

L’illusorio progetto di Veltroni di trasformazione policentrica della città seppellito da milioni di mc di cemento voluti dai costruttori e concessi da Alemanno
Come è noto nel PRG edito dalla giunta Veltroni sono previste 18 centralità urbane metropolitane: 10 a pianificazione già definita (Eur-Castellaccio, Pietralata, Ostiense, Tiburtino-Polo Tecnologico, Tor Vergata, Bufalotta, Ponte di Nona-Lunghezza, Alitalia-Magliana, Fiera di Roma, Massimina) e 8 a pianificazione da definire (Acilia-Madonnetta, Romanina, Cesano, La Storta, Saxa Rubra, Ponte Mammolo, Santa Maria della Pietà, Torre Spaccata).
Secondo Veltroni dovevano segnare “Non più una crescita che ruota attorno a un solo centro pregiato, ma uno sviluppo pianificato attorno a nuove e diffuse centralità urbane: veri e propri ‘magneti’ in grado di attrarre investimenti e attività”. (Intervista all’ “Architetto Italiano” anno I n. 3 2004 a cura di Ida Fossa).
Insomma una trasformazione policentrica della città da sempre ricercata e mai conseguita.
A Veltroni rispondeva, qualche anno dopo e a ragion veduta, il suo collega di partito ed ex assessore della giunta Rutelli Walter Tocci: “Si è affermato un gergo urbanistico composto di parole suggestive che acquistano significato solo per una ripetizione ossessiva, avendo perso da lungo tempo la verifica dei risultati. Un esempio di retorica autovalidante è il policentrismo del nuovo piano regolatore di Roma. Una contraddizione di linguaggio è introdotta già dal numero eccessivo delle nuove centralità, una ventina solo a scala urbana per arrivare ad una settantina se si considerano anche quelle provinciali e locali. Per rimanere solo alle principali, se un episodio urbano si ripete una ventina di volte non può centralizzare alcunché. Evidentemente si tratta di localizzazioni molto disperse sul territorio, senza il peso necessario per modificare le attuali gerarchie tra centro e periferia, ma con la dimensione sufficiente per confermarne la patologia. Il termine policentrismo ha coperto con un’immagine suggestiva la vecchia disseminazione edilizia che ha contraddistinto la vicenda urbanistica romana per l’intero Novecento”. (“Democrazia e diritto” fascicolo 1/2009)
Non era la sola contraddizione quella rilevata da Tocci.
L’altra e ancor più eclatante era quella che affondava, mentre la sosteneva a parole, ogni trasformazione policentrica della Capitale in quanto fondata sul trasferimento dal centro storico delle maggiori attività direzionali nei nuovi luoghi policentrici della periferia urbana. Nel PRG infatti veniva scolpito: "appare difficile immaginare uno svuotamento del centro dalle funzioni forti né tale ipotesi sarebbe auspicabile" (Relazione del Nuovo piano regolatore di Roma adottato dal Consiglio comunale il 19-20 marzo 2003, pagina 16).
Ed in effetti, come volevasi dimostrare, in quella “retorica autovalidante” si è infilata la solita speculazione edilizia.
Di funzioni direzionali forti da trasferire dal centro storico non se ne è più parlato mentre l’attuale giunta ha messo in cantiere la cosiddetta densificazione delle 8 centralità da pianificare.
Milioni di metri cubi per lo più residenziali e commerciali che verranno scaricati in questi recipienti urbani perpetuando l’espansione a macchia d’olio della città, l’allungamento di periferie senza funzioni, senza servizi e senza qualità, l’implementazione dei costi sociali e pubblici a fronte di nuovi rilevanti superprofitti generati dalla rendita urbana. In questa prospettiva la densificazione cubatoria della centralità di Romanina recentemente annunciata dall’ass. Corsini dovrebbe fare da esempio e volano per tutte le altre.
Densificazioni che dovrebbero servire, dice il sindaco Alemanno dimentico delle promesse fatte all’inizio del suo mandato, a reperire le risorse necessarie per le infrastrutturazioni trasportistiche e i servizi ai nuovi insediamenti abitativi e commerciali. Ma si oscura il fatto che non c’è rapporto equilibrato fra il contributo degli oneri concessori dovuto dai costruttori (anche sotto forma di contributo straordinario alla valorizzazione immobiliare decisa dal Comune con gli incrementi di cubatura) e i costi che l’amministrazione deve sopportare per i servizi e la loro manutenzione nel tempo e per le urbanizzazioni delle nuove zone di espansione.
Aver tenuto bassi e decrescenti gli oneri concessori rispetto all’innalzamento dei valori immobiliari determinati dal mercato in quest’ultimo quindicennio (a Roma vi è stato più che un raddoppio soprattutto dopo l’entrata in vigore dell’euro) ha fatto sì che i costi pubblici per l’espansione della città siano cresciuti.
Se si considera poi che a ciò si è sommato il taglio dei trasferimenti statali si ha un quadro per cui a pagare la gigantesca appropriazione privata dei profitti derivati dalla rendita urbana determinata a sua volta, per gran parte, dalle decisioni pubbliche sugli indirizzi di sviluppo urbano, siano stati i bilanci pubblici, cioè in definitiva tutti noi comuni cittadini. Con l’aggravante di implementare un guadagno particolare come la rendita che non sviluppa la produzione di merci, ma solo consumo di suolo, sottraendo risorse preziose agli investimenti produttivi.
In questo la rendita presenta una sorta di “affinità elettiva” con l’altro elemento che, non a caso, ha dominato l’economia di questi anni portando all’attuale crisi economica: la speculazione finanziaria.
Il denaro che produce denaro senza passare per la produzione di merci e quindi senza produrre reale sviluppo economico e buona occupazione ma solo bolle speculative che quando esplodono rovinano sull’economia reale.
Rendita urbana e finanziaria si sono nel trentennio neoliberista strettamente compenetrate come ha dimostrato la vicenda romana dei cosiddetti “furbetti del quartierino”, provocando una bulimia di consumo di suolo di dimensioni colossali.
Solo a Roma si è passati dagli 11.400 ettari di suolo urbanizzato del 1961 ai circa 50.000 odierni con la popolazione che è aumentata solo di 400.000 unità passando dai 2.300.000 del ’61 ai 2.700.00 circa di oggi.
Ma è possibile immaginare un altro tipo di sviluppo della nostra città che inverta la tendenza secolare all’espansione continua fin qui in atto? Pensiamo di sì. E questo sarà il tema del prossimo articolo.
1- continua
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