Municipi:

Non solo Aldo Moro, ma anche Peppino Impastato

Un Giorno nella Storia: 9 Maggio 1978

Il giorno che le BR ammazzano il loro prigioniero – nome: Aldo Moro, Classe 1916, Presidente del Partito della Democrazia Cristiana – sparandogli, come fossero al tiro a segno, mentre è ancora in pigiama nel garage dell’Edificio della romana Via Camillo Montalcini, 8 in cui l’hanno tenuto prigioniero per 55 Giorni – in un’altra parte del Paese, molto più a Sud (meglio, in un’Isola) la mafia di Gaetano Badalamenti (“Don Tano”, meglio “Tano Seduto”) ammazza, a Cinisi – Città metropolitana di Palermo – Giuseppe (Peppino) Impastato, Classe 1948, militante di Democrazia Proletaria, fondatore  e conduttore di “Radio Aut”, la Radio libera di Cinisi, Sicilia, Italia e nipote di Don Tano. E’ il 9 Maggio del 1978, un Martedì.

Mentre il corpo di Aldo Moro sarà ritrovato intatto nella famosa R4 rossa, parcheggiata – simbolicamente – in Via Michelangelo Caetani, strada situata geometricamente al centro tra la Sede Nazionale del PCI (Via delle Botteghe Oscure) e la Sede Nazionale della DC (Piazza del Gesù); il corpo di Peppino Impastato sarà, dai suoi assassini,  ridotto a brandelli, perché imbottito di tritolo, come se chi aveva commissionato quel delitto avesse voluto far scomparire, per sempre, quel corpo ingombrante che conteneva una mente lucida e implacabile  con i mafiosi e i manigoldi di ogni risma e Partito politico.

Sono passati 47 anni da quel Martedì 9 Maggio e mentre scrivo queste righe (siamo alla mattina del 9 Maggio 2025) penso che molto si dirà e scriverà dell’Onorevole Moro e poco o niente sarà ricordato di Giuseppe Impastato, ammazzato in modo brutale perché lottava per la democrazia e la legalità.

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“Corpo di Stato”

Marco Baliani – attore romano Classe 1950, inventore del cosiddetto “Teatro di narrazione” – così ha scritto su quei due corpi, presentando il suo bellissimo Monologo intitolato “Corpo di Stato”: “La storia ha voluto unire due persone lontanissime, geograficamente e politicamente, Aldo Moro e Peppino Impastato, ucciso dalla mafia, morti lo stesso giorno; due corpi (anzi un corpo e solamente brandelli dell’altro, imbottito di tritolo), due fantasmi della nostra Storia, che non hanno e non possono avere requie, perché trascorsi oltre quarant’anni sono ancora tra i misteri d’Italia”. “Finché non si scoprirà chi ha ucciso il re Laio, la città di Tebe resterà appestata”.

Ecco perché non possono essere dimenticati: perché ci sono stati almeno vent’anni di depistaggi, altrettanti processi, documenti, dossier, con verità scritte e smentite, riscritte e negate.”.

Due storie diverse, ma indissolubilmente legate tra loro che non è possibile dimenticare. La prima sarà certamente ricordata ad libitum. La seconda si preferirà, certo, dimenticarla in fretta (o relegarla in un trafiletto di poche righe, corpo 11) perché troppo impegnativa per le coscienze “sporche” di chi, nel nostro Paese, ha lavorato per anni per coprire non solo la verità sullo stragismo nero, ma anche i delitti della mafia (a sua volta stragista per ritorsione  verso una promessa non mantenuta di alleggerire il regime carcerario del 41bis) e il malaffare, con i quali si facevano (e si fanno ancora?) affari  poco puliti, anche alla luce del sole, ovvero senza mostrare alcun ritegno, immemori di cosa significhino le parole “onestà”, “democrazia” e “legalità”.

Ma di quelle due vite spezzate, in particolare quella di Peppino Impastato è impegnativa anche per noi che ne raccogliamo l’eredità, poiché non basta solo ricordare quell’assassinio politico una volta all’anno, nel giorno del suo anniversario, ma occorre riempire quel ricordo di gesti concreti; i gesti concreti che la lotta per la democrazia e la legalità richiedono siano compiuti da ognuno di noi. E occorre farlo ogni giorno che Dio manda in terra, quanto è vero Dio e per Dio.

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Chiudo questa Nota in rosso con due pensieri di Peppino Impastato, che paiono essere stati scritti “A futura Memoria”:

“Nessuno ci vendicherà. La nostra pena non ha testimoni”

“La mafia uccide. Il silenzio pure”

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