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Lazio: vivere o sopravvivere?

Chissà, Chissà chi sei… Chissà che sarai… Chissà che sarà di noi… Lo scopriremo solo vivendo…

Niente di meglio di questa arcinota strofa di Battisti, per fotografare lo stato d’animo attuale della stragrande maggioranza del popolo laziale.

Ci prepariamo a una stagione, più che triste, enigmatica. Come finirà? Quali scenari si apriranno? E in assenza di altre emozioni, questa domanda si gonfia di paure, che quasi quasi ci eccitano come in un film dell’orrore, in cui l’attesa del peggio, che è già peggio, ci tiene col fiato sospeso.

Quindi adesso siamo in preda a due tentazioni opposte: da un lato “vorremmo” coltivare la speranza che questa squadra regga comunque la buriana, e riesca a galleggiare in attesa di tempi migliori; dall’altra serpeggia una sorta di fatalità quasi liberatoria che punterebbe a una vera e propria rifondazione, che però presuppone una distruzione, un decalage anche dolorosissimo ma necessario: toccare veramente il fondo per rimbalzare su!

Ognun ci legga ciò che vuole.

Il presente

Le condizioni economiche sono note: l’indice rappresentato dal rapporto tra Costo del Lavoro Allargato e Ricavi della Lazio si attesta ancora intorno all’0,8 %, invece della soglia dello 0,7%, imposto dalle nuove norme.

Rapporto riducibile diminuendo il numeratore o aumentando il denominatore, come ci insegnano alle elementari.

Como, Sassuolo e Monza (non proprio Inter, Milan o Juve!) hanno ricapitalizzato, aumentando il denominatore, mentre a Formello hanno sempre avuto le idee chiare.

“I migliori affari sono quelli che non si fanno!” dichiarò il temerario Fabiani qualche anno fa, di fatto preconizzando l’arrivo dell’obbligo del saldo zero, per cui gli acquisti e i costi complessivi dei giocatori in rosa (rappresentati dalla somma, per ognuno di essi, dello stipendio lordo e delle eventuali quote annuali di ammortamento, come nel caso di Taylor) dovranno essere interamente coperti dalle entrate delle cessioni, condizione aggravata dai mancati introiti degli abbonamenti, come ufficialmente dichiarato dai tifosi della Nord.

Quindi cosa abbiamo dentro al porcellino di terracotta? Al netto del tesoretto di spicci derivanti dalle cessioni di Gila (18mln) e Provedel (3 mln), la Lazio deve impegnarsi a vendere per poter acquistare, entro lo stesso perimetro finanziario.

A questa natura morta, va anche aggiunto il pasticcio del main sponsor Polymarket, ossia la piattaforma di mercati predittivi, finita di nuovo nella blacklist informatica dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che ne ha oscurato il sito sul territorio nazionale, obbligando la SS Lazio a rimuovere il marchio dal proprio sito ufficiale e a proporre le nuove magliette prive di sponsor sul sito dello shop online ufficiale del club.

La partnership con Polymarket era partita a fine aprile, con tanto di scritta sulle maglie, anticipando l’accordo biennale 2027/28, destinato a portare circa 20 mln nelle casse della SS Lazio, che non ha ancora però ritenuto opportuno affidare a una comunicazione ufficiale l’accaduto e le sue possibili conseguenze, lasciando piuttosto trapelare, sulla base delle dichiarazioni di Palella AD di Palcomm che ha curato l’accordo, come nulla cambi.

Ci dovrebbero pagare, pure se scompare la scritta sulle magliette e il pop up sul sito della Lazio?

Siete sicuri? Ve lo ha detto Lotito con la stessa chiarezza con cui ha presentato ai giornalisti il business plan del Flaminio? La puntualità con cui ha esposto il Debt Service Coverage Ratio rispetto al nuovo stadio?

Formello – foto Internet

A Formello non ci si annoia mai!

Dal falconiere che incrementa la sua dotazione genitale mettendo a disposizione del pubblico il relativo video come prova provata, all’allenatore Bielsa dimissionario dopo soli 2 giorni dall’annuncio ufficiale, senza mai dirigere un allenamento (record vicino a quello di Gattuso dimissionario dopo solo 23 giorni dalla Fiorentina: tutto torna!), dal Presidente che si lancia nel nostalgico “credere, obbedire, combattere” (figura di mer* che però ci viene contesa dalla Reggina…), allo sponsor che viene oscurato e devono cambiare le maglie ufficiali.

E sono solo alcune!

Ma tutto questo impegno per far ridere e far sentire gli altri migliori, non ci viene riconosciuto.

Cosa fa desistere un diciannovenne del Nordsjælland, con un cognome da supereroe, come Markmann, dall’accettare l’offerta della Lazio?

E perché mai un tal Lemkin del Twente, seguito dai biancocelesti, si è affrettato nel dichiarare di voler restare in Olanda?

