Dedicato a don Biavati il Parco di via delle Palme

Don Cadmo, salesiano, è stato il primo Direttore del Borgo Ragazzi Don Bosco
di Alfonso Tesoro - 10 Dicembre 2008

Lunedì 8 dicembre 2008 alle ore 11.00 il parco noto con il nome di “Forte Prenestino” in Via delle Palme è stato ribattezzato.

Oggi si chiama “Parco Don Cadmo Biavati – Religioso Salesiano e primo Direttore del Borgo Ragazzi Don Bosco. Con Deliberazione della Giunta Comunale, n. 267 del 05/05/2004 si assegnava a tale area una nuova intitolazione in memoria del Salesiano di cui sopra.

La richiesta scaturita da una petizione fu esaminata dal Consiglio del Municipio Roma VII e con Risoluzione n.1 del 15 gennaio 2004 approvava a maggioranza la richiesta dei cittadini che avevano conosciuto Don Biavati. In primo luogo, la risoluzione chiedeva una variazione della toponomastica del tratto di Via Prenestina Vecchia, antistante il Borgo Ragazzi Don Bosco. Con risposta del 7 aprile 2004 l’allora Assessore al Dipartimento IV–Cultura Sport Toponomastica, Gianni Borgna, esprimeva parere negativo in merito al mutamento di denominazione richiesto e proponeva in alternativa di intitolare al Salesiano un’area verde vicina all’Istituto Don Bosco. Così è stato.

Con una commovente cerimonia, alla quale hanno partecipato una cinquantina di ex-allievi, tra i quali io, e due ultimi anziani nipoti di Don Biavati, si è scoperta e benedetta, dal nuovo Direttore del Borgo Don Bosco, don Piero Lalla, la targa installata dal Comune di Roma. Quest’anno l’Istituto celebra il 60mo anniversario della fondazione.

Chi era Don Biavati

La società non finirà mai di ringraziare quanti con sacrificio ed amore si sono impegnati e continueranno ad impegnarsi ad una azione educativa umana, sociale cristiana per la “redenzione” della gioventù, per la “liberazione dell’uomo, per il miglioramento del mondo che possa chiamarsi ed essere veramente umano e cristiano. (dalle memorie di Don Cadmo Biavati primo Direttore e Fondatore del Borgo Ragazzi Don Bosco in Via Prenestina).

Dopo la seconda guerra mondiale si aggiravano per Roma migliaia di ragazzi affamati, vivevano nella più squallida miseria materiale, morale, sociale. I ragazzi erano poveri, molto poveri; molti senza famiglia, orfani, alcuni in situazione famigliare penosa. Per quei ragazzi necessitava un clima educativo “specializzato”, idoneo alle loro reali necessità spirituali e morali.

Era questo un impegno grave per gli educatori salesiani che al “Borgo Ragazzi” avevano deciso ed accettato di lavorare, guidati da Don Biavati, per il “recupero” di tali ragazzi abbandonati.

Numerose testimonianze attestano che quei ragazzi, e quanti hanno successivamente frequentato il Borgo, se non tutti, almeno buona parte, raccolti ed educati dai salesiani nello spirito di San Giovanni Bosco, sono passati dalla strada alla casa, alla società, a Dio. Sono divenuti come li voleva Don Bosco: “Buoni cristiani, onesti cittadini”.

Alcuni cenni storici.
1945
La tragedia dello “sciuscià” (deformazione abbreviata di “shoeshine”: lustrascarpe”), che tanto aveva allarmato autorità e popolo, continuava tremenda nell’ambiente di miseria, di fame e di tristezza delle borgate. Sono ladri a 7 anni, contrabbandieri nell’età dell’asilo. Sono trafficanti di tutti i turpi commerci. Sono piccole mani sporche di tutti i turpi guadagni. Sono legioni di “sciuscià” che con tristezza e dolore, si rincorrevano seminudi, sudici e sguaiati, per le strade di Roma, alla caccia di un paio di scarpe alleate da lucidare. Erano disposti a tutto. Erano considerati una piaga sociale.

