Un aiuto concreto per Giada

Intervista alle pedagogiste cliniche Vincenzina Campana e Letizia Saltarelli
di Maria Chiara Menichelli - 12 Settembre 2011

Il pedagogista clinico è uno specialista che per intervenire in aiuto della persona intraprende una specifica formazione post-universitaria che gli permette di acquisire abilità e disponibilità nella relazione. Il pedagogista clinico si rivolge a: • Bambini e ragazzi con difficoltà (comportamentali, di apprendimento, comunicative e relazionali, dell’attenzione e della memoria, motorie, ecc..)
• Coppie e famiglie con difficoltà (di comunicazione, nel ruolo genitoriale)
• Persone con disabilità
• Gruppi 
• Anziani. Ho intervistato due pedagogiste cliniche, Vincenzina Campana e Letizia Saltarelli, che si sono occupate di una bambina sorda di nome Giada (bambina con una sordità medio/grave bilaterale con protesi acustiche, difficoltà di lateralizzazione ed una limitata capacità funzionale della memoria a breve termine), per scoprire di più sul lavoro di un pedagogista clinico. Alla fine del trattamento Giada ha acquisito maggiore fiducia in se stessa, alzando così il suo livello di autostima. Ha inoltre migliorato i suoi tempi di attenzione, arricchito il suo vocabolario linguistico ed è riuscita a riconoscere ed esprimere le sue emozioni. La bambina ora gioca con gli altri coetanei ma sa organizzarsi anche da sola. Struttura giochi nuovi con inizio, svolgimento e fine. 
In famiglia è migliorato il rapporto con la sorella a cui chiede aiuto in caso di difficoltà e si divertono insieme. Con le amiche ora Giada rispetta i tempi e i turni di gioco e accetta le proposte degli altri.  

D – Avete modificato il vostro approccio di lavoro adattandolo al carattere e all’indole della bambina. Questa decisione è stata presa all’inizio o durante il percorso?

R- Partendo dagli strumenti propri del pedagogista clinico abbiamo delineato un percorso pedagogico per Giada, tenendo conto delle sue caratteristiche e dei suoi bisogni. Così, dopo un primo colloquio con la famiglia e con la bambina ed una attenta osservazione dei comportamenti verbali e non verbali della stessa, abbiamo avviato il percorso di aiuto. L’obiettivo è stato quello di calibrare ogni intervento sulle esigenze di Giada.  

D- Avete pensato di fare un percorso simile a quello di Giada con bambini con altri tipi di sordità?

R- Il percorso con Giada è stato un percorso positivo che ha prodotto buoni risultati sotto diversi punti di vista. Da questa esperienza è nata infatti l’idea di strutturare delle attività mirate e specifiche per bambini e ragazzi sordi. Abbiamo in programma di offrire percorsi di aiuto finalizzati a migliorare e potenziare il processo di apprendimento e altre attività funzionali per un sano e consapevole sviluppo emotivo.  

D- Vi siete concentrate sull’ambiente che circonda Giada?

R- L’ambiente è parte integrante del vissuto di ognuno di noi. Conoscere il contesto familiare, scolastico e sociale di Giada ci ha permesso di cogliere alcuni importanti aspetti emotivi della bambina, funzionali alla sua conoscenza e al nostro percorso.  

D- Una volta che la bambina tornava a casa aveva delle attività da fare con i genitori o il suo lavoro si esauriva con voi?

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R- Il nostro lavoro diventa più efficace quando da parte della famiglia c’è accordo e collaborazione. Nel caso di Giada è stato possibile coinvolgere i genitori in attività da svolgere a casa. Questo ha permesso a noi di ottimizzare i tempi di lavoro, a Giada di approfondire i temi trattati durante gli incontri ed ai genitori di avere sempre un quadro completo circa il nostro lavoro e i progressi della bambina.  

D- Avete pensato di lavorare sul gruppo (per esempio una ludoteca) invece che su un singolo individuo?

R- Nel caso specifico il lavoro di gruppo non era consigliabile. Giada aveva bisogno di trovare fiducia e sicurezza in se stessa prima di affrontare contesti più complessi. In altri casi invece il nostro lavoro si indirizza efficacemente anche ai gruppi. Da diversi anni ad esempio lavoriamo in collaborazione con l’Istituto Comprensivo M. Dionigi di Lanuvio, Roma. Lì il nostro intervento si indirizza a gruppi di bambini di cinque anni con l’obiettivo di prevenire ed identificare precocemente i Disturbi e le Difficoltà di apprendimento e facilitare il passaggio nella scuola primaria. Nel nostro studio ci sono inoltre percorsi pensati esclusivamente per i gruppi come il corso di preparazione al parto, di accompagnamento alla nascita e di sostegno alla genitorialità.  

D- Avete pensato di usare l’Euritmia (molto usata in Germania)?

R- L’Euritmia fa parte delle metodologie introdotte da Rudolf Steiner nell’ambito della medicina antroposofica, ha quindi sue caratteristiche e campi di applicazione diverse da quelle del pedagogista clinico.  

D- È possibile nel vostro lavoro una sinergia tra voi e i logopedisti e gli insegnanti?

R- Una sinergia tra noi, logopedisti e insegnanti è auspicabile, a volte possibile altre difficile. Lavorare in rete e in équipe è per i professionisti stimolante ed arricchente, in quanto un lavoro integrato aumenta l’efficacia del trattamento e in alcuni casi ne riduce i tempi in termini di durata.  

D- Quante famiglie possono permettersi questo trattamento/opportunità? È previsto un inserimento della vostra professionalità in una sede convenzionata/pubblica? Ci sono delle regioni dove questo è già possibile?

R- Il trattamento si colloca nella sfera dei servizi privati rivolti alle persone come aiuto per affrontare e superare particolari situazioni problematiche.
Certo sarebbe ottimo poter offrire questo servizio in sedi convenzionate, poiché questo è già una realtà concreta in alcune regioni pensiamo ottimisticamente che diventerà possibile anche nella nostra (Regione Lazio). —– L’euritmia terapeutica fa parte delle metodiche ideate da Rudolf Steiner e Marie von Sivers nel 1912 nell’ambito della medicina antroposofica. 
Alla base del metodo si pone la conoscenza della relazione mutua e continua tra i movimenti che ci sono nella laringe, tramite le corde vocali. Quando mettiamo in atto la funzione fonatoria (parlare, vocalizzare, cantare, ecc.) coinvolgiamo anche i muscoli degli arti; presentando in tal guisa un vero e proprio linguaggio non verbale di tipo ritmico. Rudolf Steiner a tal proposito scriveva: “Euritmia come parola visibile”. (FONTE: http://www.aemetra-valeriosanfo.it/euritmia%20terapeutica.html).   


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