

Fermare la storia per raccontarla con uno scatto
“Se non hai mai fatto una buona fotografia, vuol dire che non ti sei mai avvicinato abbastanza alla realtà.” (Robert Capa, 1913-1954)
Cerro Muriano, Cordoba, Spagna, 5 Settembre 1936: la foto iconica del Miliziano spagnolo morto. A proposito di scatti che lasciano il segno.
Robert Capa – che in realtà non era americano e non si chiamava così, ma era ungherese e si chiamava Endre Ernő Friedmann – è l’autore della famosa foto del miliziano spagnolo colpito a morte (“The falling Soldier”) mentre, durante la guerra di Spagna, esce dalla sua trincea per andare all’attacco di un nido di mitragliatrici franchista.
È una foto iconica e – parafrasando una battuta altrettanto famosa di Woody Allen si potrebbe scrivere: “Il Miliziano spagnolo è morto e neanche io mi sento troppo bene” (originale: “Dio è morto, Marx pure e neanche io mi sento troppo bene”). Perché? Perché quella foto è Storia ed è patrimonio, anche personale, di chiunque creda nella libertà me nella democrazia.
Anche se, a distanza di quasi 90 anni, non è ancora chiaro se quello scatto sia da ritenere vero oppure un falso di propaganda e nonostante questo dubbio, se si vuole rappresentare la guerra civile spagnola nella sua essenza vera di lotta per la libertà, la democrazia e il socialismo, quella foto è la prima (e forse l’unica) da mettere sul piatto per rappresentare la speranza di un futuro divrso (e migliore) ma anche lo sconforto e la delusione cocente di una sconfitta.
Io, propendo per la seconda ipotesi, quella cioè del falso di propaganda. C’era appena stato l’”Alzamiento” di Mola e Franco i nazisti tedeschi e i fascisti italiani erano arrivati a dare manforte ai falangisti, spagnoli, i “Nacionales” e si aveva bisogno di scuotere la coscienza del mondo. Dunque, il corpo di quel miliziano morto venne utilizzato, da Capa e dai repubblicani spagnoli, per costruire quella foto e chiarire al mondo – che l’avrebbe vista riprodotta su diverse Riviste e Quotidiani dei Paesi democratici – cosa stava accadendo in Spagna – circa un anno dopo, da Radio Barcellona, Carlo Rosselli griderà: “Oggi in Spagna, domani in Italia” – e cosa bisognasse fare per impedire al fascismo e al nazismo di vincere quella guerra: per esempio andare a combattere per la Repubblica Spagnola nelle Brigate Internazionali.
Sia che quello scatto sia vero, sia che si tratti di un falso di propaganda, quello del Miliziano spagnolo colpito a morte resta l’esempio classico di come una foto, uno scatto “fermi” la Storia e possa, a volte, valere molto più di mille parole messe in fila, anche con stile…
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Cosa fa un giornalista, va, vede, capisce e testimonia. Questa dovrebbe essere – come in effetti è – l’essenza vera del giornalismo. Il giornalista testimonia scrivendo o raccontando a voce quello che vede. Ma c’è un altro modo di fare testimonianza ed è quello del fotoreporter che con i suoi scatti “ferma” la Storia e nel contempo, ce la racconta mandandoci un messaggio. Spesso questa azione non è considerata giornalismo perché fatta da persone che padroneggiano la macchina fotografica, magari per altri motivi, ma ciò non toglie che il risultato equivalga spesso ad un pezzo giornalistico da Premio Pulitzer. Quante foto famose che hanno fermato momenti salienti della nostra Storia sono diventate famose? Decine e decine.
Di questa capacità di “fermare la Storia” con una foto racconta il libro di cui oggi vi propongo la lettura. Si tratta di “A Occhi aperti”, scritto da Mario Calabresi, giornalista, Direttore di diversi Quotidiani nazionali e scrittore, e pubblicato da Mondadori, nella Collana Strade Blu, nel 2023.
Nel suo libro, Calabresi, racconta le storie di Steve McCurry, Josef Koudelka, Don McCullin, Elliott Erwitt, Paul Fusco, Alex Webb, Gabriele Basilico, Abbas, Paolo Pellegrin, Susan Meseilas, Letizia Battaglia e Sebastião Salgado. Per la verità sono loro a raccontare la loro storia all’Autore e lo fanno raccontandogli i momenti in cui la Storia si è fermata in una foto che è riuscita a cogliere il momento clou di quella storia. Perché spesso uno scatto, rivela più di un articolo e spiega all’istante un fatto di cronaca. Quanto questo sia vero ce lo dicono – ogni giorno – la cronaca e le foto che ci arrivano dall’Ucraina e dal Medio Oriente, terre di guerra e di sangue
“Ricorda con rabbia”, a proposito di fotografia che lasciano il segno
Presentando il suo libro in una puntata della Trasmissione di RAI 3, “Quante Storie”, Mario Calabresi ha ricordato di come, da Direttore di Quotidiani a tiratura nazionale, si fosse sempre rifiutato di pubblicare fotografie che giudicava dure, soprattutto quando mostravano dei bambini e di come, un’unica volta lo avesse fatto, accompagnando però quella pubblicazione con un suo pezzo che ne spiegava il perché.