Il passante frettoloso volgeva loro uno sguardo di disprezzo. La popolazione romana era ormai mossa da due sentimenti opposti: il disprezzo e la pietà.

Cosa fare? Alcuni quotidiani di allora titolavano: “Ci vorrebbe Don Bosco!” (Cosmopolita, febbraio 1945).
E Pio XII lanciò un appello ai Figli di Don Bosco: “Dite ai salesiani che desideriamo ch’essi si prendano cura di questi ragazzi abbandonati o traviati e facciano quanto Don Bosco ispirerà loro”.
L’appello venne raccolto ufficialmente e diramato ai Salesiani dal loro Superiore, Vicario del Rettor Maggiore, a Roma. Nacque, quindi, una fitta rete di solidarietà e di amore intorno alla fanciullezza di Roma e d’Italia.

Il numero degli Sciuscià che accorrevano nei cortili dei Salesiani al S. Cuore, presso la stazione Termini, al Mandrione, al Testaccio, a San Callisto, al Travertino, al Pio XI, ecc. diveniva ogni giorno più grande e i cortili non bastarono più. I parroci di ogni quartiere di Roma collaborarono con i Salesiani.

Mons. Carrol-Abbing, Direttore per l’Italia della War Relief Service diede man forte con l’aiuto americano, perché l’Opera avesse di che far vivere i poveri ragazzi.
S.E. Sir d’Arcy Osborne, Ministro Plenipotenziario di S.M. Britannica preso la Santa Sede, fu intermediario presso le autorità militari americane e britanniche, perché comprendessero lo stato di bisogno dei ragazzi.
Mons. Montini, Sostituto della Segreteria di Stato, portava l’incitamento, la Benedizione e l’aiuto del Papa.

L’assistenza quotidiana non bastava. Si senti la necessità di una vera casa, un asilo per i ragazzi sbandati. Nacque allora nei sotterranei della scuola Oriani, in via Varese,1 un nido per tante vite umane. Era la matrice del futuro “Borgo ragazzi di Don Bosco. Non più sciuscià, non più ragazzi della strada … essi diventarono “i ragazzi di Don Bosco”. Il germe gettato diventa pianta precoce. Via Marsala rigurgitava, Via Varese era un alveare ripieno.

Come fare? Dove sfollare? Un giorno alcuni giovani salesiani, fra i quali Don Biavati, che si erano spinti nel cuore delle periferiche borgate, furono colpiti da uno spettacolo: a due passi dal Quarticciolo, a pochi passi dal Tiburtino III, dalla borgata Gordiani, da Centocelle, da Tor Sapienza, sorgeva una distesa di capannoni in fila come soldati in attesa.
“Qui sarà la casa dei nostri ragazzi” essi dissero. Fu una gara di cuori generosi. Autorità della Chiesa e dello Stato d’Italia e di altre nobili nazioni, dissero la loro parola di consenso, di incoraggiamento e di lode.

1946
Dopo un anno da quella visione, la distesa di terre e di case che si chiamava “Forte Prenestino”, fu ceduto all’Opera Salesiana. L’ubicazione della nuova opera, al centro di Borgate popolari e popolate, risultò strategica. Un esercito di ragazzi abitava questi quartieri: figli di famiglie modeste, taluni addirittura poverissimi; sul loro volto era segnata la sofferenza e il loro vestire spesso era misero.

Primavera 1947

Il 20 marzo 1947 fu dato finalmente inizio ufficiale ai lavori. I ragazzi di Via Varese giunsero su un camion militare a vedere il loro futuro Borgo.
Alla presenza di numerose autorità civili, militari alle quali facevano corona l’Ispettore dei Salesiani e Don Biavati, Direttore dell’Opera, si diede il via ai lavori: la pietra era gettata.
Il Forte di Via Prenestina diventava: Borgo Ragazzi Don Bosco.

