

Intervista al Prof. Fiorenzo Laghi
Negli ultimi mesi il tema del disagio giovanile è al centro del dibattito pubblico, grazie anche a serie tv e film come Adolescence e Mia, ma soprattutto per i tanti fatti di cronaca che hanno portato alla luce il disagio e la fragilità di molti giovani.
Episodi di bullismo, violenza tra coetanei, uso distorto dei social network e casi di autolesionismo raccontano un mondo adolescenziale complesso, spesso in bilico tra bisogno di appartenenza e ricerca di identità.
Per approfondire il tema, abbiamo intervistato il Prof. Fiorenzo Laghi.
Psicologo dello sviluppo e dell’educazione e docente alla Sapienza di Roma, Fiorenzo Laghi da anni dedica la sua ricerca alle fragilità e alle risorse dei giovani, in un contesto in cui scuola e famiglia restano i principali presidi educativi.
Il Prof. Laghi è ordinario di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione e Direttore del Dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione presso la Sapienza Università di Roma.
Professore, l’adolescenza ma soprattutto la preadolescenza è spesso un terreno di contraddizioni: da un lato il bisogno di libertà, dall’altro la necessità di guida. In che modo i genitori possono accompagnare i figli in questo passaggio, sostenendoli nei cambiamenti emotivi e cognitivi senza essere troppo invadenti né troppo distanti?
L’adolescenza e la preadolescenza sono fasi evolutive caratterizzate da veloci cambiamenti sul piano fisico, intellettivo e nelle relazioni con gli altri. La pubertà innesca cambiamenti molto rapidi, trasformando il corpo infantile in un corpo di giovane uomo o giovane donna, con tutti i connotati sociali e relazionali che questo comporta. I preadolescenti possono faticare a riconoscersi in questi cambiamenti corporei, e nelle conseguenti diverse modalità relazionali che adulti e coetanei adottano nei loro confronti.
Dal punto di vista intellettivo, il pensiero cambia, diventa molto più complesso, astratto e logico, assomigliando sempre di più al modo di ragionare degli adulti. Gli adolescenti sono quindi ansiosi di esplorare tutte le nuove potenzialità del loro corpo e della loro mente in trasformazione, mentre i genitori possono faticare a star dietro a questi cambiamenti.
In questa fase, i giovani affrontano compiti di sviluppo molto importanti, come la progressiva ricerca di un’identità adulta. Questa istanza porta i ragazzi a esplorare nuovi interessi, investire più tempo ed energie nelle relazioni con i coetanei, e può emergere la necessità di sfidare le regole e i modelli proposti dalla famiglia.
Tutti questi processi sono al servizio di un lento e graduale processo di esplorazione e ridefinizione dell’identità, che giungerà a compimento solo molto più tardi con l’inizio dell’età adulta.
L’adolescenza rappresenta quindi un passaggio evolutivo importante non solo per i ragazzi, ma per tutta la famiglia. I genitori infatti, dal canto loro, affrontano la sfida di riconoscere, comprendere e imparare ad accettare queste trasformazioni così rapide nei loro figli e figlie. Diventa necessario rimodulare lo stile educativo, le regole e i modelli di relazione in famiglia, per accompagnare con sensibilità i nuovi bisogni di esplorazione dell’adolescente e la sua graduale ricerca di autonomia.
Per gli adulti, può emergere la paura dei pericoli che le ragazze e i ragazzi potrebbero incontrare in questa loro nuova esplorazione del mondo, paure a cui molti genitori tentano di rispondere aumentando il controllo e limitando l’autonomia. Tuttavia, il controllo eccessivo in questa fase è spesso inefficace e controproducente, mentre uno stile genitoriale basato sulla comunicazione, sul dialogo e sull’affetto, può risultare più protettivo.
Gli adolescenti e i preadolescenti di oggi hanno bisogno soprattutto di essere visti e ascoltati, accompagnati con sensibilità e attenzione nel loro processo di esplorazione del mondo, evitando scontri che chiudano le porte al dialogo.
È importante che in famiglia ci siano regole chiare su ciò che è e non è permesso, ma queste regole dovrebbero essere flessibili in ragione delle nuove esigenze evolutive. Le regole che andavano bene per i bambini, per esempio, potrebbero non essere più adeguate per i ragazzi di 13 o 14 anni.
