Giuseppe Varanese e la passione della sartoria

Un lungo apprendistato prima di aprire la bottega all’Alessandrino
di Maria Giovanna Tarullo e Vincenzo Luciani - 18 Ottobre 2012

Siamo in visita alla ‘storica’ bottega di sarto di Giuseppe Varanese in viale Alessandrino, 611

Giuseppe, come ti sei avvicinato a questa professione?

L’idea non è nata da me. Decise mio padre, come avveniva per tutti i ragazzi della mia generazione. Era consuetudine infatti di mandare i propri figli, dopo la scuola dell’obbligo, ad imparare un mestiere in una bottega e, sulla base di quella spinta iniziale, si decideva se fare il calzolaio, il barbiere, il sarto, il falegname.
Nel 1962 arrivai a Roma da Campolieto, un piccolo paese del Molise. La mattina andavo a scuola ed il pomeriggio mi dirigevo in una sartoria in via Erasmo Gattamelata dal Mastro Alceo Brandimarti dove sono stato dal 1962 al 1964 e poi in via delle Acacie dal Mastro Ezio Battelli. Ricordo che, oltre a non chiedere una paga per il mio lavoro, mio padre disse al mastro: "se c’è bisogno, mena". Rimasi in quella bottega sino a prima della partenza per il servizio militare e, una volta tornato, dopo aver fatto una scuola di taglio, decisi di aprire un mio negozio.

Dar Ciriola asporto

Cosa ricordi degli inizi?

Era il 20 settembre del 1974 quando aprii questa sartoria nel quartiere Alessandrino. Quando l’impiegato dell’Acea arrivò per fare l’ attacco della luce mi disse: "A pische’ che apri qua?" Io gli risposi: “una sartoria su misura”. La risposta fu "tra venti giorni te vengo a stacca’ la luce". Per fortuna è andata bene e sono ancora qui. I primi tempi non avevo una mia clientela e prendevo il lavoro dal sarto da cui avevo lavorato il quale aveva molti clienti perché allora i vestiti si facevano artigianalmente e il mondo del preconfezionato non era così evoluto come adesso. Insomma c’era ancora l’usanza di andare dal sarto a farsi fare un abito su misura. Purtroppo per me il modo di vestire è cambiato e fare un abito su misura oggi costa.

E poi?

A mano a mano ho acquisito miei clienti. Qui all’angolo c’era una bisca dove bazzicavano molti personaggi della malavita locale e anche – devo ammetterlo – grazie a loro ho decollato. Mi chiedevano due-tre vestiti per volta. Inoltre la gente del quartiere iniziava a conoscermi e veniva a trovarmi per piccoli lavori. Diciamo che fino agli anni ’80 è andato tutto a gonfie vele. Poi è cominciato a peggiorare e adesso siamo in crisi profonda.

Quali sono le ragioni che ti permettono di continuare questo mestiere?

La gente viene da me per la fiducia che ripone nel mio lavoro, anche se si avvicinano con timore perché dicono che sono caro. Ma per fare un buon lavoro ci vuole il tempo necessario ed io cerco di fare del mio meglio. Ho continuato soprattutto per autentica passione e reputo il mio come un grande mestiere perché quando metto un vestito addosso ad una persona per me c’è una grande soddisfazione.

Come è cambiato il quartiere da quando hai aperto la tua sartoria?

Per me personalmente non è cambiato molto. L’orizzonte che vedo io è sempre lo stesso: il viale Alessandrino e i suoi passanti. Sono stato catapultato in questo quartiere, prima vivevo a Centocelle in via Tor de’ Schiavi e mia madre si mise alla ricerca di una casa dirigendosi nell’allora Borgata Alessandrina e nelle vicinanze di casa trovai anche il negozio. Quando ho preso questo locale ho iniziato subito a lavorare senza nemmeno cambiare la carta alle pareti con la collaborazione di mia moglie. All’inizio ero intenzionato anche ad avere degli apprendisti, li tenni una settimana ed avevo la volontà di pagarli e metterli in regola. Ma il mio commercialista mi disse che non avrei avuto la disponibilità necessaria per stipendiare anche loro e, con grande rammarico, li dovetti mandare via.

Come si è evoluta la situazione nel suo settore?

Adesso è cambiato il modo di vestire ed anche il livello di confezione è diventato ottimo. Di un vestito che costa 50 euro e di uno che costa 1500 euro, possiamo dire che hanno quasi la stessa vestibilità. Quindi il cliente si fa due conti e sceglie quello più economico. Poi, fortunatamente per me, troviamo l’appassionato del vestito su misura, personalizzato o quello che, per problemi di taglia, non trova quello adatto a lui nel negozio di abbigliamento e allora si dirigono da me. Io resisto perché sono un albero piantato qui, sono costretto a tirare avanti almeno altri cinque-sei anni. Se la salute mi assiste, io starei qui anche altri 10 anni, perché amo questo lavoro.


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