Un chiaro messaggio di speranza da don Aniello Manganello, da Scampia a Roma

Presentato il libro "Gesù è più forte della camorra" nel convegno di Planet Onlus “Da Scampia a Centocelle – Le Periferie di Napoli e Roma insieme per la legalità e la solidarietà”

Gesù è più forte della camorra (Rizzoli, 2011, pp. 252, 17,00 euro) è il libro uscito nel maggio del 2011 scritto da Don Aniello Manganiello e Andrea Manzi, i cui proventi vanno in beneficenza al Centro Don Guanella di Napoli (Scampia, Miano) e alle famiglie indigenti. Il libro, che racconta i sedici anni che l’ex parroco della chiesa di S. Maria della Provvidenza ha trascorso a Scampia “tra lotta e misericordia”, è stato presentato in occasione del convegno “Da Scampia a Centocelle – Le Periferie di Napoli e Roma insieme per la legalità e la solidarietà” organizzato da Planet Onlus, presso la Sala Consiliare del VII Municipio, il 26 gennaio 2012.

L’incontro è stato moderato dal Presidente onorario di Planet Onlus Francesco Figliomeni, con interventi del Presidente del VII municipio Roberto Mastrantonio, del giornalista Giuseppe Caporaso e dell’Autore del libro. Presenti nella sala del Consiglio del VII in via Perlasca 33 gli assessori Galli, Pungitore, Moriconi ed i Consiglieri del VII municipio Mercuri, Tesoro, Orlandi, Giuliani, Platania, Tesoro, Pietrosanti, presidi, direttori e docenti delle scuole del territorio, oltre a studenti, cittadini e rappresentanti di Associazioni e Parrocchie.

Dopo un breve filmato di un’intervista-denuncia alla trasmissione “Le Jene” e una breve presentazione dell’ex-parroco di Scampia da parte del giornalista Giuseppe Caporusso il quale ha rimarcato il non uso della scorta nonostante le minacce di morte, la sua coraggiosa esperienza, don Aniello Manganiello, senza inutili giri di frase, con linguaggio piano, un conversare deciso e corroborato da fatti ed esempi, ha parlato in prima persona del suo libro.
Il coraggioso prete anticamorra ha ricordato la sua esperienza come vice parroco a Ponte di Nona nel 1993. Poi per 16 anni è diventato l’interprete del popolo di Scampia cercando abbattere le barriere che separavano la vita dalle Istituzioni civili e religiose, e di far comprendere attraverso il suo esempio, “che una vita diversa è possibile, che la legalità può esistere, che combattere la camorra si può e che chi nasce a Scampia non ha un destino segnato”.

Ora non è più a Scampia: “ufficialmente per la regola dell’avvicendamento che stabilisce che ogni 9 anni i parroci possano essere spostati “d’ufficio” (anche se a me è capitato dopo 16 anni). Comunque, sono stato assegnato alla Parrocchia del quartiere Trionfale a Roma, zona benestante di Roma, un luogo troppo distante dal luogo in cui sono vissuto così a lungo e dalla periferia che continuo a prediligere".

Don Aniello Manganiello, di origini campane, dai primi anni Novanta al settembre 2010 è stato il parroco di Santa Maria della Provvidenza a Scampia e il suo trasferimento ha suscitato le proteste della gente e ha avuto una grande eco sui media.

“L’amore per il mio popolo, è quello che mi ha spinto a scrivere questo libro con Andrea Manzi”. Giornalista, ex stato redattore capo del “Mattino” di Napoli, Manzi ha fondato e diretto il quotidiano “La Città”, è stato vicedirettore del “Roma” ed è autore di saggi, di due libri di poesia e scrive per il teatro.

“Gesù è più forte della camorra è il diario dei miei sedici anni napoletani, ma è anche un richiamo forte a chi propone parole nobili – legalità, moralità, non violenza – eppure si tiene lontano dalla realtà del quartiere. Una testimonianza necessaria per capire cosa significa nascere, vivere e morire a Scampia”.
Una realtà difficile ma alla quale non sta bene il titolo di ‘Gomorra’ perché, a fronte di 15 mila malavitosi cerca di omologare altre 80 mila persone che nulla hanno a che spartire con la camorra. Secondo don Aniello una strategia vincente è quella che valorizza il positivo che c’è in una città come Scampia, perché quando si fa emergere solo ciò che di negativo è presente in una determinata realtà si disincentiva la volontà e lo sforzo volto al miglioramento.

Ha poi esaltato la “conversione” dei malavitosi e dei camorristi “perché presuppone un cambiamento di vita e l’uscita dalla schiavitù mentre il pentitismo presuppone uno scambio, un contratto che non prevede un mutamento di vita”.

“Scampia non è una schifezza totale. Bisogna uscire dagli stereotipi che si appioppano spesso ingiustamente a migliaia e migliaia di persone. Io stesso – ha raccontato con un sorriso, (lo stesso aperto sorriso che accompagna spesso il suo parlare pacato) – sono stato vittima di un pregiudizio, quando mi affacciai a Scampia. Avevo la barba incolta e quando arrivai in quella che stava per diventare la mia parrocchia, qualcuno pensò che fossi un tossico!”.

