

Solo una riscossa morale e civile può prosciugare l’acqua in cui nuotano i pesci-vandali
L’antefatto.
Sono tanti anni che nel condominio di via Valentino Banal, 20, sito nel Municipio Roma 6 (un caseggiato quarantennale, costruito dall’AIC, di nobili tradizioni solidaristiche di Cooperazione), avvengono sistematicamente episodi di vandalismo ai danni di mezzi di locomozione (auto, moto, bici) di proprietà degli stessi condomini, le cui colpe sarebbero di averli parcheggiati fuori degli spazi assegnati dal regolamento interno. Una bicicletta messa sul sottoscala per essere usata più sbrigativamente nel percorso casa-lavoro? Zac! Arriva il coltello di un sedicente giustiziere che le sfregia le gomme. Un’auto parcheggiata di notte perché la conducente aveva paura nelle ore tarde a scendere nei box condominiali? Crash! Ecco che cala sul parabrezza, come un fulmine di Giove, il martello del giustiziere per punire l’ordine violato.
E così via, da anni e anni, senza che tutto ciò abbia suscitato una risposta collegiale e razionale della maggioranza degli abitanti che, seppur colpita anch’essa direttamente dal vandalo, subisce con rabbia e impotenza lo stato di fatto.
Il fatto
Dopo gli ultimi ennesimi fatti vandalici, denunciati regolarmente al Commissariato della Polizia di Stato di via Casilina, il cronista, anch’egli condomino, che pur aveva lo scorso anno avanzato in un’assemblea condominiale una proposta concreta per cercare di disarmare il vandalo, è costretto di nuovo a denunciare, anche su questo giornale, la gravità e l’insostenibilità della situazione, che, ecco il punto, rischia di degenerare ulteriormente per le difficoltà che sta incontrando lo stesso cronista a sconfiggere l’idea (abbastanza diffusa) che l’atto vandalico sia giustificato, forse risolutivo, per punire i trasgressori al regolamento condominiale e a ristabilire l’ordine.
D’accordo, il cronista lo sa benissimo che il rispetto delle regole sta al primo posto del vivere civile, ma, per una società evoluta e moderna, è proprio nei momenti di difficile governo delle dinamiche sociali che occorre tenere ben netta e distinta la differenza tra barbarie e civiltà e, nel nostro caso, tra sanzione amministrativa e condanna penale, per ciò che concerne la repressione delle infrazioni. Tra barbarie e civiltà esiste un esilissimo filo divisorio che è facile infrangere.
Il post-fatto e una riflessione comune per battere la violenza
Sottoponiamo dunque ai lettori una riflessione critica che si ritiene di carattere generale, anzi, vitale per il futuro di ogni società civile e per ogni Stato di diritto come il nostro.
Se, quindi, in una qualunque collettività si sostituisse la forza della legge con la legge della forza che speranza di sopravvivenza e di coesistenza avremmo? L’alternativa sarebbe la legge del taglione, com’è facile indovinare.
Se, di fronte a qualunque atto di vandalismo e di violenza contro cose o persone dicessimo: “Se l’è cercata perché ha sbagliato o perché disturba”.
Se, infine, anziché solidarizzare con la vittima solidarizzassimo con il carnefice, quale modello etico, giuridico e sociale insegneremmo ai giovani e a noi stessi?
Sappiamo bene che la stragrande maggioranza degli abitanti di via Banal, 20 non farebbe male ad un insetto e che non merita tutto ciò, ma, altrettanto bene sappiamo (le esperienze, anche tragiche, ce lo insegnano) che l’area del consenso passivo, o dell’indifferenza, oppure del giustificazionismo verso i violenti (la famosa “acqua in cui nuotano i pesci”) è determinante per fare nuotare indisturbato chi agisce nel mare tenebroso col coltello in mano.
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