

La polemica si sposta anche in Aula Giulio Cesare. I consiglieri Maurizio Politi e Fabrizio Santori (Lega) annunciano un' interrogazioni ufficiale
Roma, estate rovente. Non solo per le temperature, ma per i toni infuocati dello scontro tra il Comune e la Lega. In mezzo, dei manifesti affissi sui muri della Capitale: immagini forti, slogan duri, volti riconoscibili. Ed è proprio da lì che si accende la miccia della polemica.
Tra i cartelloni finiti nell’occhio del ciclone, due hanno fatto esplodere il caso. Il primo mostra una persona rom nell’atto di uno scippo in metro, con la scritta a caratteri cubitali: “Scippi in metro? Ora finisci in galera senza scuse”.
Il secondo è ancora più esplicito: tre figure – una persona rom, una di colore, una con i rasta – accanto allo slogan “Occupi una casa? Ti buttiamo fuori in 24 ore”. Il logo della Lega è in bella vista.
Il Campidoglio non ci sta. Il 25 luglio, dagli uffici del dipartimento Attività Produttive parte un ordine diretto: rimozione immediata entro 24 ore. La motivazione? I manifesti violano il regolamento comunale sulla pubblicità, che vieta contenuti lesivi delle libertà individuali, offensivi per l’etnia, il genere, la religione e l’orientamento sessuale.

La Lega reagisce con durezza. Accusa il sindaco Gualtieri e la sua giunta di voler “mettere il bavaglio al dissenso”, bolla il provvedimento come “atto di censura comunista”, denuncia uno “sfregio alla libertà di espressione” e promette battaglia “in tutte le sedi, anche istituzionali”.
Il sottosegretario al ministero dell’Interno, Nicola Molteni, rincara la dose: “A Roma si oscurano i successi del decreto sicurezza. Si combattono le nostre misure di legalità con la repressione ideologica. La sinistra ha paura della verità”.
Ma il Comune difende la sua scelta. Per l’assessorato competente, quei manifesti non sono semplici pubblicità politiche. Sono veicoli di stereotipi pericolosi, in una città che vive di convivenza e multiculturalismo. E soprattutto, sono contro la legge.
La battaglia si sposta anche in Aula Giulio Cesare. I consiglieri della Lega Maurizio Politi e Fabrizio Santori annunciano un’interrogazioni ufficiale e denunciano il “gravissimo segnale” per la libertà di opinione a Roma.
Intanto, nelle strade, qualche manifesto resta ancora visibile (forse per poco). Qualcuno li fotografa indignato, altri li difendono. C’è chi li ritiene provocatori, chi realistici, chi offensivi. Ma una cosa è certa: la propaganda elettorale, in questa Roma di metà luglio, è diventata un fronte di guerra culturale.
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