Caffarella, la cronistoria

Le vicende che hanno condotto all’arresto di altri due rumeni, accusati della violenza di S. Valentino
di Gloria Pernarella - 26 Marzo 2009

Tutti noi abbiamo seguito con il fiato sospeso le indagini iniziate dallo stupro di S. Valentino, che ha visto protagonisti una coppia di ragazzini di 14 e 16 anni, vittime di una violenza inaudita. La vicenda ha scandalizzato, spaccato e commosso l’intera opinione pubblica.
La storia la conosciamo tutti: due persone si sono avvicinate a loro nel giorno più romantico dell’anno, li hanno afferrati e trascinati a forza all’interno del parco; lui è stato malmenato e gettato a terra e su di lei è stato inferto il più vigliacco dei reati, lo stupro.
I due ragazzi erano riusciti a chiedere aiuto e con grande forza d’animo a fornire alla polizia una dichiarazione dell’accaduto, riuscendo anche a dettagliare l’aspetto fisico dei due soggetti specificando che parlavano l’Italiano con un forte accento dell’est europeo.
Immediato era scattato l’intervento sul posto delle forze dell’ordine, la raccolta di indizi e tracce biologiche.

Grazie agli identikit forniti dalle vittime ed il raffronto con le foto segnaletiche vennero immediatamente identificati i due presunti stupratori: Alexandru Loyos e Karol Racz. Grazie anche all’intervento di Bucarest che aveva inviato a Roma 25 uomini. Nel giro di tre giorni sembrava tutto finito. I due erano stati arrestati. Uno di questi, il più giovane, aveva confessato la violenza nei dettagli e all’altro venne ipotizzato anche un altro stupro: quello commesso il 21 gennaio a Primavalle .
Ma la soddisfazione dei familiari delle vittime per il celere arresto, l’entusiasmo di forze di polizia e istituzioni dura poco: perché nel frattempo Loyos ritratta la sua confessione dichiarando che gli inquirenti gli hanno estorto con la violenza le dichiarazioni – anche se dal video registrato durante l’interrogatorio non risulta affatto. Ma a scagionarli è il dna rinvenuto sul luogo dello stupro che non combacia con quello dei due arrestati, salta fuori cosi l’ipotesi di un terzo uomo, e per la polizia Loyos è a conoscenza dei fatti perché potrebbe avervi assistito se non aver sentito il racconto direttamente dal presunto terzo uomo, che ora tenta di proteggere autoaccusandosi.

La vera svolta arriva l’8 marzo. Compare a sorpresa un supertestimone, un medico che faceva jogging nel parco e che ha visto i due romeni e li ha descritti con accuratezza. Due giorni dopo, il 10 marzo, il Tribunale del riesame decide per la revoca dell’ordinanza di custodia cautelare, ma i due restano comunque in carcere per calunnia, autocalunnia e favoreggiamento; inoltre per Racz c’è anche l’accusa di stupro per i fatti del 21 gennaio a Primavalle. Le indagini si intersecano poi con un’altra pista che condurrebbe in Albania, probabilmente, è uno dei passaggi nella catena della ricettazione dei telefonini rubati alle vittime, localizzati infine in Romania.

Il 20 marzo finalmente si arriva alla soluzione di questa ingarbugliata vicenda.
La polizia ferma Ionut Jean Alexandru, da poco diciottenne, e Oltean Gravrila, 27 anni, che dopo l’interrogatorio del 23 marzo confessano di aver commesso il misfatto e vengono arrestati.
Ad incastrarli, oltre ad una serie di indizi, anche il test del dna: il loro codice genetico era sovrapponibile con il dna rinvenuto sui reperti. A loro gli investigatori sono arrivati seguendo la pista di una serie di rapine tutte avvenute nei parchi della zona sud di Roma, tutte ai danni di coppie, tutte tra il 13 e il 15 febbraio.


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