

Un fiume di confine, di storie e di leggende
Il Garigliano è sempre stato un fiume di confine, che ha separato terre, dialetti e culture. Ha segnato anche il confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli, poi Regno delle due Sicilie, sino all’Unità d’Italia nel 1861.
Le sue acque scorrono nel silenzio delle campagne, rotto solo dal canto delle rane, dal tonfo sordo di un pesce, dal gorgogliare improvviso dell’acqua contro i piloni dei vecchi ponti romani. I suoi colori tipici sono il grigio perla della nebbia mattutina, il verde cupo dei canneti, il bianco lattiginoso dei vapori termali di notte e il rosso fuoco dei tramonti che si riflettono nell’acqua quasi immobile.
Nelle prime ore del giorno dalle terrazze panoramiche dei paesi dei Monti Aurunci, del Monte Massico, del Monte Petrino, del Monte Crestagallo, del Monte Cicoli e dal complesso vulcanico di Roccamonfina, che si affacciano sulla piana del Garigliano, si può assistere ad un “’incanto della natura”, che è il fenomeno di inversione termica che fa intuire che nella valle sottostante c’e’ anche un fiume che scorre, cancellato dalla nostra vista ma svelato dalla densità della nebbia che lo segue.
Quel fiume che non si vede dai belvedere di paese, nasce nel comune di Sant’Apollinare, in provincia di Frosinone, dalla confluenza del fiume Gari nel fiume Liri e scorre per circa 38 chilometri nelle provincie di Frosinone, Latina e Caserta e segna il confine regionale tra il Lazio e la Campania, fino a sfociare nel Golfo di Gaeta.
La foce del fiume è nei pressi dell’area archeologica di Minturnae, Minturno, i cui fondali e le sue sponde fangose hanno restituito resti straordinari di epoca romana, tra cui imbarcazioni fluviali antiche e carichi perduti. Il suo fango conserva ancora oggi oggetti che riaffiorano solo quando la piena del fiume decide di restituirli.
Il Garigliano, lungo il suo percorso, attraversa o lambisce i paesi di Sant’Apollinare, Sant’Ambrogio sul Garigliano, Sant’Andrea del Garigliano, Pignataro Interamna, in provincia di Frosinone; i paesi di Castelforte, Santi Cosma e Damiano, Minturno, in provincia di Latina; i paesi di Rocca d’Evandro, Sessa Aurunca, in provincia di Caserta.
Monte Cassino assorbe quasi tutta la memoria della Linea Gustav, pochi menzionano il Garigliano che ha rappresentato il vero e proprio cardine strategico meridionale dell’intero sistema difensivo tedesco durante la seconda guerra mondiale.
Sulle sue acque e sulle adiacenti colline si consumarono battaglie feroci nel 1943-1944.
C’è una storia nella storia, quella dei soldati britannici, indiani, francesi, neozelandesi, sbalzati nelle nebbie della valle del Garigliano, un paesaggio rurale e antichissimo che sembrava fermo nei secoli e che improvvisamente si è trasformato in un inferno di fango, filo spinato e cannoni.
Gli anziani dei paesi di qualche decennio fa, ed ora il nostro amico barcaiolo, raccontavano di come il fiume per settimane scorresse “di colore rosso“ e di come la notte i ponti di barche costruiti dagli alleati venissero spazzati via, non solo dalle bombe ma dalla furia imprevedibile delle piene invernali.
Nel tratto più tortuoso e ombroso del fiume, nel punto in cui il Liri e il Gari si fondono per dare vita al Garigliano, la tradizione contadina ammoniva i ragazzi a non avvicinarsi mai dopo il tramonto.
Si diceva che le Janare o le fatae delle acque scendessero a lavare lenzuoli bianchi usando pietre invisibili. Chi passava di lì a notte fonda non sentiva il fruscio del vento, ma il tonfo dei panni battuti sull’acqua. Se un viandante incrociava il loro sguardo, le Janare o le fatae delle acque svanivano nella nebbia del fiume, lasciando dietro di .loro solo un odore di zolfo e menta selvatica.
Nel suo percorso il fiume Garigliano scende verso la media valle e si insinua tra pareti di roccia calcarea e lambisce le sorgenti di acque termali fumanti.
Il castello medievale di Suio, arroccato sulla roccia, controllava i guadi in questo tratto, teatro di briganti e amori tormentati.
Le torri medievali a picco sull’acqua servivano a riscuotere il “pedaggio” a chiunque volesse attraversare il fiume, i boschi circostanti erano ll rifugio perfetto per i briganti che conoscevano ogni ansa nascosta.
Per la gente del posto il fiume era un confine invisibile tra un mondo sicuro e una terra di nessuno.
Nelle anse fangose i vecchi contadini osservavano delle piccole fiammelle azzurrognole che danzavano nei canneti e immaginavano che potessero essere le anime in pena dei briganti uccisi nei boschi circostanti o dei viandanti inghiottiti dalle sabbie del fiume e mai più ritrovati.
Il racconto del barcaiolo mi ha portato a quando nel fiume non c’erano le dighe e gli argini artificiali, c’erano decine di mulini ad acqua con le ruote, che oggi sono tutti diroccati.
Intorno a quegli antichi mulini ruotavano storie di folletti dispettosi, simili a spiriti protettori della natura fluviale.
I mugnai lasciavano sempre una ciotola di latte fresco sulla soglia la sera. Se il latte spariva all’alba, il mulino avrebbe lavorato a pieno ritmo e il grano si sarebbe macinato da solo, se invece veniva dimenticato la ruota si bloccava misteriosamente nel cuore della notte, inceppata da rami invisibili.
Dal fondo del fiume arrivavano fragorose risate.
Il fiume Garigliano dopo aver percorso la sua valle termina il suo corso sfociando nel Golfo di Gaeta tra Minturno (sponda nord) e Baia Domizia (sponda sud).
Alla foce, dove l’acqua dolce del Garigliano si mescola con la salsedine del mar Tirreno, i pescatori più anziani raccontavano della Sirena del Fiume, una figura malinconica che proteggeva i barcaioli ma pretendeva in cambio il rispetto assoluto delle regole della pesca.
Quando il mare è in tempesta e l’acqua del fiume si tinge di un marrone profondo per via della piena, si dice che la Sposa del Fiume risalga la corrente cercando ristoro nelle anse silenziose dove è nata, per poi dissolversi definitivamente nella schiuma della foce.
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