Forse perché le principali piattaforme di scommesse danno la Lazio a 25 punti per una possibile retrocessione?

Certo Frosinone e Monza da brave neopromosse sono le candidate perfette per tornare da dove sono venute (non glielo auguro affatto!)  e ci sono ancora squadre come Udinese, Genoa Torino e Sassuolo la cui retrocessione è probabilisticamente superiore alla nostra, ma un Bologna e Fiorentina fanno segnare distanze abissali da noi!

Abbiamo tempo per migliorare e abbassare ulteriormente la quota!

 

Ma cosa bolle in pentola nel Lotitoland?

Niente! C’è tanto vapore acqueo, ma è impensabile che le cose restino così.

Il futuro? Quali scenari?

Non potendo disquisire di calcio mercato, divertiamoci a delinearne qualcuno, con l’avvertenza che si tratti solo di opinioni personali, di suggestioni.

Provando a immedesimarci nella testa di Lotito, vanno fissate alcune priorità: prima la politica, poi gli affari di Formello e dintorni.

La priorità principale era assicurarsi la rielezione al Senato e dare continuità al suo mandato politico.

In vista di vicine elezioni, Lotito ha avuto l’urgenza di costruire la sua candidatura per proseguire la sua brillante carriera politica, dovendo evitare anche la cattiva aura che si è venuta formando negli ultimi tempi a Roma: se nei collegi del Senato a Roma FI prende metà dei voti raccolti su base nazionale, con la presenza di Lotito – alla luce delle contestazioni subite nell’ultimo anno e della distanza ormai conclamata anche di ambienti politicamente a lui contigui – il rischio era quello di danneggiare anche FI.

Il cappello dal cilindro è dunque Reggio Calabria, che sta a Forza Italia, come Reggio Emilia stava al PCI!

A Reggio Calabria, Lotito, fa l’operazione perfetta: Habemus Rhegium! Cannizzaro dixit!

Per la sua impopolarità a Roma, Lotito paga dazio: mette i soldi e prende la guida della locale squadra amaranto, per toglierla dall’oblio della serie D, il che si traduce prevedibilmente in consenso politico locale che va a consolidare ancora di più la posizione del Sindaco Cannizzaro e del Presidente calabrese, Occhiuto entrambi dello stesso partito di Lotito (e quest’ultimo collega)  e quindi, probabilmente accaparrandosi  la candidatura in un collegio sicuro: il cerchio si chiude e tutti brindano, a partire da Occhiuto noto per aver fatto calare le palpebre, in occasione di un discorso al Senato,  del chiarissimo senatore nostrano, oggi proprietario della Reggina.

Risolta questa incombenza, Lotito può tornare a parlare – o straparlare – della Lazio, confidando che intanto passi la bufera e qualcosa, forse cambi anche tra i tifosi: dire che le distanze non appaiono più colmabili è una bella frase, ma risponde del tutto a verità?

Davvero il trascorrere del tempo servirà a cambiare le cose? Un campionato anonimo, senza infamia e senza lode, rafforzerebbe la protesta e la rinuncia al tifo a oltranza o, al di là delle parole, c’è una parte della tifoseria più cedevole che, pur ingoiando il rospo si rassegnerebbe e finirebbe, anche gradualmente, a riempire di nuovo gli spalti?

Probabilmente lui confida che per sfinimento una parte dei tifosi, tornerà, sia pure alla spicciolata, allo stadio: meno tifosi, però rassegnati, idealtipo di tifoso più a misura di Lotito!

Il tempo gioca a favore di Lotito, d’altronde: rischia di erodere la resistenza, anche perché il tifo ha esaurito le munizioni. Ha ottenuto ciò che voleva: richiamare l’attenzione dei media, far dilatare il caso e livello nazionale, portare un intero ambiente su posizioni di distanza e opposizione verso Lotito, disertare lo stadio e fare della Lazio un caso. Non c’è molto altro da fare.

Claudio Lotito – immagine di repertorio

L’idea di una cessione?

Parliamo della possibilità che Lotito ceda la Lazio o apra a soci, dove tra la prima e la seconda opzione potrebbero però gemmare tante diverse soluzioni.

Ad essere realistici, è vietato pensare che Lotito lasci la Lazio, tanto più che ciò possa avvenire adesso o comunque in un lasso di tempo breve.

Innanzi tutto, perché questo non sembrerebbe rientrare nei suoi progetti, che sembrano retti dalla volontà di legare in modo indissolubile la SS Lazio a un patrimonio immobiliare consolidato sotto il suo diretto ed esclusivo controllo.

Qui entriamo nella visionarietà di uno sfondo in cui il nome della SS Lazio e tutto ciò a cui esso può rimandare in termini di storia, di appartenenza, di generazioni di tifosi, tramuti in un simbolo per sempre associato al suo nome e quello della sua famiglia: la Lazio dei Lotito, come fu e ancora è la Juve degli Agnelli!

