Obama. Un anno di sfide

Presentato alla libreria Feltrinelli di piazza Colonna il libro di Claudio Angelini
di Antonio Scafati - 28 Gennaio 2010

«Sono stato eletto per cambiare le cose»: questo ha ribadito Obama nel discorso sullo stato dell’Unione, nella serata americana, quando in Italia era già notte. Cambiare le cose è l’obiettivo che Obama si porta dietro sin dalla campagna elettorale, ed è di questo che parla Claudio Angelini nel libro “Obama. Un anno di sfide”, presentato il 27 gennaio 2010 alla libreria Feltrinelli di piazza Colonna.
Storico volto del Tg1 che per anni a condotto, ma anche corrispondente dagli Usa e oggi presidente della Società Dante Alighieri di New York, Angelini racconta delle vittorie e delle sconfitte del primo anno da presidente di Barack Obama; di quanto il suo stile e la sua politica abbiano segnato una rottura con il passato; ma racconta anche di contraddizioni tutte americane.

Se c’è una cosa che si può riconoscere ad Obama è l’essere stato fedele al suo slogan “Change”, visto che l’ambizione del cambiamento ha segnato il suo anno da presidente. Claudio Angelini rintraccia questo cambiamento soprattutto nella politica estera, contesto nel quale la precedente politica di Bush è stata ribaltata. Obama ha infatti cercato il dialogo con tutti, inaugurando una nuova stagione di relazioni anche con quei paesi arabi nei confronti dei quali la politica estera della precedente amministrazione repubblicana era stata molto aspra. Non solo: Obama ha ripudiato l’idea dell’esportazione della democrazia per mezzo delle armi, e ha chiesto all’Europa di condividere la partnership mondiale, dividendo gli sforzi.

Ma Obama ha fatto tanto anche in politica interna: dalla riforma sanitaria alla riforma economica; dal ridare senso al sogno americano a cercare una nuova via per la salvaguardia dell’ambiente e per il benessere sociale. Appunto “Change”, cambiamento.

Eppure, questo cambiamento proprio in questo periodo viene messo in discussione. La sconfitta nell’elezione senatoriale del Massachusetts ha evidenziato alcune crepe. Il fortunato motto di Obama “Yes, we can” è stato trasformato da alcuni giornali in un enigmatico “Now, what?”, e se il consenso intorno alla sua politica è immutato all’estero, è calato invece entro i confini nazionali. Questo perché forse in un anno da presidente Obama ha cercato di fare anche troppo, interessandosi pure di questioni economiche che sono considerate in America di competenza esclusiva del mercato, del singolo, questioni dove il governo non dovrebbe entrare. Altre volte, invece, è sembrato agli occhi dei suoi stessi concittadini poco fermo, permissivo oltre misura, come nel caso dei rapporti con l’Iran.

È tra fare molto ma non fare troppo, tra cambiare il proprio essere americani all’estero dando insieme continuità, tra cercare vie nuove per il domani risolvendo i grossi problemi di oggi, è su questo equilibrio che s’è sviluppato il primo anno da presidente per Obama. La sfida più grande, però, è forse quella che lo attende alla fine di questo secondo anno da presidente: le elezioni di medio termine, quando gli americani sceglieranno se dare ancora forza all’idea di cambiamento di Obama.


Dicci cosa ne pensi per primo.

Commenti