Enrico Berlinguer: anti-modernità e moralità della politica

L' 11 giugno è il 28° anniversario della morte
di Francesco Sirleto - 11 Giugno 2012

Riceviamo e pubblichiamo.

La sera dell’11 giugno 1984, in una piazza di Padova gremita di popolo, durante il comizio finale della campagna elettorale per le elezioni europee, moriva all’età di 62 anni, stroncato da un arresto cardiaco, il segretario del PCI Enrico Berlinguer.

Tre giorni dopo, a Roma, si svolsero i suoi funerali, seguiti da più di un milione di persone, attonite e commosse per la grave perdita che subiva non solo il suo partito (che avrebbe decretato, tramite Congresso nazionale, la sua propria scomparsa soltanto sette anni dopo), ma l’Italia intera.

Successivamente, verso la fine degli anni ’90, gli eredi (i vari D’Alema, Veltroni, Fassino) di quel che rimaneva di quel partito avrebbero cominciato, paradossalmente, a prendere le distanze dal pensiero e dall’azione politica di Enrico Berlinguer, giudicati (tanto il pensiero quanto l’azione) come “anti-moderni”, manifestazione di una deprecabile “diversità” incapace di comprendere quanto di “nuovo” stava maturando non solo nella società italiana, ma nel mondo intero. Di conseguenza, alla – per molti versi conservatrice – figura di Berlinguer (esempio di una politica fondata su, e guidata da, valori non-politici), sempre gli “eredi” di cui sopra opponevano, come simbolo di “modernità”, la figura dell’ingiustamente esiliato Bettino Craxi, politico a tutto tondo, politico tout-court, massimo emblema di quella “autonomia della politica” che dovrebbe essere l’unico valore-guida per l’azione di chiunque volesse cimentarsi nell’agone politico; altrimenti detto: “politica come arte del possibile”.

Ma era proprio così? Era così anti-moderno e conservatore Enrico Berlinguer, questo sardo così parco, sobrio, schivo, alieno alla società dello spettacolo e della comunicazione, lontano dal considerare indispensabile l’apparire a tutti i costi, il dichiarare continuo e compulsivo, la moda, la “Milano da bere”, ecc.? Era così incapace di comprendere che la politica è l’arte del possibile e che quindi non deve essere guidata da valori che niente hanno a che fare con la politica? Ebbene, rispondo subito a queste domande: si, Enrico Berlinguer era tutto questo; era anti-moderno, se la modernità significa effettivamente quanto ho sopra elencato.

Enrico Berlinguer era anti-moderno perché era convinto, profondamente convinto di ciò:

1) che la politica deve avere un solido fondamento morale, che la politica deve essere fondata su, e guidata dall’etica. In questo senso Berlinguer costituiva un’assoluta novità anche per il movimento comunista internazionale e, più in generale, per il pensiero marxista, abituato da sempre (anche per un difetto di fabbrica: l’essere stato Marx molto hegeliano e per niente kantiano) a considerare l’etica come “sovrastruttura” e pertanto non universale, ma cangiante in funzione dei cambiamenti che storicamente avvengono nella “struttura”. Da qui l’insistenza, a volte ossessiva, dell’uomo, e del dirigente, sulla “questione morale”; da qui la sua denuncia dell’inquinamento (immorale) prodotto dall’economia nella politica, e all’interno dei partiti di governo;
2) che la politica, se non può essere autonoma dall’etica, non può essere autonoma neanche dalla cultura in generale, e pertanto deve coltivare un rapporto dialettico e fecondo con il mondo dell’arte, della scienza, della filosofia, della scuola, dell’università. Da qui l’azione, sua e del PCI, per la promozione della cultura in tutti i campi; da qui il “rapporto organico”, l’egemonia (che non significa dittatura) esercitata dal PCI sulla maggior parte degli intellettuali italiani, egemonia che raggiunse il culmine proprio negli anni in cui fu segretario Berlinguer;
3) che la politica deve andare oltre il contingente e il possibile “qui ed ora”; che la politica deve avere una visione larga, tanto nello spazio (tutti i più gravi problemi internazionali devono essere considerati, se si vuole dare una risposta duratura ai problemi nazionali), quanto nel tempo (soltanto con la coscienza delle proprie radici e della propria storia passata è possibile una visione del futuro, una progettazione della società che vada oltre l’emergenza);
4) che la politica deve essere “inclusiva”, e non arroccata su stessa (o auto-referenziale); pertanto deve farsi carico dei problemi degli ultimi, degli emarginati, di coloro che hanno meno opportunità, dei giovani, delle donne, degli immigrati; e il modo migliore per essere “inclusivi” è quello di coinvolgere, far partecipare gli ultimi ai processi, ai movimenti, alle azioni e alle discussioni che decidono del loro destino.

