Elio Filippo Accrocca nel 60° anniversario di “Portonaccio”

Un Convegno a Cori sull'influenza dell'opera del poeta e critico sulla letteratura italiana
Enzo Luciani - 28 Maggio 2009

Il 29 maggio 2009, presso la Chiesa di Sant’Oliva, alle 16.00, si terrà un convegno per presentare l’opera e riflettere, in presenza di alcuni studiosi, sull’influenza di “Portonaccio” sulla letteratura italiana.

All’evento interverranno il dott. Pietro Vitelli, il prof. Rino Caputo e il dott. Luciano Luisi; saranno inoltre presenti il Sindaco di Cori, Tommaso Conti, il Presidente del Consiglio Comunale di Cori e Delegato alla Cultura, Giorgio Chiominto e l’Assessore alla Cultura della Provincia di Latina, il dott. Fabio Bianchi. Durante il convegno verranno lette alcune poesie dell’autore corese dall’attrice concittadina Francesca Corbi e al termine della cerimonia, l’Amministrazione donerà ai presenti una copia della ristampa del testo “Portonaccio”.  Durante il convegno l’attrice corese Francesca Corbi leggerà alcune poesie di Accrocca.

La raccolta “Portonaccio”, pubblicata nel 1949, con la prefazione di Giuseppe Ungaretti, suo professore, riconosciuta da Giorgio Barberi Squarotti come «il modello e la fonte de Le ceneri di Gramsci  di Pasolini…» è la raccolta di dolorose poesie, nate nell’immediato dopoguerra, dall’introiezione dell’esperienza della morte e della distruzione.

Il poeta, figura poliedrica e complessa, nato nel 1923 nella città di Cori, e vissuto a Roma, dove è morto nel 1996, dalla vita intensa e caratterizzata da vari gravissimi lutti familiari che gli ispireranno molti dolorosi versi, è stato considerato, nel quadro della poesia italiana, il più significativo esponente dell’area romana. Elio Filippo Accrocca ha cantato la sua città di origine, luogo dell’infanzia e della memoria del mondo antico, consapevole della sua fondazione leggendaria e della sua storia addirittura pre-romana e dove nacque da padre ferroviere, di umili origini popolane.

Insieme a Roma ha poi cantato le città e le genti d’Europa, lasciandoci pagine di straordinaria attualità dove l’Europa, più che un luogo letterario, si manifesta come una entità culturale, un insieme di sensazioni che ne fanno un soggetto poetico in senso antropologico. Il viaggio poetico di Accocca per l’Europa è un’odissea conoscitiva, una ricerca di unità, di vivere in comunione, di tenere insieme il mosaico di tutte le differenze e intemperanze che vivono dentro noi stessi e dentro i vari popoli dell’Europa.

La poesia europea di Accrocca si intreccia con quella delle sue riflessioni sull’esistenza, sull’infinito, sul tempo, sullo spazio, sulla vita concreta di ogni giorno da “Portonaccio” fino al postumo “Sa tanto golfo il cielo dei tuoi occhi” del 1996, passando per il suo lungo dialogo con “Lo sdraiato di pietra”.

Chi era Elio Filippo Accrocca

Il 17 Aprile 1923 nasce a Cori in via Ninfina, 50. Elio Filippo Accrocca da Livio e Caterina Pistilli. La famiglia si trasferisce quasi subito a Roma nel quartiere di San Lorenzo dove il padre è stato assunto nel vicino scalo ferroviario. L’infanzia e l’adolescenza di Elio Filippo si svolgono, quindi, nel quartiere romano di San Lorenzo dove frequenta la scuola elementare e media, per poi iscriversi all’Istituto Magistrale “Alfredo Oriani” in Piazza Indipendenza.