I preti di periferia spesso sono considerati come persone sbilanciate sugli aspetti sociali. Ma come si fa a non denunciare le scelte sbagliate fatte dagli amministratori che ignorano le vere esigenze del popolo che vive in realtà come Scampia. Dove si realizzano due palazzi, inaugurati da De Magistris, per farne un polo medico quando ne esiste già uno uguale a pochi chilometri di distanza, dove si regalano 16 milioni conferendo l’immondizia di Napoli agli olandesi e non si soddisfano le esigenze materiali della popolazione. Per non parlare delle scelte sbagliate di Bassolino (il Pinocchio Bassolino che a una domanda se si sentisse responsabile della grave situazione di Napoli rispose “io non mi sento responsabile di nulla”) o della Jervolino che di fronte ad una argomentata denuncia di don Aniello minacciò una querela.

“Napoli – ha affermato don Aniello – non può essere solo piazza Plebiscito e il centro della città, perché è nelle periferie di Napoli che si concentra l’85% della popolazione. Si tratta quindi di migliorare il livello di vita di questa gente e di assicurare la legalità, la repressione della criminalità organizzata, garantendo la certezza della pena. Le istituzioni devono rischiare un po’ o tanto della loro vita, non possono assistere impotenti al fatto che i due terzi del pane della Campania siano cotti in forni della camorra alimentati con traversine delle ferrovie e legna di bare”.

Don Aniello ha denunciato le piazze di spaccio e ha strappato al “sistema” tantissimi giovani, rifiutandosi di dare la comunione ai camorristi e di battezzare i loro figli. Una presa di posizione che gli è costata le minacce della camorra. Egli ama ripetere e lo ha replicato anche nella copertina del libro a grandi caratteri: “come mai questi camorristi, pur vedendo amici ammazzati con ferocia e pur convivendo con la morte sin da piccoli, non smettono di vivere nell’illegalità? Me lo sono sempre chiesto benedicendo quelle salme, e la mia risposta è che nessuno aveva mai aiutato quei ragazzi perché la loro esistenza era considerata senza alcun valore”

Ci sono due modi di intendere la missione apostolica in un territorio difficile come Scampia: uno è chinare la testa, non esporsi, parlare solo se interrogati; l’altro è quello più rischioso di questo straordinario prete. E cioè: vivere a fianco con gli abitanti del quartiere e condividerne i problemi, girando senza scorta, “perché un prete non può accettare la scorta. I missionari nelle terre lontane mica girano con la scorta”.

Nel libro si racconta come fin dal primo giorno del suo insediamento prestò aiuto ai malati di Aids e ai tossicodipendenti, condusse battaglie sociali a favore di famiglie troppo frettolosamente etichettate come malavitose, visitò le case di camorristi veri e li ascoltò, ne ottenne la fiducia e talvolta vide persino compiersi conversioni e ripensamenti radicali. Con questi metodi, però, è diventato un personaggio scomodo, oggetto di continue minacce. Si è creato nemici nell’Amministrazione comunale e negli alti ranghi ecclesiastici, a suo avviso non sufficientemente impegnati – nonostante i proclami – dalla parte dei più deboli.

Don Aniello non ha paura di alzare la voce contro la camorra: “I boss sostengono le famiglie, pagano perfino le cure odontoiatriche e oculistiche. Quando le donne aggrediscono polizia e carabinieri durante un blitz lo fanno […] anche perché il clan è una sorta di società per azioni che fornisce di che vivere”.

Nel libro definisce la sua azione come un’anticamorra delle opere, del contagio dell’esempio, dell’intervento concreto; un’anticamorra discreta che ha più effetto però di una grande campagna mediatica, perché nel suo Dna c’è il potere seduttivo della verità. Perciò, per risultare credibile, la lotta alle mafie non può essere un lavoro ma deve essere una missione, un’opera generosa e gratuita. Non basta la denuncia, ma occorre lottare per offrire nuove condizioni di vita, bonificare vaste aree, creare posti di lavoro, offrire alternative, diffondere la cultura, magari tenendo aperte le scuole fino alla sera”.

Infine una annotazione sulla Capitale nella quale ora egli è tornato: “Roma (come pure Milano) non deve pensare di essere immune dalla criminalità organizzata, basta osservare l’escalation degli ammazzamenti, più di 35 negli ultimi tempi, la proliferazione dei mega centri commerciali dove si ricicla il denaro delle mafie, l’invasione delle slot machine e la diffusione sempre più marcata delle droghe.

Don Aniello Manganiello non fa sconti neppure a se stesso. “Io mi dico ogni giorno: ‘Domani un nuovo rimorso mi spingerà sulla strada’ è una frase di padre David Maria Turoldo che mi ripeto per non sentirmi mai appagato del bene fatto”. (E che ha posto come exergo nel volume)

Infine ha risposto ad alcune domande di giovani studentesse dell’Istituto Ambrosoli.

“Quale cosa le dà più conforto?”. Risposta: “la mia fede in Gesù Cristo e il sostegno della comunità parrocchiale”.

“Avendo rifiutato la scorta non ha paura?” Risposta: “Certo che ho paura, ma non mi sento certo un eroe. Ho messo in conto di dover rischiare la mia vita per il bene comune”.

Infine una ragazza, più che fare una domanda, ha affermato: “Lei ci dà speranza nel futuro e noi la ringraziamo!” E don Aniello: “Scampia mi ha insegnato a sperare. Perché il male trionfi basta che gli uomini del bene non facciano nulla. Per battere la camorra bisogna avere il coraggio di rischiare, il coraggio della verità, della denuncia. E purtroppo bisogna rischiare o poco o tanto della propria vita. Mettetevi in rete date fiducia anche agli altri, uscite dall’individualismo e dall’indifferenza”. 

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