Ebbene, se tutto ciò che ho sopra esposto significa “anti-modernità”, allora Enrico Berlinguer era “anti-moderno”, era “diverso”, era “altro”. E, difatti, gli anni Novanta e il primo decennio del XXI secolo si sono incaricati di smentire Berlinguer: con il liberismo selvaggio, con la finanziarizzazione dell’economia, con il divorzio definitivo tra politica ed etica, tra politica e cultura (“La cultura non dà pane”, dixit Tremonti), con la privatizzazione dei beni comuni, con la precarizzazione del lavoro, con la corruzione dei politici arrivata ai massimi livelli, con la “casta” arroccata a difesa dei suoi privilegi, e con il conseguente dilagare dell’antipolitica. Ma la profondissima crisi in cui ci dibattiamo, e della quale la cosiddetta “modernità” è stata una delle principali cause, come potrà essere affrontata e superata se non ritornando all’antimodernità di Berlinguer? Se non ritornando a ristabilire, in maniera definitiva e inscindibile, il nesso tra politica ed etica, tra politica e cultura? Se non restaurando un agire politico che, oltre al possibile, sappia proporsi anche l’obiettivo dell’impossibile?

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Mi sia consentito, infine, un ricordo personale. Ho conosciuto Enrico Berlinguer nel lontano 1972, quando era ancora possibile, ad un giovanissimo militante, incontrare e scambiare opinioni con il massimo dirigente di un grande partito. Sono stato pienamente convinto dalla profondità del suo pensiero quando, nell’aprile del 1975, ho partecipato ai lavori del XIV Congresso del PCI a Roma (Palasport) ed ho ascoltato la sua incredibile (incredibile per i bassissimi attuali livelli) e bellissima relazione, poi pubblicata da Einaudi con il titolo “La proposta comunista”: vi consiglio di leggerla, è ancora, per molti versi, così attuale. Sono stato infine uno di coloro (più di un milione i partecipanti ai suoi funerali) che, alla sua morte e con la sua morte, hanno pre-sentito con dolore che un’epoca di grandi speranze era finita e che ciò che si profilava all’orizzonte sarebbe stata un’epoca di rassegnazione e di disperazione.


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  1. cosa si può aggiungere a questo veritiero articolo se non ricordare che i suoi presunti eredi hanno finito per fare l’esatto contrario, o, se gli concediamo un pò di buonafede, non hanno proprio capito niente del suo pensiero profondo, per quanto si possa cercare di adattarlo all’attualità odierna. Si è infatti passati dalla lotta al Capitale all’amicizia con i poteri bancari, dalle battaglie per i diritti degli operai a quelli dei transessuali, da un meditato progetto per il bene comune alla sparata ad effetto ad uno dei tanti talkshow per raccogliere facili applausi. Nel nome di un pensiero liberale, libertario e libertino, di scuola liberal-radicale statunitense (dai noi portati avanti da gente come Pannella, Craxi e Berlusconi), di cui l’attuale sinistra (se così si può ancora definire) nostrana ha assorbito persino gli aspetti più deleteri, nell’esaltazione di un individualismo esasperato, effimero e senza futuro costruttivo. Si è persino arrivati ad esaltare il modello etico ed economico USA, dove basta pagare ed avere i soldi e si può fare tutto compreso comprare un bambino, vedi il propagandato utero in affitto. Mentre la Russia con la sua letteratura, il suo cinema e la sua cultura particolare e diversa, ma chi la ha mai vista e conosciuta. La nostra società si è così ben (o mal) americanizzata che è diventato da reazionari criticarla con metodo anche quando fa tritacarne delle classi povere e manda sul lastrico milioni di piccoli risparmiatori. Un appiattimento supino alle battaglie per i cosidetti diritti borghesi ed il facile vivere senza pensieri, criticati già da Pasolini, altro famoso personaggio di cui oggi poco si è voluto o si è preferito capire. Neanche a parlarne poi di fare una seria riflessione sull’accesso ai poteri decisionali delle classi subordinate o su una migliore distribuzione della ricchezza nella odierna società. Suvvia bisogna essere moderni anche se il potere economico si accentua sempre più in mano a pochi grandi finanzieri occulti. Così lla fine, evviva, si è fatto proprio l’opposto di quello voleva o almeno desiderava Berlinguer. Tutti convinti che i tanti milioni di fedeli elettori beoni avrebbero seguito in ogni caso. Invece molti si sono buttati nell’antipolitica o nel non voto perchè, più intelligenti dei loro dirigenti attuali, di farsi prendere per i fondelli non gli è proprio andata giù. Strano ma vero perchè con la Storia e le sue leggi non si scherza

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