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Nel 1942, ottenuto il diploma di insegnante e superato l’esame di licenza classica, allora richiesto per l’ammissione ai corsi universitari, Accrocca si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza. Suo professore di Letteratura moderna e contemporanea fu Giuseppe Ungaretti. Questo incontro risulterà fondamentale per la formazione poetica del Nostro; inoltre, il rapporto allievo-maestro si trasformerà poi, col tempo, in devota amicizia durata fino alla morte di Ungaretti.
Il 19 Luglio 1943 quando Roma subì un terribile bombardamento, il quartiere di San Lorenzo venne distrutto ed il giovane è costretto ad andare via dal suo quartiere per trasferirsi nella zona di Portonaccio.

Elio registra questi fatti dolorosi e le proprie emozioni nei versi che, pubblicati nell’immediato dopoguerra su varie riviste, andranno a costituire la sua prima raccolta, “Portonaccio”, edita a Milano da Scheiwiller nel 1949, con la prefazione di Ungaretti.
Laureatosi in lettere nel 1947, dopo il servizio militare, che gli suggerirà parte del secondo volume intitolato “Caserma” Elio si inserisce nel mondo giornalistico della capitale collaborando, via via, con testate sempre più importanti per rubriche di carattere letterario.

La sua infanzia trascorsa tra Cori e San Lorenzo è rievocata in un poemetto in ottava, “Reliquia umana”, raccolta che comprende anche altri versi.
La seconda data che segna l’attività letteraria del poeta Accrocca è il 6 Settembre 1973, quando muore improvvisamente per un incidente automobilistico l’unico e amatissimo figlio Stefano.
Nell’angoscia di questa perdita una Musa dolorosa gli ispira i versi del lungo accorato componimento “Non ti accadrà più nulla” che subito compare su “La Fiera letteraria” e che sarà inserito nella sezione “Domande” della raccolta “Siamo non siamo” del 1974.

Nel 1983, colpita da un male incurabile, muore la moglie di Filippo, Adriana; al ricordo di Stefano, suo figlio e di Adriana, Accrocca dedica, in particolare, “Il Superfluo”, “Copia difforme”, “Lo sdraiato di pietra”.
Elio partecipa attivamente agli eventi nazionali ed internazionali ed è spesso co-fondatore di numerosi Premi di Poesia.

Il 21 aprile 1979 il Nostro riceve il Premio Internazionale “Città di Roma”, conferitogli in Campidoglio, per la sua attività giornalistica. Gli ultimi anni il poeta li trascorre a Casalpalocco, dove morì improvvisamente l’11 Marzo 1996.

Portonaccio

Portonaccio è un ponte sulla ferrovia,
è un quartiere di povera gente.
Gli uomini, da vivi lo ignorano,
da morti lo abitano.

È questo il ponte che conduce all’isola
dei prati dove muore la città
d’uomini vivi, dove vive il campo
santo dei morti tra convogli radi
al fischio delle fabbriche.
A notte i morti crescono coi tufi
che ardono alla luna.
È questo il ponte che conduce all’isola
dei morti dove vive la pietà
degli uomini che vegliano nel grigio
di queste loro case in miniatura
sepolte dentro gli orti.
A notte i treni passano sui morti
che ridono alla luna.

Ho dormito l’ultima notte
nella casa di mio padre
al quartiere proletario.
La guerra, aborto d’uomini
dementi, è passata sulla
mia casa di San Lorenzo.
Il cuore ha le sue distruzioni
come le macerie di spettri,
eppure il cuore ancora grida,
geme, dispera, ma vive
come la madonna di Raffaello
salvata tra i sassi della mia casa
e un paio di calzoni grigioverdi.

Mi si e’ seccata l’anima,
mi si son logorate le mani
a ricercare il corpo dei miei morti
sepolti senza grida.

Ho chiuso il mio tormento
su questi sassi che a me
celano segreti di morte.
Chi mi staccherà dalle macerie arse,
chi mi quieterà?
San Lorenzo ha sofferto col mio cuore
i suoi vivi e i suoi morti hanno lasciato
in me una strada aperta.

(da Portonaccio)


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