Si era trattato della fotografia del piccolo Alan Kurdi, il bambino curdo siriano di 3 anni, arrivato cadavere, il 3 Settembre del 2015, sulla spiaggia di Budrun, in Tunisia. Un corpo, una vita, che il mare ha prima inghiottito e poi ci ha restituito perché “ricordassimo con rabbia” la nostra “colpa”, ovvero la nostra impotenza e la nostra incapacità di capire che siamo tutti figli della stessa acqua e che rifiutare e respingere gli altri da noi, con il rischio troppe volte reale di ritrovarli cadavere, è il peccato più grande che come esseri umani possiamo compiere. E si tratta di un peccato senza remissione.
A volte, dunque, una foto può fare miracoli. Stavolta non è accaduto perché davanti a quella foto, del piccolo Alan privo di vita, rannicchiato su quella spiaggia come se si fosse addormentato, dopo un momento iniziale di sgomento, è subentrato l’oblio. Chi si ricorda, oggi, del piccolo Alan Kurdi?
Ma una foto, a colori o in bianco e nero che sia, è anche la testimone dell’ingiustizia e della feroce insensatezza di chi governa il mondo, ecco perché l’autore, come cover del Libro, ha scelto la foto scattata da Alex Webb nel 1979 a San Ysidro, in California, poco a sud di San Diego sul confine tra gli Stati Uniti e
Sebastiao Salgado: una malattia chiamata morte

Racconta nel Libro Calabresi che un giorno Sebastiao Salgado (8 Febbraio 1944), fotografo e fotoreporter brasiliano che da tempo vive a Parigi, si ammala. Sta male fisicamente e non riesce a fare più niente, Il primo Medico consultato non riesce a capire da cosa dipenda quello stato di “non salute” che Salgado soffre. E così un altro Medico e un altro ancora. Alla fine, l’ultimo Medico consultato gli dice: “Tu sei troppo pieno di morte. Ne hai affrontata troppa”, Salgado aveva fotografato le carestie africane con la gente in fuga, il genocidio del Ruanda ed altre “piacevolezze” simili che la Storia aveva piazzato davanti all’obiettivo della sua fotocamera. “Hai bisogno di disintossicarti”, gli dice alla fine il Medico.
E Salgado allora smette di fotografare, torna in Brasile, dove era nato, e si accorge che la Foresta che circondava la Fattoria dei suoi genitori e che lui aveva conosciuto nell’infanzia non esisteva quasi più: quasi tutti gli alberi erano stati abbattuti. E allora Salgado si mette a piantare alberi e, in dieci anni, ne pianta più di 2 milioni. E poi, torna nel mondo con la sua macchina fotografica e fotografa il bello, per indicare a quel mondo che è anche il suo il dovere di preservare e proteggere la natura e il bello che circonda la nostra vita. Questo è stato il suo modo di rinascere alla vita.
Dunque, un libro interessante. Un libro di storie, ma soprattutto di fotografia. Di fotografie che – se non hanno fatto la Storia – l’hanno certamente fermata in un momento cruciale, per darci il tempo di pensare e riflettere, insomma di vedere, capire e agire. Dunque, quelle di cui Calabresi racconta nel suo Libro sono fotografie, tutte ben riuscite, che hanno assolto egregiamente il loro compito, perché hanno lasciato il segno e hanno mandato un messaggio in una lingua universale che a tutti è dato comprendere, se lo vogliono. E bisogna volerlo, per non perdere l’occasione di capire e capirci.
Josef Koudelka, scatti sulla fine della “Primavera di Praha”
5 Gennaio – 21 Agosto 1968. Di quei giorni e della città di Praga invasa dalle truppe e dai carri armati dei Paesi del Patto di Varsavia, abbiamo molte fotografie, alcune sono di Josef Koudelka (10 Gennaio 1938), un fotografo praghese di teatro. Quando i sovietici e gli altri militari del Patto di Varsavia entrano a Praga, per schiacciare nel sangue quell’esperimento di libertà, Koudelka scende in strada con la sua macchina fotografica e comincia a fotografare quello che vede accadere. Manda poi le foto all’estero nella valigia di un Medico, perché sa che i sovietici altrimenti le bloccheranno. E l’anno dopo quelle foto, pubblicate sul Quotidiano inglese Sunday Telegraph, documentano quella repressione violenta. Le foto, dicono le didascalie, sono di un “anonimo praghese”. Ci vorranno dieci anni da quel 1969 perché nell’Archivio dell’Agenzia Fotografica Magnum a quelle foto venga restituito il nome del suo esecutore; Josef Koudelka. Per quelle foto Josef Koudelka è stato costretto a lasciare Praga e l’allora Cecoslovacchia. A suo genitori, che non capivano il perché di quella fuga, Koudelka ha detto soltanto: “Io ho fotografato quei carri armati”. E loro hanno allora capito.
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(*) L’unica tra i protagonisti del suo libro che Calabresi non ha potuto intervistare è stata Letizia Battaglia (1935-2022), morta l’anno prima che il libro fosse scritto. Per lei parlano però il racconto dei nipoti e le sue foto, tra le quali quella – purtroppo diventata famosa – che ritrae il Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, ucciso dalla mafia a Palermo il 6 Gennaio del 1980, mentre spira tra le braccia del fratello Sergio, poi divenuto il Presidente della Repubblica Italiana. In realtà è stato spesso detto è scritto che i responsabili di quei colpi di pistola fossero alcuni fascisti dei NAR così assolvendo un compito in nome e per conto di ambienti mafiosi.
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