Luigi Petroselli dimenticato. I suoi documenti ed oggetti rischiano la dispersione

L’allarme lanciato dalla moglie Aurelia. Il sindaco più amato dai romani. Impostò una grande opera di risanamento e trasformazione della città rimasta incompiuta. Un uomo probo
di Aldo Pirone - 17 Novembre 2015

La decadenza di una cultura politica si misura dalla perdita della memoria. Nella sinistra italiana, quella di matrice e provenienza comunista, del PCI, l’effetto alzheimer prodotto dalla “svolta” di Occhetto, che mise fine al partito di “Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer”, è stato al limite della barbarie.

94352Di solito una comunità, anche quando si trasforma e cerca nuove strade, custodisce gelosamente le proprie memorie e le proprie glorie passate. Anche nei frangenti più drammatici e procellosi; come l’Enea che fugge da Troia in fiamme portandosi sulle spalle il vecchio padre Anchise e, insieme, i Lari degli antenati e i Penati protettori del focolare domestico.

E lo fa perché se vuole cercare nuove terre dove fondare una nuova città, sa che quelle memorie sono indispensabili alla sopravvivenza della comunità. Altrimenti si è destinati a disperdersi o a finire servi, più o meno sciocchi, di altri poteri in altri regni.

Purtroppo nella “svolta” occhettiana  c’era, culturalmente, il germe della dissoluzione. Non si facevano i conti, criticamente, con la propria storia. Semplicemente se ne scappava, e, per fuggirne meglio e più velocemente, si ritenne opportuno, sostanzialmente, non portarsi appresso pesi che potevano ostacolare la corsa. Lari e Penati vennero via, via abbandonati insieme ai vecchi padri sulla via del Pds-DS-PD:  il Togliatti condannato alla damnatio memoriae e il Berlinguer ridotto ad icona innocua verso cui paganamente genuflettersi periodicamente, soprattutto quando torna utile nelle campagne elettorali.

Ultimamente i segni ulteriori della dissoluzione li abbiamo ricavati da due notizie di cronaca. Il primo, del settembre scorso, con l’allarme lanciato per la chiusura della casa-museo di Gramsci a Ghilarza.
Il secondo, dall’appello accorato della moglie di Petroselli, signora Aurelia, che denuncia il disinteresse dei vecchi amici e compagni a salvare carte, documenti, lettere, appunti, poesie e tanti oggetti, memorie ancor vive e palpitanti del Sindaco più amato dai romani.

Aurelia Petroselli

Petroselli morì, si può dire, sul lavoro. Nel settembre del 1981. Dopo un teso intervento nel Comitato centrale del PCI. Era stato riconfermato alla grande, e in controtendenza rispetto alle tendenze elettorali del suo partito in quel momento, nelle elezioni della primavera precedente. L’omaggio commosso e corale della città fu immenso. Anche l’allora direttore del “Tempo” Gianni Letta, non tenero con l’amministrazione di sinistra, gli riconobbe la funzione positiva avuta nel governo dell’Urbe.

Un governo volto alla trasformazione di Roma. A superare la dicotomia fra centro e periferia. A salvaguardare e valorizzare i suoi straordinari beni archeologici e a riqualificare la periferia immettendovi funzioni urbane e centri di aggregazione, servizi sociali e culturali. Fece sparire le baraccopoli sparse nella città, dando casa a chi non l’aveva. Seppe fermare la speculazione immobiliare, il cancro storico di Roma, mettendo il potere pubblico alla guida dei processi di urbanizzazione e di edificazione.

20140301_luigi_petroselliMa Petroselli non era un uomo solo al comando. E nemmeno il capo incontrastato di una squadretta di yes man, era il capo di un grande partito che discuteva, a volte vivacemente, anche con lui – l’”etrusco” che veniva da Viterbo – e che dentro al progetto di trasformazione metteva la forza del suo agire e fare politica nelle istituzioni e nella società civile, con le sue articolazioni territoriali, le sezioni del PCI, con i suoi collegamenti con l’associazionismo sindacale, culturale e sportivo di massa. Luigi Petroselli era uno dei prodotti pregiati di quella straordinaria storia che fu il partito comunista italiano. Anche a Roma. “Gigi”, come lo chiamavano affettuosamente i romani, seppe connettere in modo impareggiabile – un paragone in positivo lo si può fare con un altro sindaco molto amato dalla città Ernesto Nathan dei primi del novecento – gli interessi popolari agli interessi pubblici e generali della città. Il suo sguardo e il suo “pensiero lungo” su Roma era legato al riscatto delle borgate e delle periferie, la sua dedizione totale, la sua onestà adamantina.

Non aveva vitalizi. A sua moglie ha lasciato 441 euro di pensione di reversibilità. E quando volle acquistare una casa, si fece anticipare un quinto della sua liquidazione dal partito e fece un mutuo trentennale.

Questo suo essere un uomo probo era sentito dai romani.

Oggi la grandezza di Petroselli appare ancora più rilevante, di fronte alle macerie morali della politica e dell’amministrazione di questa nostra città commissariata, infiltrata dalla mafia e dai poteri criminali, oltraggiata da politici incapaci, arroganti e boriosi.

Ed è naturale che nessuno dei suoi supposti eredi voglia farsi carico delle sue memorie. Sono troppo imbarazzanti. Per la verità salvaguardare i lasciti di Petroselli, in un paese civile e ben ordinato, dovrebbe essere cura innanzitutto dell’Istituzione pubblica, quel Campidoglio che lui seppe rappresentare così bene. Ma in mancanza di ciò dovrebbe farsene carico almeno chi si accinge a ricostruire qualcosa di nuovo e positivo a sinistra, o anche altrove, che abbia il sapore della buona politica popolare incarnata da “Gigi”.

Farebbe un buon servizio a se stesso e alla memoria di tutta la città.


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