19 settembre 2009: Liberi di non credere

Il 19 settembre l’UAAR, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, organizza il suo primo meeting nazionale a Roma
riceviamo e pubblichiamo - 8 Settembre 2009

L’UAAR invita tutti i cittadini e le associazioni che promuovono la laicità dello Stato a partecipare a “Liberi di non credere”. Appuntamento a Roma, in piazza Ankara, alle 14.30 di sabato 19 settembre 2009.

Si potrebbe obiettare che ognuno, nel nostro Paese, è “libero di non credere”, che non viviamo in uno Stato teocratico, che non c’è motivo di dichiarare con forza questa libertà, riconosciuta senza ombra di dubbio dalla Costruzione italiana. Ma siamo proprio sicuri, in Italia, di essere “liberi di non credere”?

Ad oggi sembra proprio di no. Viviamo in un Paese in cui la credenza cristiano-cattolica di alcuni cittadini condiziona i diritti di tutti. E se anche questi “alcuni” fossero la maggioranza – e tra atei, agnostici, indifferenti, scettici e credenti in altre religioni è difficile sostenerlo – l’ingerenza religiosa nel Diritto di uno Stato laico non sarebbe comunque giustificata.

Ma come si manifesta questa ingerenza? In alcune leggi promulgate dal nostro Parlamento così come nelle “non-leggi”, ossia nella assenza di regole volte alla tutela di intere categorie di cittadini (una per tutte le coppie di fatto, alle quali sono negati i più basilari diritti di solidarietà riservati alle coppie regolarmente unite in matrimonio).
E allora, per riassumere il senso di questo meeting e spiegare perché non ci sentiamo “liberi di non credere”, facciamo qualche esempio.

Procreazione assistita. La legge 40, parzialmente cassata dalla Consulta qualche mese fa per l’incostituzionalità di alcuni suoi punti, assorbe in pieno i precetti cattolici in materia di procreazione a scapito della salute delle donne che vi fanno ricorso. Il divieto di crioconservazione degli embrioni, di fecondazione eterologa e di diagnosi pre-impianto contraddicono ciò che è sancito in altre leggi o che segue semplicemente le regole della natura. E infatti, perché negare la diagnosi pre-impianto e costringere una donna all’impianto coatto quando potrà fare successivamente gli stessi accertamenti e magari, in caso di malattie genetiche del feto, decidere di abortire? Perché vietare la fecondazione eterologa quando in natura le cose si svolgono ben diversamente? Perché proibire la crioconservazione degli embrioni costringendo una donna a ripetute stimolazioni ormonali che ne devastano la salute?
Semplice, per non incorrere nel peccato. La procreazione è consentita, dalla Chiesa, solo dentro al matrimonio, l’aborto è un peccato che merita addirittura la scomunica latae-sententiae (ossia “d’ufficio”), e l’eventuale eliminazione di embrioni congelati, assimilabile all’aborto, è contraria al principio cattolico secondo cui la vita, sacra e intoccabile, parte dal momento esatto del concepimento. Ereditiamo tutti, senza volerlo, il dogma di altri.

Pillola abortiva (Ru486). Dopo un farraginoso processo di autorizzazione che ha visto l’Italia ultima tra tutti i paesi civilizzati, la pillola abortiva è approdata anche nei nostri ospedali. Ma il Parlamento ha chiesto un processo di revisione dopo che la Chiesa ha urlato ai quattro venti all’”omicidio facile”. Eppure il diritto di aborto è già sancito nel nostro Paese e tra un aborto farmacologico e uno chirurgico la differenza è solo – ancora – nella salute psico-fisica della donna. Se l’aborto deve essere indolore i cattolici non ci stanno, adducendo pretesti di varia natura. In sintesi un peccato va almeno pagato, e la sofferenza fisica sembra il mezzo più appropriato.

Obiezione di coscienza. Non solo negli ospedali la legge italiana garantisce ai medici il diritto all’obiezione di coscienza in tema di aborto, ma ora il fenomeno dell’obiezione si è riversato anche (illegalmente) sulle farmacie. Non è difficile, infatti, trovare farmacisti obiettori che rifiutano di fornire la contraccezione d’emergenza, ossia la “pillola del giorno dopo”. Un’inaccettabile sospensione di servizio pubblico, quale è quello di ospedali e farmacie. Sarebbe come dire che un impiegato della posta, ateo, è in diritto di rifiutare il pagamento di un bollettino destinato a una confessione religiosa in base alle sue personali convinzioni.