Possiamo e dobbiamo fare richieste di maggiore maturità e avere alte aspettative da questi ragazzi, ma ricordiamoci di riconoscere le loro nuove esigenze e di mantenere una buona comunicazione su tutti i temi importanti – i ragazzi devono sapere che possono chiedere aiuto ai genitori su qualsiasi problema, senza sentirsi giudicati.
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di “binge drinking”, il bere fino a perdere il controllo. Quali sono, secondo lei, i principali rischi per i ragazzi che vivono questo comportamento come un rito di gruppo? E quali strategie concrete – a scuola o in famiglia – possono aiutare a prevenirlo?
Negli ultimi anni il fenomeno del binge drinking in adolescenza è diventato oggetto di crescente attenzione, non solo per la diffusione del comportamento, ma soprattutto per ciò che esso rappresenta sul piano evolutivo. La letteratura internazionale ci ricorda che gli adolescenti non bevono “a caso”, ma perché l’alcol risponde a motivazioni specifiche. Viene infatti utilizzato dai giovani per ricercare sensazioni positive, per facilitare la socialità, per conformarsi al gruppo dei pari o per affrontare emozioni negative.
Le ricerche condotte dal nostro gruppo di ricerca su adolescenti italiani confermano con chiarezza questa prospettiva: i comportamenti di binge drinking sono più probabili quando prevalgono i motivi legati alla ricerca di sensazioni intense, al desiderio di appartenenza al gruppo dei pari e, soprattutto, all’uso dell’alcol come strategia di regolazione delle emozioni negative.
È un dato importante, perché ci dice che dietro l’episodio di consumo eccessivo non c’è solo leggerezza o desiderio di trasgressione, ma spesso un bisogno, non sempre consapevole, di rispondere a pressioni interne ed esterne che il ragazzo non riesce ancora a gestire in modo autonomo.
I rischi psicologici del consumo alcolico sui giovani sono noti: interferisce con funzioni cognitive in pieno sviluppo, può amplificare impulsività e comportamenti rischiosi per la salute, genera dipendenza e tende a consolidarsi come modalità disfunzionale di gestione delle emozioni proprio nel periodo in cui gli adolescenti stanno costruendo le basi del loro repertorio regolativo.
Quando il bere diventa un rito di gruppo, entra in gioco anche la pressione dei pari. Bere per conformarsi significa non solo correre rischi per la salute, ma anche sacrificare parte della propria autonomia decisionale per sentirsi accettati.
Per quanto riguarda la prevenzione, l’informazione sui rischi da sola non basta. Le strategie più promettenti, sia in famiglia sia a scuola, sono quelle che lavorano sui fattori motivazionali e relazionali che precedono il comportamento. A livello familiare, ciò che la ricerca suggerisce è un equilibrio tra regole chiare e un clima comunicativo aperto, basato sul dialogo.
Non si tratta di esercitare un controllo rigido, né di cedere a un permissivismo che lascia il ragazzo privo di riferimenti: si tratta di mantenere una presenza educativa autorevole e allo stesso tempo offrire un contesto sicuro in cui il ragazzo possa essere ascoltato senza sentirsi giudicato.
A scuola, gli interventi più efficaci sono quelli che lavorano sulle competenze emotive e decisionali: programmi basati sullo sviluppo delle cosiddette life skills, sulla gestione delle emozioni, così come percorsi che aiutano gli studenti a riconoscere le proprie motivazioni al bere.
Il messaggio che possiamo lasciare come studiosi è che il binge drinking non è solo un comportamento da correggere, ma un linguaggio da decodificare: racconta come gli adolescenti gestiscono la tensione tra il desiderio di autonomia e il bisogno di appartenenza.
Agire in modo informato significa allora sostenere questa tensione senza negarla, offrendo ai ragazzi gli strumenti per riconoscere le proprie motivazioni, per resistere alla pressione del gruppo dei pari quando è necessario e per costruire forme più mature e sicure di regolazione emotiva e relazionale.
