo di glicemia o un abbassamento, oppure un aumento se iperteso, di pressione.
In compenso la Regione ha la sicurezza di aver risparmiato qualche ago e qualche striscia non dovuti come se dietro ad ogni diabetico cronico si nascondesse una “lady Asl” oppure un Angelucci. Una cosa è certa: di fronte agli inventori di simili percorsi sanitari il “divino marchese” appare un vero buontempone.
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Quanto hai descritto non solo è vero ma comune a tutte le asl di Roma. E’ uno schifo! Per non parlare dell’arroganza e maleducazione degli impiegati agli sportelli! Potrei scrivere romanzi!