Cento dipendenti comunali scrivono al partito di Zapatero

Nella lettera, vero e proprio documento politico, chiedono l’iscrizione al PSOE
di Alvaro Colombi - 8 Ottobre 2008

“Siamo un gruppo di dipendenti della pubblica amministrazione che vivono e lavorano a Roma, non tutti giovanissimi e molti con alle spalle anni di militanza nei partiti della sinistra storica e nel sindacato…”. Inizia così la lettera che oltre cento impiegati comunali hanno inviato al PSOE, il partito socialista operaio spagnolo, chiedendo di entrarne a far parte. “Oggi – continua il documento – oltre alla delusione, alla rabbia, al disorientamento, avvertiamo, cosa peggiore, un senso di impotenza quasi assoluto per la mancanza totale di riferimenti politici ed etici”.

Non manca l’affondo, impietoso, ad una “una sinistra senza idee, litigiosa e confusa, incapace non solo di fare opposizione, ma perfino di raccogliere i cocci dei suoi fallimenti”.

Che dire? Anche ad astenersi da giudizi di merito è fatto innegabile che la politica della sinistra italiana degli ultimi decenni abbia prodotto una diaspora senza precedenti delle sue energie più sane rimpiazzandole con un “rampantismo” spregiudicato. E’ su questo che Veltroni e compagni devono meditare seriamente.

Il PSOE non è un partito transnazionale e non sappiamo perciò se la richiesta potrà essere accolta. In ogni caso, le adesioni all’iniziativa, che non è certo priva di intenti provocatori, crescono di giorno in giorno. “In poco tempo – ci dice Carlo Quintozzi, uno dei promotori – hanno superato il centinaio solo col passa parola, senza contare la crescita del dibattito tra i lavoratori”.

“La nostra azione, come cittadini, dipendenti pubblici o militanti – si legge ancora nella lettera – è stata sempre ispirata a valori che la società italiana, soprattutto a causa della cattiva politica, tendono ormai a scomparire e che invece si ritrovano intatti nel codice etico di Zapatero, vero ed ineludibile punto di riferimento per la pubblica amministrazione di ogni democrazia la cui cultura dei diritti segua di pari passo quella dei doveri”.

In effetti, bisogna convenire che la classe politica italiana (sinistra compresa) non si è mai sognata di affrontare, nemmeno a scherzare, la questione morale in un paese che oggi figura al 42° posto nella graduatoria dei paesi corrotti, ex equo col Botswana. La morte di Berlinguer, l’unico ad intuire quale fosse la malattia endemica dell’Italia e a metterla al centro dei problemi, ha tolto tutti dall’imbarazzo e la questione morale declassata a rango di problema qualsiasi, quando non affossata del tutto, ridotta ad ipocrita spot pubblicitario e riesumata ogni tanto dal finto indignato di turno.

Codice etico a parte, ciò che colpisce anche noi è la grande sfida riformista di Zapatero. Il ritiro immediato delle truppe dall’Iraq, l’allargamento dei diritti civili, la difesa dello stato dalle ingerenze della Chiesa cattolica, la nuova legge sulla scuola privata, la sottrazione della televisione di stato dall’influenza dei partiti sono fatti oggettivamente straordinari, impensabili nel nostro paese, dove alcune persone hanno costruito le loro fortune politiche sventolando le bandiere di un riformismo solo virtuale o, peggio, a misura dei propri interessi.


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