Primavera 1948: il sogno diventa realtà
La mattina del 22 marzo 1948 un enorme furgone dell’E.N.D.S.I. trasportò tutte le masserizie: lettini, batterie da cucina, tutto rigorosamente militare. Verso sera arrivò la “Squadra” dei salesiani allenata e coordinata dal Direttore Don Biavati. Composta da tre sacerdoti, quattro chierici, tre Salesiani ucraini inviati da Torino e un coadiutore.
Dopo una settimana, il Forte Prenestino, uso a vedere soldati armati, vide un esercito di circa mille ragazzi, inermi, ma piccoli soldati della Patria risorgente.

18 luglio 1948 il Borgo Ragazzi Don Bosco fu solennemente inaugurato e benedetto da S.E. il Card. Pizzardo. Presenti l’allora Sindaco di Roma ing. Rebecchini e una folta schiera di autorità, benefattori, amici e dame patronesse.

L’esercito di giovani, dopo un anno circa, era composto da: 150 ragazzi interni (quelli raccolti in gran parte da ogni angolo di Roma e d’Italia), 200 semiconvittori, 500 esterni; un esercito bisognoso di tutto: dal cibo al vestito, dal libro al giocattolo, dall’attrezzo di lavoro all’educazione morale e religiosa.

Don Biavati, da buon padre o fratello maggiore, doveva provvedere a tutto. L’assillo giornaliero: trovare per tutti il necessario, accudire tutti e poi costruire ancora, creare altri dormitori, laboratori, cortili, attrezzature, fornire i locali di suppellettili convenienti, insomma rendere il Borgo efficiente; spesso la sera Don Biavati e i suoi collaboratori salesiani si trovavano con l’incertezza del domani. Ma grazie ai generosi noti e ignoti, amici vicini e lontani, il primo anno di vita passava. In mezzo al lavoro estenuante di ogni giorno per i Salesiani, si poteva affermare: “ecco, questi figlioli che ieri erano fiori appassiti ora riprendono il loro profumo, trasformano la loro anima, risanano il loro corpo” (frase tratta dalle memorie di Don Biavati).

21 marzo 1949
il giorno 21 marzo 1949 inizio della primavera segnerà un anno preciso dall’apertura del Borgo Ragazzi Don Bosco.
Tutte le strutture risulteranno convenientemente, se pur modestamente, attrezzate per le necessità di assistenza. Il Borgo diventa un villaggio in piena regola.
Quante centinaia di giovani sono passati al Borgo. Quanti hanno imparato un mestiere e si sono imposti nella società: Onesti cittadini. Tutti hanno ricevuto lo stesso bagaglio di ricchezza donato dall’insegnamento di Don Bosco che è sempre d’attualità.
Quanto si potrebbe scrivere ancora sulla grande opera di Don Biavati. Questo lo lasciamo fare a chi sa farlo meglio.

Il Borgo è destinato a durare nel tempo perché i giovani hanno avuto, hanno ed avranno sempre bisogno di essere guidati alla ricerca di: identità, sicurezza, certezza del domani, onestà, valore della vita. I bisogni primari mutano col mutare dei tempi. Ieri: il pane, le scarpe, i vestiti. Oggi: la comprensione, gli affetti, la partecipazione.
Oggi l’Opera Salesiana comprende: il Centro di formazione professionale; l’Oratorio centro giovanile con le tradizionali attività religiose, sportive, artistiche e ricreative; la Casa famiglia e da quest’anno “il Centro minori per giovani in situazione di disagio morale e famigliare;
I Salesiani che oggi operano al Borgo, continuano, con il particolare carisma educativo di don Bosco, l’opera iniziata da don Biavati, sempre al servizio della gioventù, specialmente di quella più disagiata ed emarginata.

