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Dalla gioia all’inferno

Il derby di Roma finisce con spettacoli da guerriglia urbana: ma invece di sanzionare, non si potrebbe prevenire?

Ci sono giornate in cui tutto si vuole raccontare, dalle emozioni provate dalla folta rappresentanza giallorossa presente allo stadio Olimpico od in una qualunque casa della città, fino all’attesa, all’ansia di un derby entrato già nella leggenda, ma invece si è costretti a dovere sottolineare l’indecente finale di giornata di una domenica che verrà ricordata tanto per il risultato sul campo, quanto per la guerriglia scatenatasi dopo il fischio finale.

Chi vi scrive era purtroppo e per fortuna presente. Riguardo al “per fortuna” appare superfluo specificare la ragione. Non c’è negli ultimi anni una storia simile a quella della rosa giallorossa. Arrivare al baratro, toccarlo, fino a ricominciare a salire e superare persino la corazzata Inter di Jose Mourinho, storie di altri tempi.

Il “purtroppo” è meno scontato. Abbandonare il proprio settore, la Sud dello stadio, dopo neanche venti metri dover scappare all’indietro, cercando di non essere travolto da una folla impaurita, non è un bel vedere. In pochi istanti si passa dalla gioia, dall’emozione di poter ancora cantare camminando verso la propria macchina, a momenti diametralmente opposti, il cui unico obiettivo è cercare di non essere colpiti da “manganellate” o da “lamate”.

Non è un eccesso il mio. Le cosiddette “lamate”, tanto care alla civis romana, diventano, giorno dopo giorno, una prassi, una specie di marchio di fabbrica.

Si cammina così verso il Lungotevere, si prosegue verso viale dei Gladiatori, cercando la possibilità di non arrivare a piazzale Maresciallo Giardino, bensì di poter arrivare ed attraversare Ponte Duca D’Aosta.

Neanche 300 metri però tutto diventa più difficile. Il Ponte diventa luogo di scontri tra le tifoserie e i gruppi della polizia, in quello che diventa un piccolo bollettino di guerra: quattro tifosi accoltellati e sette arresti per il post partita (con qualche decina di contusi e cinque agenti di polizia feriti), a cui vanno aggiunti tre tifosi fermati per gli scontri in tribuna Tevere.

Tutto questo senza poi dimenticare il deplorevole episodio di una mamma, insieme ai due bambini di 9 e 11 anni, costretta a fuggir via dall’auto, perché vittima di lancio di petardi e fumogeni, auto che poi in un secondo momento andrà in fiamme.

Per queste storie non esistono colori, appositamente non si è voluto specificare l’appartenenza calcistica dei “protagonisti”, per far si che chi legga non venga a giustificare o sminuire. Questi sono ormai episodi che vanno al di fuori dei confini regionali calcistici, soprattutto pensando proprio a qualche settimana fa, al derby di Genova, dove i fatti furono pressoché simili (l’incontro serale è dovuto iniziare con quindici minuti di ritardo, proprio per gli scontri nei dintorni dello stadio).

Non è questo il calcio che vogliamo, il disinteresse a gestire del Governo e delle istituzioni porterà proprio a delle forzature che penalizzeranno i milioni di tifosi che accalcano gli stadi, in ogni angolo d’Italia.

Anche a Roma basterebbe una più accurata gestione, una più accurata conoscenza dei luoghi (i derby devono diventare in tutto e per tutto come delle trasferte per le tifoserie ospiti, senza più prelazioni e senza più tribune miste, come avviene in tribuna Tevere), ma a nessuno sembra interessare prevenire i problemi, piuttosto si lavora e si scrive sui post derby, su quello che è successo e sulle tragedie sfiorate.

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