

Forse solo lui – Luigi (Gigi) Proietti, da Roma (in arte Mandrake) e molti altri – poteva farci lo scherzo, l’ultimo della sua permanenza su questa terra, di andarsene, lasciandoci soli a rimpiangerlo, il giorno del suo 80° compleanno (2 Novembre 2020) e certamente da lassù si sarà divertito un casino – “Daje a ride”, avrà sentenziato – a vederci attoniti, commossi, ma certamente anche un po’ divertiti di questa sua uscita di scena così particolare, da sembrare studiata da tempo.
Da tre anni ormai non abbiamo, più le sue barzellette, le sue gag incredibili, i suoi spettacoli interminabili alla Leopoldo Fregoli (il grande fantasista e trasformista romano, a cui lo hanno spesso paragonato) e le sue battute fulminanti.
Un paio delle sue battute: “Mi diverto e mi pagano pure. È una pacchia.”. “Vivi, lascia vivere” ma soprattutto … “nun te fa pijà per culo”. Qui uno dei suoi pezzi migliori, “Toto e la Sauna”: https://www.youtube.com/watch?v=b99KaCZbi6c
2 Novembre 1975 di 48 anni fa invece il giorno in cui ci hanno rubato Pier Paolo Pasolini
(“Io So”), Corriere Della Sera, 14 Dicembre 1974)
Così Pier Paolo Pasolini scriveva, il 14 Dicembre 1974, sul Corriere della Sera. E forse è per quelle parole, ma anche per il suo Petrolio, l’ultimo lavoro (un Romanzo), lasciato incompiuto e uscito postumo, nel 1992, per i tipi della Garzanti, che nella notte tra il 1° ed il 2 Novembre 1975, all’Idroscalo di Ostia (Roma), ci hanno rubato uno dei più grandi e poliedrici intellettuali che l’Italia del ‘900 abbia mai avuto.
La sua morte non è stato un “fatto di cronaca”, un “giallo”, come al tempo è stato trattato da molti giornali, ma si è trattato di un omicidio politico, con il quale Pasolini ha pagato la sua lucidità intellettuale e politica, la sua caparbietà nell’affermare quello in cui credeva, andando spesso, come avrebbe detto Fabrizio De Andrè, “in direzione ostinata e contraria”; ma pagando anche il suo orientamento sessuale (leggi l’omosessualità, per la quale, tra la fine del 1949 e l’inizio dell’anno successivo, era stato cacciato dal PCI) e il suo essere – rivendicandolo sempre e comunque – un comunista, certo un comunista non ortodosso, ma convinto, sebbene avesse perso – durante i 20 mesi della Resistenza al nazifascismo, il fratello 18enne Guido (nome di battaglia Ermes) partigiano della Osoppo, ucciso a Porzus (Friuli Orientale) nel Febbraio del 1945, dai partigiani comunisti italiani e jugoslavi. (*)
Questo suo andare sempre contro corrente lo aveva fatto definire un “eretico” e lo aveva portato a scontrarsi anche con il Movimento politico del 1968 quando, dopo gli scontri di Valle Giulia a Roma (1° Marzo 1968), aveva preso le parti dei poliziotti “figli del popolo”. Eppure, questa sua direzione “ostinata e contraria” non gli aveva impedito di accostare, con convinzione, il suo nome a quello dell’Organizzazione politica Lotta Continua per girare, nel 1970, il Film 12 Dicembre, del quale aveva firmato la regia. Così lui stesso spiegò le ragioni di quella sua scelta
Idroscalo di Ostia (Roma), 1°- 2 Novembre 1975, il “giallo Pasolini” e i suoi misteri
Per la morte di Pasolini fu arrestato – appena trenta minuti dopo il fatto, ovvero a tempo di record – Giuseppe (Pino) Pelosi, “ragazzo di vita”, diventato reo confesso di quell’omicidio si disse, per una prestazione sessuale non gradita, confessione che poi, però, ritratterà. Per quell’omicidio, Pelosi sarà condannato a nove anni di carcere, ma molti dubbi restarono – e restano ancora oggi – sulla sua colpevolezza. Pelosi – morto a Roma il 20 Luglio del 2017, portandosi nella tomba i segreti di quella notte all’idroscalo di Ostia – aveva confessato subito dicendo che Pasolini non era stato ai patti e lo aveva brutalmente aggredito. Ma lui, di quell’aggressione, non aveva sul corpo nessun segno, mentre il corpo di Pasolini era massacrato, anche dalle ruote di un’automobile con cui pare sia stato investito, per ben due volte, forse post mortem o forse quando era ancora in fin di vita.
Pelosi sostenne di avere agito per difendersi e di avere agito da solo. Ma, anche se la versione di Pelosi non convinse gli Inquirenti, le indagini non vennero approfondite e le molte lacune del racconto del reo confesso di quello scempio rimasero (e rimangono a tutt’oggi) tali: dopo la questione dei segni, presenti sul corpo dell’aggressore (Pasolini) ma non su quello dell’aggredito (Pelosi), restano ancora diverse domande: di chi era, ad esempio, il maglione verde trovato nella macchina di Pasolini? Come mai le sigarette e l’accendino – che Pelosi sosteneva di avere lasciato nell’auto – non furono mai trovate? E ancora, la tavoletta di compensato, che Pelosi disse di avere usato per colpire Pasolini, era molto fragile, dunque come aveva potuto provocare il macello riscontato sul corpo della vittima? Tutte domande senza risposta che propendono per confermare la tesi che gli aggressori di Pasolini fossero più di uno e che quello – come ho scritto -. non fosse un semplice omicidio da cronaca nera, bensì rientrasse nella categoria degli omicidi politici. (**)
A distanza di quasi mezzo secolo da quell’omicidio, gli esecutori e soprattutto i mandanti restano ancora sconosciuti e a noi, dell’uomo Pier Paolo Pasolini – scrittore, poeta, regista, saggista e polemista di vaglia – restano solo le sue opere: i suoi libri ed i suoi film e i suoi articoli. In particolare, restano i suoi “Scritti Corsari”, ovvero i pezzi pubblicati su diversi giornali tra il 1973 ed il 1975 e raccolti in Volume dalla Garzanti nel 2015. Si tratta di riflessioni su vari argomenti che, pur a distanza di tanti anni, mantengono ancora intatta la loro attualità. Leggerli o ri-leggerli oggi ci può aiutare a capire e a capirci, anche se la lettura ci ricorda che cosa – e soprattutto chi – abbiamo perso, in un modo così drammatico e violento.
Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”
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