Una prospettiva che mette i brividi, perché trasformerebbe una realtà collettiva, emotiva e simbolica di una comunità, in un’entità patrimoniale di un clan, più precisamente il brand di una famiglia: dove l’entrata dei Lotito finirebbe per essere il punto dirimente nella storia di questa squadra, segnandone un prima e un dopo.

Un passaggio esiziale da una Lazio di cui Claudio Lotito è Presidente a una Lazio squadra dei Lotito.

Fuori da questo incubo, la prospettiva di una cessione delle quote societarie potrebbe meritare attenzione.

Esclusa l’ipotesi di una cessione delle quote di controllo attuale – per cui Lotito si rendesse disposto a cedere parte dell’attuale 67%, accettando di non essere più il proprietario della Lazio, ma solo un socio di minoranza e dunque rinunciando alla governance della società SS Lazio – potrebbe avere un senso la cessione di una parte delle quote da offrire a un possibile investitore.

Ipotesi che gli consentirebbe comunque di mantenere il controllo della società, ma resa remota proprio dal fatto che sarebbe molto più difficile trovare un investitore, singolo o collettivo, disposto a mettere soldi senza avere il controllo.

Si apre così una quarta possibilità, che è quella per cui una quota di azioni della SS Lazio potrebbe essere acquisita da un finanziatore, singolo o collettivo, a lui vicino: una strada impervia, ma percorribile, sia pure con tempi e modalità probabilmente diversi da quelli che potremmo immaginare noi adesso.

Sicuramente, conoscendo il tipo e non perdendo mai di vista le sue mire, non potrebbe farlo, annunciarlo, o astrattamente prefigurarlo, o anche solo lasciarlo vagamente intendere, adesso: paradossalmente, proprio in ragione della crisi attuale.

Un cambiamento nell’assetto societario non potrebbe che avvenire in un clima diverso con un Lotito nella miglior condizione, non certo nella posizione scomoda e angusta in cui si trova adesso, dove quel passo suonerebbe come un suo inaccettabile cedimento, dannatamente indigesto, ora che i media, il mondo del calcio, una parte politica, e infine gli stessi tifosi biancocelesti, lo stanno aspettando al varco.

A parte la tempistica non immediata, però, la modalità per cui entrerebbero soci fiduciari sembra l’unica compatibile con il modus operandi e il modus pensandi di Lotito.

Un socio o un gruppo di soci di minoranza di sua strettissima fiducia, appartenenti al suo giro: finanziatori, banchieri, affaristi, faccendieri disposti a entrare nel progetto Lazio con quote che potremmo ipotizzare intorno al 20% per sostenerlo in questo momento.

Nessun fondo estero, probabilmente, nessun investitore straniero che difficilmente accetterebbe che Lotito mantenga il controllo (67%), ma figure “amiche”, da lui considerate pienamente affidabili, sotto tutti i punti di vista, da coinvolgere in un progetto di rilancio della squadra, che parteciperebbero pro-quota, a patto di rimanere in secondo piano rispetto a Lotito, che conserverebbe intatta la sua centralità.

Partner finanziari attratti da un progetto di stadio – non necessariamente il Flaminio – con relative infrastrutture e da strategie di branding.

Potrebbe essere questo il grimaldello con cui Lotito potrebbe provare a scardinare il portone chiuso dei laziali: sarebbe pur sempre un cambiamento che apporterebbe migliorie economiche, aumenterebbe la fiducia nella società e riaprirebbe un dialogo con i tifosi e sarebbe salutato positivamente a livello mediatico: una mossa gattopardesca, di integrazione del capitale senza incidenza sulla governance che lascerebbe sopravvivere le aspirazioni di Lotito, senza snaturare l’assetto di controllo societario.

Questa ipotesi è del tutto coerente con quella di SS Lazio che sarebbe da oggi in poi emanazione e espressione di una famiglia. Quella famiglia.

Questo scenario ha un elemento razionale ma anche doloroso, perché la verità è che a nessun tifoso piacerebbe tifare una squadra che rappresenti un clan familiare.

Perché intanto ne risulterebbe ridimensionato quel legame che fa di una squadra di calcio un bene collettivo, anche solo simbolicamente appartenente alla comunità di tifosi, a una parte della città, in cui la proprietà azionaria ne ricava solo dividendi.

Perché rimarrebbe invariata la posizione di Lotito che nella Lazio vede un mezzo economico di autoaffermazione e non anche una passione.

Perché ne sarebbe intaccato anche il legame con la città: la Lazio dei Lotito sarebbe un po’ meno della Prima squadra della Capitale.

Credo che noi tifosi della Lazio dovremmo seriamente confrontarci su queste prospettive e trarne delle conseguenze che saranno inevitabilmente soggettive, come i sentimenti e le emozioni.

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