

“Noi sosteniamo che queste verità sono per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali; che sono dotati dal Creatore di certi diritti inalienabili, tra i quali sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini i governi, che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che, ogni qualvolta una forma di governo diventi perniciosa a questi fini, è nel diritto del popolo di modificarla o di abolirla.” (Thomas Jefferson, dal Brogliaccio della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti D’America, 4 Luglio 1776).
Il Cinema, la “Settima Arte”, è spesso definito anche come la “Valigia dei sogni”. E uno dei sogni più concreti dell’essere umano è stato – ed è – senza dubbio la “ricerca della felicità”. Questa frase che – per restare nell’ambito cinematografico il regista Gabriele Muccino usò per dare il titolo al suo primo film americano del 2006 – se usciamo dal campo cinematografico la ritroviamo come espressione di un obbiettivo fondamentale messo nero su bianco dai Padri fondatori americani.
Fu infatti Thomas Jefferson – che sarebbe stato il terzo Presidente USA dal 1801 al 1809 – ad augurarla al suo popolo. Ma fece di più, la introdusse all’interno della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America (4 Luglio 1776) trasformandola così da desiderio fortemente auspicato a diritto vero e proprio e per di più, come tutti i diritti, inalienabile: nessuno, dunque, avrebbe mai potuto negare ad ogni cittadino americano il diritto di ricercare la propria felicità.
Il Virginiano Thomas Jefferson era un ricco latifondista e proprietario di schiavi e anche se aveva pronunciato parole per il tempo illuminate, trasformandole poi in qualcosa di concreto, egli restò sempre quello che era dal punto di vista della classe sociale, tenendo, con quelli come lui, saldamente in mano le basi del potere in quella che voleva trasformata in “era del sogno (*)
Da quel lontano 1776, molta acqua è passata sotto i ponti del Paese a stelle e strisce (tra cui una guerra civile e una Seconda guerra mondiale durante la quale i neri di pelle hanno combattuto – e sono morti a bizzeffe – per l’eguaglianza con i bianchi e per “cercare la felicità” che lo Stato negava loro, ad ogni piè sospinto, con la segregazione razziale e le discriminazioni di ogni genere. (**)
Per dare concretezza a quella “ricerca della felicità” molte lotte sono nate nel Paese del diritto al sogno. Molte, dai tempi in cui la nera Rosa Parks, stanca per una dura giornata di lavoro, decise di non cedere il posto sull’autobus al bianco che lo reclamava, forte del colore della sua pelle e della Legge (Montgomery, Alabama, 1° Dicembre 1955). E dai tempi in cui gli spazzini neri di Memphis (Tennessee) – per protestare contro la morte sul lavoro di due loro colleghi – scioperarono sfilando per la città e portando al collo un cartello che recitava, semplicemente, “I Am A Man” e con quel cartello passando, in fila indiana, tra due ali di militari (bianchi) della Guardia Nazionale con la baionetta inastata sulla canna del fucile (1° Febbraio 1968).
Molte lotte, che costarono ai neri americani lacrime e sangue, ma portarono, infine, un piccolo uomo, un Reverendo battista di colore, Martin Luther King, nato in Georgia nel 1929, a ricordare – in un memorabile discorso rivolto ai neri come lui, ma non solo – di avere fatto un sogno nel quale si erano avverate le parole inserite da Jefferson nella Dichiarazione d’Indipendenza e poi ancora ricordando alla moltitudine di persone che, quel giorno, ascoltavano le sue parole, che sarebbe potuto: “ben accadere che questa generazione dovrà pentirsi non soltanto per le parole avvelenate e le azioni violente delle persone cattive, ma per l’impressionante silenzio e l’indifferenza delle persone buone, che stanno sedute e dicono “Tempo al tempo”. Per quel discorso e per avere evocato un sogno, quell’uomo buono verrà ucciso, il 4 Aprile del 1968, a Memphis (Tennessee), proprio dove, qualche mese prima, aveva portato la sua solidarietà agli spazzini neri della città che avevano dovuto scrivere “I AM A MAN” per ricordarlo a chi lo aveva artatamente dimenticato e dove il Reverendo King era tornato perché quello sciopero continuava.
La materia dei sogni e William Shakespeare
“Siamo fatti anche noi della stessa materia di cui sono fatti i sogni: e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.” (William Shakespeare, La Tempesta, 1611, Atto IV)
Ora, tenendo conto di quanto avete letto sin qui, portiamoci ai giorni nostri e riflettiamo su questa notizia: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha accolto, con sei voti favorevoli contro 3, il Ricorso contro due grandi Atenei statunitensi: l’Università della Carolina del Nord, pubblica, e quella di Harvard, privata e si è espressa contro le cosiddette “azioni di discriminazione positiva”, le “affermative actions”, clausole di ammissione che dall’Amministrazione Kennedy in poi caratterizzavano l’ingresso alle Università statunitensi per gli studenti non bianchi. Queste prevedevano quote riservate per i componenti delle minoranze etniche che, dopo questa Sentenza delle Corte sono diventate incostituzionali.
Il Presidente americano Biden ha affermato che questa decisione della Corte Suprema è lontana dai valori americani. E come non essere d’accordo. Una norma che certo era discriminatoria per i bianchi, ma serviva, magari, a rendere possibile anche ai componenti delle altre minoranze etniche presenti ne Paese “la ricerca della felicità” è stata cancellata, scatenando l’esultanza del più volte indagato ex Presidente USA (che ci riprova) Donald Trump (“Donald il bugiardo”). La domanda a questo punto è: le parole di Thomas Jefferson hanno ancora valore nella terra del diritto al sogno?
Ugo Fanti, Presidente della Sezione Anpi di Roma Aurelio-Cavalleggeri “Galliano Tabarini”
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