Direttive anticipate di fine vita. La bozza di legge approvata in Senato sul testamento biologico sancisce che alimentazione e idratazione forzate non sono da considerarsi “terapie” e quindi non è in diritto del cittadino decidere anticipatamente di privarsene qualora, in caso di perdita di coscienza, gli dovessero essere somministrate per mantenerlo in vita. Al di là di una probabile incostituzionalità (articolo 32 della Costituzione: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”), anche qui la proposta di legge recepisce in toto il principio di sacralità della vita: la vita non appartiene al cittadino ma solo a Dio che la può dare e togliere suo piacimento. L’uomo non può disporre di qualcosa che per legge divina non gli appartiene. E questo, se verrà approvata la legge, non varrà solo per i cattolici, ma anche per tutti gli altri, privati del diritto all’autodeterminazione.

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Laicità della scuola pubblica. Chi non crede nel dio cattolico sa bene che lo Stato italiano non prevede alcuna alternativa – se non il “parcheggio in altre classi” per i piccoli e la nullafacenza in istituto o fuori per i grandi – alla cosiddetta “ora di religione”. In più, gli insegnanti di religione sono scelti dalla Curia ma equiparati ai loro “colleghi” assunti per regolare concorso statale: dal 2004, infatti, sono inseriti a pieno titolo nelle graduatorie pubbliche e percepiscono lo stipendio direttamente dallo Stato attraverso le tasse di tutti i contribuenti, cattolici e non. Ma continuano ad essere scelti dal Vescovo.
L’attuale ministro Mariastella Gelmini, poi, ha tagliato personale docente nelle scuole senza scalfire la sussistenza dell’ora di religione (facoltativa) a scapito di tutte le altre materie (obbligatorie) e addirittura del sostegno per i portatori di handicap.

Privilegi della Chiesa cattolica. Qui si apre un capitolo difficile da riassumere in poche righe. A titolo di esempio potremmo parlare dell’8×1000 della dichiarazione dei redditi, uno scandalo tributario che va avanti indisturbato dal 1985. Tutti i cittadini possono scegliere di destinare l’8×1000 delle loro tasse a una confessione religiosa o allo Stato italiano, ma ogni anno solo il 30% circa della popolazione si avvale di tale facoltà. Ciò che proviene dalle tasse di chi non ha espresso preferenze viene ripartito in forma proporzionale sulle scelte espresse, il che significa che la Chiesa cattolica, a fronte di un 35% di preferenze tra le scelte effettuate, ottiene quasi il 90% dell’intero gettito fiscale derivante dall’8×1000.
Merita attenzione anche il finanziamento alle scuole private – per la maggior parte cattoliche – che passa indenne attraverso i tagli all’istruzione perpetrati da anni, o l’esenzione dell’ICI per i beni immobili del Vaticano. Che dire poi della legislazione vaticana che accetta, da quest’anno, solo ciò che ritiene “valido” di quella italiana? E dell’articolo 8 del Trattato tra Santa Sede e Italia del 1929 che definisce “sacra e inviolabile la figura del Papa” equiparando le offese e le ingiurie contro la sua persona a quelle contro il presidente della Repubblica italiana? Nessun capo religioso gode in Italia di simili privilegi, così come nessun capo di stato straniero.

Potremmo continuare per ore con le ingerenze che subiamo giornalmente nella nostra vita civile, obbligati ad allinearci a un “credo” che non condividiamo, a finanziarlo, a seguirne i precetti e a veder tramutati in reati i suoi “peccati”, come in ogni stato teocratico che si rispetti.

No, non ci sentiamo “liberi di non credere”. Per questo vogliamo affermare con forza il nostro diritto a esserlo. Per un Paese realmente laico, in cui siano rispettati i diritti di tutti i cittadini a prescindere dalle loro scelte di coscienza.

Info: roma@uaar.it ; roma-ufficiostampa@uaar.it
tel: 06 5757611; 06 8376895; 346 0227998; 340 1549703
www.uaar.it/uaar/19-settembre – www.uaar.it/roma

di Cecilia Maria Calamani – addetta stampa UAAR di Roma


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