

Il provvedimento, secondo il docente, “non è uno strumento per garantire la sicurezza, ma un attacco diretto alla democrazia”
Roma, una giornata di primavera come tante, è tornata a essere teatro di una nuova protesta solitaria ma potente. Davanti alla Camera dei deputati, seduto e con un cartello tra le mani, Michele Giuli, 29 anni, professore di storia in un liceo romano, ha iniziato uno sciopero della fame.
È un gesto radicale, ma, come lui stesso spiega, necessario: “Non posso insegnare ai miei studenti la storia della Resistenza e poi tacere davanti a un decreto che criminalizza il dissenso”.
Giuli, attivista del movimento Ultima Generazione, ha scelto il cuore delle istituzioni per lanciare il suo “sciopero romano per l’ambiente”, chiedendo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di non firmare il Decreto Sicurezza, approvato dal governo Meloni.
Il provvedimento, secondo il docente, “non è uno strumento per garantire la sicurezza, ma un attacco diretto alla democrazia”.
Il decreto, promosso dai ministri Piantedosi, Nordio e Crosetto, prevede pene durissime – fino a 20 anni di carcere – per chi partecipi a manifestazioni pacifiche che ostacolino opere pubbliche o protestino contro scelte governative.
Per Giuli, è un modo per zittire gli attivisti, i lavoratori, gli studenti, i cittadini che ancora credono nel diritto di alzare la voce: “Questo decreto non colpisce la violenza, ma la nonviolenza. Colpisce chi usa la parola, non il manganello”.

La protesta ha avuto un impatto immediato. Non tanto per i numeri, quanto per la sua intensità simbolica. Giuli è stato allontanato due volte, sia dal Quirinale che da Montecitorio, dove tentava di sedersi con un cartello.
Nessun corteo, nessuno slogan urlato: solo silenzio, fame, e una richiesta chiara rivolta al capo dello Stato.
Nel frattempo, l’appello lanciato da Ultima Generazione ha superato le 100.000 firme, e si moltiplicano i presidi in tutta Italia. Il fronte contrario al decreto cresce ogni giorno, alimentato da giuristi, docenti, studenti, e semplici cittadini.
Per loro, il decreto non risponde ai requisiti di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione: è uno strumento politico travestito da emergenza legale.
Ma la voce più forte arriva proprio da Giuli, che dal suo presidio richiama Mattarella a una decisione dal peso storico: “Il Presidente può fermare questo scempio. Può scegliere di essere all’altezza della memoria di suo fratello, Piersanti Mattarella, ucciso dalla mafia perché difendeva la legalità e la democrazia. Oggi quella stessa democrazia è sotto attacco, e non possiamo far finta di nulla”.
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