Decreto Romani: in arrivo il bavaglio alla rete

Allo studio, questi giorni in Parlamento, un decreto che porterebbe gravi restrizioni ad Internet
di Mauro Carbonaro - 4 Febbraio 2010

Non sono passati inosservati i gruppi di Facebook che inneggiavano a Massimo Tartaglia, autore del “lancio della statuina” al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Gruppi non condivisibili, i quali hanno fatto scattare l’allarme del Governo, che da tempo stava cercando di trovare una soluzione, un pretesto, per legiferare e imporre dei limiti al fenomeno, sempre più allargato, del web (e dintorni).
Se ne ignorano i vantaggi, piuttosto si considerano i limiti del web, e per tale ragione, dallo scorso dicembre, è allo studio quello che viene chiamato il “decreto Romani”.

L’analisi del decreto che, come si legge dall’atto di Governo, tratta il “coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive”. Al vaglio c’è una nuova regolamentazione dei media italiani, con una serie di introduzioni legate al web nel suo complesso.

Prima novità  sarebbe l’equiparazione dei siti web alle Tv. Un passo indietro pericoloso, che porterebbe ad intaccare e distruggere il sistema Internet, vista la nascita del concetto di “servizio di media audiovisivo” e l’ingresso nel novero dei mezzi che trasmettono non occasionalmente immagini (conseguenza: ogni video blog correrebbe il rischio della censura). Conseguenza principe dell’equiparazione è “l’autorizzazione ministeriale preventiva” per tutti coloro che volessero diffondere immagini via internet.
Una web tv sorta con un telefonino, con una web cam, al pari di video pubblicati su piattaforme come YouTube, sarebbero equiparati dal potere governativo al gruppo Mediaset e per la loro "divulgazione" in Rete si renderebbe necessaria un’autorizzazione ministeriale.
Una decisione ambigua, paradossale, soprattutto in considerazione del fatto che mentre una rete televisiva sceglie personalmente i programmi, un provider come YouTube altro non fa che concedere uno spazio (gratuito o meno che sia) lasciando la libertà di gestione agli utenti.

Altra novità: la responsabilità diretta dei provider sui contenuti pubblicati sul web. Qualora si constatasse la violazione dei diritti d’autore, o si riscontrassero contenuti ritenuti offensivi, la responsabilità diretta sarebbe dei provider (gestori del sito), i quali potrebbero incorrere in sanzioni dai 50mila ai 150mila euro se, immediatamente e personalmente, non arrivino ad intervenire.

Chi vigilerebbe sulle nuove norme? L’Agcom. All’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni spetta il ruolo di sceriffo della rete, il quale “emana le disposizioni regolamentari necessarie per rendere effettiva l’osservanza dei limiti e dei divieti di cui al presente articolo (ndr. Art 6)”.

Dopo il ritiro del decreto Levi, dopo l’abrogazione dell’emendamento D’Alia, ecco l’ennesimo tentativo di porre limiti al tanto detuperato web. 

Chiunque volesse leggere personalmente il decreto, questo il link dal sito della Camera: http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/AttiDelGoverno/pdf/0169.pdf


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