In questi mesi si discute molto della proposta di legge sull’educazione affettiva, che dovrebbe escludere la sessualità dalle scuole medie o perlomeno prevedere il consenso preventivo dei genitori Molti esperti sostengono che proprio tra gli 11 e i 13 anni si formano linguaggi, emozioni e identità importanti. In diversi Paesi europei l’educazione sessuale e affettiva è parte integrante della crescita dei bambini, mentre in Italia si tende ancora a rimandare o a evitare questi temi. Perché, a suo avviso, è così difficile parlare serenamente di rispetto, consapevolezza e prevenzione senza cadere nella paura o nel pregiudizio?
In Italia parlare di educazione affettiva è complesso perché si tratta di temi sensibili, che toccano la sfera emotiva e relazionale dei ragazzi e richiedono un dialogo chiaro e sereno tra scuola e famiglie. Spesso manca un linguaggio condiviso e questo può generare timori o fraintendimenti rispetto ai contenuti che vengono proposti.
Dal punto di vista dello sviluppo, però, la preadolescenza è una fase caratterizzata da profondi cambiamenti psicologici e sociali: inizia l’esplorazione dell’identità personale, le relazioni con i pari assumono un ruolo centrale e cresce il bisogno di orientarsi in situazioni nuove e più complesse.
Se questi processi non vengono accompagnati, i ragazzi non restano “neutri”: cercheranno risposte altrove, ad esempio nei social, dove i modelli disponibili non sempre sono affidabili o adatti alla loro età. Percorsi graduali e scientificamente fondati sull’affettività e sulle relazioni contribuiscano al benessere, alla prevenzione e allo sviluppo di competenze di cittadinanza responsabile.
Le difficoltà che osserviamo oggi derivano anche dall’assenza di linee guida condivise e di spazi strutturati di confronto tra scuola e famiglie. Per questo è importante costruire interventi trasparenti, progressivi e partecipati, che tengano conto delle diverse sensibilità. L’obiettivo non è introdurre temi in modo forzato, ma offrire agli adolescenti strumenti di rispetto, consapevolezza e competenza relazionale, fondamentali per affrontare in modo sano le sfide della crescita.
Professore, in un tempo in cui molti adulti si sentono disorientati di fronte ai cambiamenti dei giovani, quale messaggio vorrebbe lasciare a genitori e insegnanti che ogni giorno cercano di “esserci”, anche quando non è facile?
La ricerca psicologica ci ricorda qualcosa di tanto semplice quanto decisivo: ciò che favorisce realmente lo sviluppo non è la perfezione dell’adulto, né la capacità di prevedere o controllare ogni esito, bensì la continuità della presenza. Una presenza che sia stabile, responsiva e capace di mantenere un ascolto autentico di fronte alle istanze dei giovani.
Questi traggono infatti beneficio non da adulti che evitano ogni difficoltà e confronto, ma da figure che sanno riconoscere le emozioni e affrontarle in modo equilibrato, offrendo un modello di gestione che non drammatizza ma neppure minimizza.
Allo stesso tempo, le ricerche sulla motivazione e sull’autoefficacia mostrano che aspettative realistiche, accompagnate da una fiducia calibrata nelle possibilità di crescita, rappresentano un fattore protettivo rilevante per lo sviluppo dei giovani, purché non si trasformino in pressioni eccessive.
Alla luce di queste evidenze, il messaggio che vorrei lasciare a genitori e insegnanti è semplice e, proprio per questo, spesso trascurato: non è necessario capire ogni dinamica del mondo giovanile per essere punti di riferimento significativi. È sufficiente mantenere una posizione educativa coerente, capace di ascoltare con rispetto, di porre limiti in modo chiaro ma non punitivo, di mostrare fiducia senza rinunciare alla realtà.
In un contesto culturale e tecnologico che muta più velocemente delle nostre cornici interpretative, ciò che resta stabile e che la ricerca continua a indicare come uno dei principali fattori protettivi è la qualità delle relazioni.
Una presenza “sufficientemente buona”, per riprendere l’intuizione di Winnicott, non elimina le complessità del mondo contemporaneo, ma offre ai giovani lo spazio necessario per imparare a orientarsi dentro di esse con maggiore sicurezza e autonomia.
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