Giulio Andreotti, grande amico di Don Biavati, nel trigesimo della morte (avvenuta il 31 dicembre 1982), scriverà di lui: Un mese fa è improvvisamente morto Don Cadmo Biavati, il salesiano popolarissimo alla periferia di Roma dove da quasi quarantanni svolgeva un singolare apostolato tra le famiglie più povere ed in particolare tra i ragazzi che la guerra aveva sbandato e che in seguito avrebbe risentito fortemente – nello sviluppo della loro vita – del drammatico trauma psicologico, fisico e morale di quegli anni. Lo ricordiamo tutti, assertore della destinazione dei forti della cintura extraurbana ad ospitalità dei giovani, per farne centri di formazione e di indirizzo. Dove trovasse i mezzi per sistemare le fatiscenti costruzioni ed alimentare la massa famelica che si accresceva di giorno in giorno lo sa il Signore. Noi gli davamo una mano, ma erano gocce d’acqua nel gran mare della carità necessaria…. Don Biavati era ormai una istituzione, cara anche a coloro che non vanno in chiesa e politicamente sono di tutt’altra “parrocchia”. Era giusto ricordarlo nel trigesimo della sua morte, mentre mi auguro che si prenda qualche iniziativa per perpetuarne la memoria. Anche perché non si dimentichino le luci ideali che ne buio di anni difficilissimi consentirono ai romani di continuare a sperare in un avvenire di solidarietà e di rispetto della dignità e dei valori della vita. (Giulio Andreotti- IL TEMPO – 29 gennaio 1983).

Biografia
Don Cadmo Biavati nacque a Budrio (Bologna) il 13 aprile 1912 da Alfredo e Angiolina Zerbini. All’età di 11 anni giunse nella Casa salesiana di Genzano di Roma, ove compie gli studi ginnasiali e il noviziato.
Dal 1928 al 1931 frequentò la facoltà di Filosofia all’Università Gregoriana e ne conseguì la laurea. Dopo il tirocinio pratico a Roma S. Callisto, nel 1934 passò alla Casa del Sacro Cuore per gli studi di Teologia all’Università Gregoriana (1934 – 1937).
Fu ordinato sacerdote a Roma il 26 luglio 1936. conseguita la licenza in Teologia, completò la formazione professionale con la laurea in Lettere (1940) e l’abilitazione all’insegnamento nelle Scuole Superiori.
Al Sacro Cuore (stazione Termini) si distinse particolarmente come Direttore dell’oratorio dimostrando notevoli capacità di sintonia e di accoglienza con i giovani di Roma.
Dal 1942 al 1947 svolse la sua opera di insegnante dei liceisti a Frascati – Villa Sora.
Ritornò al S. Cuore di Roma quando in quell’Opera ai tradizionali studenti e oratoriani si era aggiunta una nuova presenza di poveri, vittime della guerra: gli “sciuscià”, i lustrascarpe dello straniero, i ragazzi della strada.
Il 22 marzo 1948 il trasferimento al Forte Prenestino, dando inizio al Borgo Ragazzi di don Bosco, dove rimase per ben 14 anni come Direttore.
Nel 1962 il Rettor Maggiore gli affidò il governo dell’Ispettoria salesiana Veneta-Est. Dopo un’anno le condizioni di salute lo obbligarono a rinunciare all’incarico. Ritornato nell’Ispettoria Romana fu Direttore delle Case del Testaccio (1963-64), Villa Sora (1964-72), Villa Tuscolana (1973-74), Pio XI (1974-80).
Nel 1980, stanco e soprattutto molto provato nella salute, si ritirò nel “suo Borgo”, dove rimase fino al giorno della morte, improvvisamente giunta alle ore 23,10 del 31 dicembre 1982.


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  1. don Biavati fu mio professore di italiano a Villa Sora nell’anno sc.1945/46 in seconda liceo.
    ricordo ancora la correzione ad un compito in classe di italiano,.poi sparì.
    Era andato a compiere una grande opera.


  2. Nato in Germania (1927), in una famiglia di ebrei convertiti alla Chiesa Cattolica (1938), emigrati all’Italia (1935-1938), poi all’Inghilterra (1938-1940), poi al Brasile (dal 1940). Sono salesiano dal 1944. Molto bella questa cronaca di Alfonso Tesoro. Venni a conoscere Don Biavati nel 1938. Dopo la guerra, già in Brasile, ho letto tutta (?) la storia di questo apostolo dei sciuscià. Credo che già sia tempo di iniziare la causa di beatificazione/canonizzazione di Don Cadmo Biavati, veramente un altro Don Bosco.

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